Il cinema è intrattenimento, ma spesso, come la letteratura, la musica o l’arte, è una cassa di risonanza in cui riversare vite, racconti e voci quando queste non hanno altri spazi per esprimersi. Nella situazione politica attuale è inevitabile volgere lo sguardo verso l’Iran, paese dalla storia antichissima, ricco di arte e cultura, che in epoca contemporanea ha vissuto cambiamenti drastici, difficilmente comprensibili da noi occidentali. L’istituzione della Repubblica Islamica dopo la rivoluzione del 1979 ha portato all’instaurazione della legge della Sharia che, con il passare del tempo, è diventata sempre più repressiva, come dimostrano le proteste degli ultimi quattro anni.
Ad aiutarci a comprendere questi stravolgimenti politici e il loro impatto sulla vita privata degli iraniani c’è stato il cinema, e non per caso. L’Iran, infatti, vanta la prima industria cinematografica del Medio Oriente, nonostante i registi persiani si trovino spesso in grandi difficoltà nel produrre film in contrasto con il regime, penso al regista Jafar Panahi, arrestato qualche mese prima della presentazione alla Biennale di Venezia del suo film Gli orsi non esistono, o alla difficile produzione del documentario Cutting Through Rocks, candidato quest’anno agli Oscar.
Meno noto è il fatto che l’Iran ha una lunga tradizione anche nel mondo dell’animazione e che, con le stesse difficoltà, i registi di animazione iraniani ci stanno da tempo raccontando le loro vite e le loro riflessioni sullo stato del loro Paese.
Il percorso dell’animazione iraniana
Il pioniere dell’animazione iraniana fu Noureddin Zarrinkelk che negli anni Sessanta fondò l’Institute for Intellectual Development of Children and Young Adults insieme ad altri artisti, tra cui Ali Akbar Sadeghi, regista di Malek Khorshid, The Sun King.
Segue un lungo periodo di crescita, soprattutto negli anni Ottanta quando il settore viene incentivato dal governo, ma l’animazione iraniana raggiunge l’Occidente solo agli inizi del 2000, quando in Francia, Marjane Satrapi porta il suo fumetto Persepolis sul grande schermo.
L’impatto del film è fortissimo e svela ai giovani occidentali del tempo la complicata realtà della quotidianità dei propri coetanei nel mondo persiano durante la rivoluzione islamica.
In tempi più recenti un altro film prodotto in Europa, La Sirène, della regista iraniana Sepideh Farsi, al suo primo lungometraggio animato, affronta il tema della guerra dal punto di vista dell’adolescente Omid.
La prospettiva personale nella narrazione della guerra e della vita nella Repubblica Islamica è ancora centrale nella produzione di cortometraggi della nuova generazione di registi iraniani che, mentre nelle tecniche spesso sperimentali e low budget, si mantiene in linea con la tradizione dei suoi predecessori degli anni ’70 e ’80, nelle tematiche se ne distacca nettamente. Dalle narrazioni di fiabe tradizionali o parabole sul mondo della natura tipiche della scuola iraniana, i registi contemporanei sembrano cercare, attraverso una visione intimista, una chiave di lettura della contemporaneità.
Our Uniform
Come Satrapi, anche la giovanissima regista Yegane Moghaddam sceglie di raccontare la condizione femminile nel suo Paese. Inizialmente pensato come un documentario sulle divise scolastiche delle studentesse della scuola dove insegna, Our Uniform prende la forma di monologo di riflessione su quanto l’identità di una persona possa trasparire dal suo abbigliamento e su cosa voglia dire, quindi, essere costretti nell’anonimato di un’uniforme. L’urgenza di lavorare a questo documentario scatta nel settembre 2022, in seguito alle proteste per la morte di Mahsa Amini e, nonostante il tono ironico volto a stemperare la tematica delicata, i collaboratori di Moghaddam abbandonano il progetto e la regista si trova a lavorare al cortometraggio da sola, con l’aiuto del padre, dalla sua stanza.
