La Strada (accidentata) per El Dorado

Quando agli studi Dreamworks decisero di programmare il loro terzo film, i loro primi due lungometraggi (Z la Formica e Il Principe d’Egitto, arrivati nelle sale entrambi nel 1998 a due mesi l’uno dall’altro) non avevano nemmeno ancora visto la luce. Erano ambedue ancora in fase di produzione quando Jeffrey Katzenberg si portò avanti e stabilì che, soprattutto viste le atmosfere adulte e impegnate del kolossal a tema biblico, il loro lavoro successivo sarebbe stato una commedia avventurosa dai toni più leggeri. Tuttavia, i primi passi verso La Strada per El Dorado (questo sarebbe diventato il titolo), uscito nel 2000, erano già stati mossi molti anni prima.

Una serie di congiunzioni astrali, non per forza sempre favorevoli, hanno portato al secondo peggior incasso di sempre della Dreamworks, un flop superato (in negativo) solo da Sinbad (2003), che è riuscito a fare peggio.

Ma andiamo con ordine:

Un po’ di contesto

Per chi non avesse presente l’origine della fondazione della Dreamworks, riassumo brevemente.

Katzenberg lavorava alla Disney. A dirla tutta, era un pezzo veramente grosso alla Casa di Topolino. Insieme a Frank Wells, che era il direttore operativo, è praticamente colui che tra la fine degli anni ’80 e la prima metà dei ’90 ha guidato il cosiddetto Rinascimento Disney, sotto la presidenza di Michael Eisner e Roy E. Disney.

Successe però che Frank Wells venne tragicamente a mancare in un incidente in elicottero. Katzenberg a quel punto, un po’ per il mazzo che si era fatto e un po’ facendo l’avvoltoio, si aspettava di assumere il posto del defunto con una promozione. Promozione che, divenne evidente, Eisner e Disney non avevano la minima intenzione di concedergli.

Fu così che Jeffrey, frustrato e incompreso, lasciò la Disney. Non è chiaro se fu cortesemente accompagnato all’uscita o se andò via di sua sponte sbattendo i piedini.

Ciò che è certo è che si intascò un considerevole risarcimento che le due parti patteggiarono fuori dal tribunale, si portò dietro molti collaboratori e, nel tardo 1994, fondò (insieme a Steven Spielberg e David Geffen) lo studio che anni dopo avrebbe sfornato, tra le altre cose, Shrek.

Un percorso…

Il primo incontro tra Jeffrey Katzenberg e i due sceneggiatori de La Strada per El Dorado, Ted Elliot e Terry Rossio, avvenne proprio alla Disney, nel 1992, ai tempi della lavorazione ad Aladdin. Appena fondata la Dreamworks, Katzenberg li ricontattò e gli mise tra le mani un saggio sulla conquista del Messico scritto dallo storico britannico Hugh Thomas, convinto che ne avrebbero tirato fuori l’idea per una sceneggiatura.

Nella primavera del 1995, i due scrittori avevano già in mano una bozza che prendeva ispirazione alla lontana dalla serie di film Road to… con Bing Crosby e Bob Hope e in maniera molto vaga dalla novella L’uomo che volle essere re di Rudyard Kipling.

Successivamente la direzione del film venne affidata a Will Finn e David Silverman, che avevano in mente un film decisamente più drammatico di quello che avrebbero voluto ai piani alti.

…travagliato

Il tutto era un po’ troppo “pesante” per l’idea di Katzenberg di un film adventure comedy per famiglie. Tulio e Miguel erano due anti-eroi egoisti, con il secondo ridotto a una spalla stile Sancho Panza.

Miguel, inoltre, sarebbe dovuto morire per poi risorgere ed essere acclamato come dio. La storia d’amore tra Tulio e Chel sarebbe dovuta essere più “hot”. La città di El Dorado e l’Impero Azteco sarebbero dovuti finire distrutti da Cortés.

Insomma, Finn e Silverman non erano evidentemente le persone giuste per dirigere questo film. Avanti i prossimi.

I toni furono riabbassati (Chel rimane comunque forse la donna più provocante del mondo dell’animazione dopo Jessica Rabbit). Alcune delle idee vennero ridimensionate e altre recuperate (i protagonisti sono comunque una “strana coppia” di canaglie ma a conti fatti sono inequivocabilmente buoni; Miguel resta il più comico dei due). Soprattutto venne ripristinato il finale E vissero tutti felici e contenti.

Mancavano solo i registi. Vennero identificati in Don Paul e Bibo Bergeron.

In tutto questo, le forze dello studio erano anche divise per la contemporanea lavorazione del prequel direct-to-video de Il Principe d’Egitto: Giuseppe, il re dei sogni.

Su tutto il processo di produzione aleggiava una grigia nuvola di negatività che non prometteva niente di buono.

Squadra che vince non è detto che vinca sempre

Sul fronte musicale, venne messo su lo stesso identico team che alla Disney si occupò della colonna sonora de Il Re Leone.

Hans Zimmer venne ingaggiato per lo score orchestrale, mentre Elton John e Tim Rice scrissero le canzoni.

Sulla carta non c’erano possibilità di fallimento. Da chi ci ha regalato tracce come Can you feel the love tonight o This land ci si aspettava un successo assicurato.

Spoiler: la colonna sonora di La Strada per El Dorado, sebbene non sgradevole, non è nemmeno lontanamente ispirata quanto quella de Il Re Leone e non stupisce che non abbia avuto, oggettivamente, lo stesso impatto e la stessa persistenza nella memoria del grande pubblico.

