Infanzia fai da te

Lo dico per chi, da fuori, non ha una cassetta degli attrezzi.

So che ci siete, so che mi leggete. Non dovete aver paura: prima o poi toccherà anche a voi.
Chi non ha una cassetta degli attrezzi non può sapere che, a un certo punto, costruirà qualcosa. E da quel qualcosa avanzerà sempre un pezzo: due assi messe a T, un angolo di legno, magari solo un cuneo che fa spessore.
Ecco, per una ragione che voi non sapete — ma che conosce bene chi ha una cassetta degli attrezzi — quel pezzo di legno lo terrete. Lo terrete per anni, per decenni. Poi un giorno, non si sa come, mentre state costruendo qualcos’altro o aiutando un amico, vi renderete conto che proprio quel pezzo, con quella forma e quella struttura, è esattamente ciò che vi serve per il progetto che avete davanti.

È una specie di magia.

Accade a pochi, ma in realtà accade a tutti quelli che hanno una cassetta degli attrezzi, prima o poi.
Secondo me, con l’infanzia succede esattamente la stessa cosa.
Tutti ne abbiamo avuta una, ma pochissimi hanno saputo tenere da parte quel qualcosa di specifico che poi sarebbe tornato utile più avanti. L’infanzia la vivi senza regole — se non quelle dei genitori, ovviamente — ma nella fantasia le regole non esistono. Leggi, guardi, corri, scopri, esplori.

A un certo punto incontri un dettaglio. Un dettaglio preciso, che vedi solo tu. Magari mentre giochi a nascondino giri dietro a un albero dove nessuno dell’oratorio è mai andato e noti un nodo particolare nel legno, oppure la tana di un uccellino, o uno scoiattolo che mette da parte una ghianda. Poi corri a liberare tutti e vinci la partita.

Tu non lo sai, ma il giorno dopo avrai già dimenticato quello scoiattolo. Però una parte di te ha deciso di mettere quel ricordo da parte, forse la tua parte adulta, che è lì e aspetta. Non sai perché, ma è andata così. E ogni tanto, durante l’infanzia, quel ricordo tornerà a galla, sempre più raramente, fino a quando ti sembrerà di averlo dimenticato del tutto.

Passano trent’anni.

Stai guidando, sei in macchina, stai andando al lavoro. Stai pensando a un nuovo progetto per il tuo capo, oppure a una frase giusta da dire al tuo partner, o magari a risolvere l’enigma di una radio ed essere tra i primi dieci a chiamare. Alla radio qualcuno propone un indovinello e la risposta è esattamente quel pensiero che avevi tenuto da parte per anni.

Non sapevi perché, ma il momento è arrivato. E lì si incastra tutto, perfettamente.
Il tuo capo sarà contento, il tuo partner conquistato, e tu sarai tra i primi dieci a dare la risposta giusta.

L’infanzia io la vedo così: non è qualcosa che finisce. È qualcosa che si vive cercando di prenderne il più possibile, perché ti accompagna sempre e puoi usarla al momento giusto. Ci sono momenti della vita in cui l’infanzia serve, è utile. Per questo non ne vedo mai un punto finale, ma solo una sfumatura, una dissolvenza.

C’è sempre. È accavallata al nostro tempo da adulti. Noi viviamo sulla timeline degli adulti, ma quella dell’infanzia ci cammina accanto. Ogni tanto possiamo sbirciarci dentro, se siamo stati attenti mentre la vivevamo.

E allora quel pezzo di legno dalla forma strana, messo nella nostra cassetta degli attrezzi, entrerà perfettamente nel foro che, trent’anni dopo, dovevamo colmare.

di Daniele “il Rinoceronte” Daccò

Daniele Dacco
Daniele Dacco
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