Nasce un piccolo gioiello in tecnica mista stop-motion e 2d, in cui i tessuti non sono solo simbolo identitario della persona o costrizione della stessa, ma diventano tela sulla quale, con un tratto pastello, si alternano gli scenari della vita scolastica quotidiana di Teheran. Ci si ritrova quindi in un mondo in cui la cucitura di una tasca diventa banco di scuola, un bottone un orologio e un metro da sarta un percorso su cui camminare. La palette spenta e triste dell’uniforme aiuta la regista a rappresentare la cupezza dei giorni scolastici. Nelle istituzioni non c’è spazio per l’espressione personale ed è solo fuori da esse, nella privacy della casa o di angoli nascosti della città, oltre, quindi, il drappo grigio che ricopre il mondo e i corpi, che la vita riprende a scorrere, tra musica e colori.
The Route
Il nuovo corto di Babak Beigi, uscito nel 2024 e ancora nel circuito dei festival, racconta la ripetitiva storia di un autista di un camion che trasporta prigionieri di guerra alla loro fucilazione.
In un paesaggio freddo e spento il cui unico colore è il rosso delle vesti e del sangue dei condannati, il tempo scorre inesorabile, come il destino dei protagonisti, mentre il peso del suo ruolo consuma lentamente l’autista. Il corto lo segue in tutte le fasi della vita, dalla codardia della gioventù, al punto di rottura dell’età matura che, con la consapevolezza, porta alla ribellione, fino all’anzianità dell’accettazione della propria complicità e dell’inesorabile destino.
Il tema della guerra qui è funzionale all’esplorazione psicologica del protagonista che Beigi incastra in un loop invalicabile. È negli impercettibili cambiamenti della quotidianità, dalla pizza mangiata con sempre meno entusiasmo, alla barba che si fa via via più bianca, che la coscienza dell’autista si evolve, fa i conti con sé stessa e si libera. La rappresentazione della guerra non avviene più tramite la descrizione di eventi, ma attraverso l’espressione dell’interiorità di uno dei suoi piccolissimi ingranaggi.
In the shadow of the Cypress
In questo cortometraggio primo vincitore iraniano dell’Academy Award for Best Animated Short Film nel 2025 (ma secondo nominato, dopo Our Uniform nell’anno precedente), i due registi Hossein Molayemi e Shirin Sohani raccontano la storia di un padre e di una figlia e della loro difficoltà nel convivere con i traumi della violenza e della perdita.
Un design minimale, texture materiche e luci calde accompagnano i due protagonisti nelle loro battaglie. Il padre tormentato dal PTSD non riesce a stabilire un rapporto con la figlia. Le loro solitudini si guardano dalla casa sulla spiaggia alla barca nel mare e, a nostra volta, noi li osserviamo mentre, nella loro disperazione, un tentativo dopo l’altro, tentano di riunirsi davanti a un evento imprevisto. Improvvisamente una balena spiaggiata si frappone, fisicamente e metaforicamente, fra di loro, e diventa l’appiglio per uscire dall’immobilità delle loro esistenze, una nuova linfa per continuare a combattere per la vita, per il loro rapporto e, soprattutto, per esorcizzare il trauma della perdita della moglie e madre.
I registi prendono spunto dai loro rapporti familiari, in particolare quelli paterni, e dagli strascichi psicologici che la guerra in Iran ha lasciato sui veterani. Come per Moghaddam, le sfavorevoli politiche economiche, la diaspora degli animatori iraniani e la produzione durante la pandemia, ha costretto i membri dello Studio Barfak a ricoprire più ruoli durante la lavorazione e a gestire tutto il progetto con un budget risicatissimo.
Le voci degli animatori iraniani contro la devastazione
E la forza del successo nei festival nazionali e internazionali di questo e degli altri cortometraggi citati si trova, forse, proprio qui: davanti a produzioni supportate da budget altissimi e nomi blasonati dell’industria dell’animazione (basti pensare che Our Uniform si trovò a competere agli Oscar contro War is Over!, il cortometraggio scritto da Dave Mullins, animatore veterano Pixar, e Sean Lennon), la necessità espressiva delle nuove generazioni di animatori iraniani non si lascia intimidire, aggira i limiti tecnici, valica i confini imposti dal regime del Paese e apre una strada che arriva fino a noi.
Tuttavia, in questi giorni in cui i bombardamenti israelo-americani stanno distruggendo Teheran, continuo inevitabilmente a farmi questa domanda: le voci degli animatori iraniani saranno abbastanza forti da superare anche questa devastazione?
di Giulia Tolino