Ai tempi la Dreamworks ancora non aveva sicuramente la stessa spinta mediatica e di marketing di cui godeva la Disney, ma anche avendola, il confronto tra le due colonne sonore è impietoso.

In Italia poi, dato che come prassi le canzoni vengono adattate e doppiate, molti nemmeno ricordano che i brani di El Dorado sono di Elton. Le atmosfere un po’ sottotono, le sonorità latineggianti insolite per il suo stile e le melodie dimenticabili non lasciano intravvedere la personalità della star britannica. In più, con l’assenza della sua voce nella versione italiana, è praticamente impossibile riconoscere la sua penna. Niente, ovviamente, contro la voce di Agostino Penna, che ha fatto un ottimo lavoro nell’interpretare i brani in italiano.

Tuttavia, sempre per restare in tema “riciclati dalla Disney”, non si può non segnalare, giusto come curiosità, la traccia It’s tough to be a god, dove Elton John duetta con Randy Newman (sì, proprio quello delle musiche di Toy Story).

Elton John

Elton John merita un paragrafo a parte. Anche se, come nel caso de La Strada per El Dorado, non sempre ciò che ha composto fuori dalla sua carriera di rockstar è stato un grande successo, c’è da dire che il suo sperimentare oltre i confini puramente discografici gli ha fatto raggiungere traguardi impareggiabili.

Il cantante e pianista inglese è infatti una delle poche persone al mondo (al 2026 sono ventidue in tutto) che può fregiarsi del titolo di EGOT. Un EGOT è un artista che ha vinto tutti e quattro i principali e più importanti premi del mondo dello spettacolo. Le iniziali di essi formano appunto la sigla.

I premi sono: l’Emmy per la televisione, il Grammy per la musica, l’Oscar per il cinema e il Tony per il teatro.

Nello specifico, Elton John ha impiegato trentasette anni per completare il quartetto di premi.

I premi di Elton John

Nel 1987 ha vinto il suo primo Grammy per That’s what friends are for (con Dionne Warwick, Gladys Knight e Stevie Wonder). Poi l’Oscar nel 1995 (con Tim Rice) per Can you feel the love tonight da Il Re Leone. Nel 2000 il Tony per la sua Aida, sempre con Tim Rice. Infine, nel 2024, l’Emmy per il suo concerto-documentario Farewell from Dodger Stadium, disponibile su Disney+.

Con i suoi cinque Grammy e due Oscar (il secondo per Rocketman), se vincesse un altro Emmy e un altro Tony diventerebbe il secondo “doppio Egot” della storia. Al momento, l’unico è Robert Lopez.

Tra le colonne sonore composte da Elton John per il cinema, oltre ai già citati Il Re Leone, La Strada per El Dorado e Rocketman, si annoverano Due ragazzi che si amano, La dea del successo e Gnomeo e Giulietta.

Per il teatro, invece, oltre alla già menzionata Aida e alla trasposizione di The Lion King, ha scritto i musical Billy Elliot, The Vampire Lestat, The Devil Wears Prada e Tammy Faye.

La redenzione di El Dorado

Il film arrivò infine nel 2000 al cinema, doppiato da un cast di primo ordine. Basti pensare che i protagonisti erano interpretati da Kevin Kline e Kenneth Branagh. In italiano, le loro voci erano quelle di Gianmarco Tognazzi e Alessandro Gassmann.

Ma nemmeno la bravura degli attori bastò per salvare El Dorado da una fine peggiore di quella che gli avrebbe fatto fare Cortés.

Come già accennato, alla sua uscita nelle sale La Strada per El Dorado fu un fiasco clamoroso. Non riuscì nemmeno a recuperare i soldi per la produzione. Incassò globalmente poco più di 76 milioni, a fronte di una spesa di 95, tanto da spingere la Dreamworks a cancellare ogni eventuale progetto di sequel.

Il percorso de La Strada per El Dorado è stato sicuramente accidentato e travagliato.

Ma se ha trovato la sua via fino a noi e tuttora intrattiene e viene ricordato, in un modo o nell’altro qualcosa di buono ce lo ha lasciato.

Con la sua pubblicazione per l’home video, e in Italia anche con i frequenti passaggi televisivi a partire dal 2003, il film ha recuperato la scarsa reputazione iniziale diventando un film di culto tra gli appassionati di animazione di tutte le età.

Il suo status di cult è poi certificato dai numerosi meme e GIF tratti dal film che sono entrati nel gergo quotidiano di noi millennials (vi dice niente “Both, both is good“?).

Non so se i meme possono essere annoverati tra il “qualcosa di buono” di cui sopra, ma tant’è.

Forse è meglio un Elton John anche non al pieno della sua forma.

di Marta “Minako” Pedoni

Marta Pedoni
Marta Pedoni

Marta Pedoni è una cantante, attrice e performer. Ha inoltre studiato doppiaggio cantato a Roma presso la Scuola Ermavilo fondata da Ernesto Brancucci.
In arte Minako, sceglie questo nome in onore di Sailor Venus. Classe 1990, la sua vita (nonchè la sua personalità) si divide tra arte e scienza, in equilibrio tra razionalità e sensibilità. Tutto ciò si traduce, per farla breve, in una Principessa Disney laureata in Tecniche di Laboratorio Biomedico.

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