Quando arriva marzo, il cinema guarda inevitabilmente verso gli Academy Awards. Gli Oscar non sono soltanto una celebrazione dell’industria cinematografica, ma anche uno specchio dei temi che il cinema ha scelto di raccontare e premiare nel corso degli anni. Tra questi, uno ritorna con sorprendente frequenza: la corruzione.
Non sempre si manifesta nella sua forma più evidente. A volte è politica, altre economica, istituzionale o morale. Può annidarsi nei palazzi del potere, nelle forze dell’ordine, nei grandi sistemi economici o in quelle zone grigie dove legalità e opportunismo iniziano a confondersi. Non è un caso che il cinema premiato con l’Oscar al miglior film abbia spesso trovato proprio in queste fratture il terreno ideale per raccontare le contraddizioni della società.
Basta guardare ad alcuni dei titoli più celebri nella storia degli Oscar. In Il padrino di Francis Ford Coppola, premiato nel 1973, la corruzione non riguarda soltanto il mondo mafioso. Il film mostra quanto siano profondi i legami tra criminalità, politica e affari, e come il potere abbia la capacità di trasformare chi lo esercita. La parabola di Michael Corleone racconta proprio questo: l’illusione di poter restare fuori da un sistema e la lenta, inevitabile discesa al suo interno.
La corruzione come meccanismo collettivo
Ma la corruzione può essere anche un meccanismo collettivo, qualcosa che si radica dentro un’intera comunità. In Fronte del porto di Elia Kazan, vincitore nel 1954, il controllo dei sindacati sul porto genera una rete di intimidazioni e silenzi che impedisce a chiunque di opporsi. Il protagonista interpretato da Marlon Brando si muove in un mondo in cui denunciare significa esporsi alla violenza, e il vero conflitto non è solo contro il sistema, ma contro la paura che lo tiene in piedi.
A distanza di decenni, il tema ritorna in modo ancora più ambiguo in The Departed di Martin Scorsese. Qui la corruzione si infiltra direttamente nelle istituzioni: la polizia e la criminalità organizzata finiscono per rispecchiarsi l’una nell’altra, fino a rendere quasi impossibile distinguere dove finisca la legge e dove inizi il crimine. È un mondo di infiltrazioni, identità doppie e fedeltà fragili, in cui il sistema appare ormai irrimediabilmente contaminato.
Non tutte le storie, però, raccontano la corruzione attraverso la violenza o il crimine organizzato. A volte assume forme più silenziose e sistemiche. In Spotlight di Tom McCarthy, per esempio, il cuore del racconto è un’indagine giornalistica che porta alla luce decenni di abusi coperti all’interno della Chiesa cattolica. Il film mostra come la corruzione possa sopravvivere proprio grazie al silenzio delle istituzioni e alla difficoltà di mettere in discussione strutture di potere profondamente radicate.
Gli anni recenti
Negli ultimi anni, il discorso si è ampliato ulteriormente. In Parasite di Bong Joon-ho, la corruzione non riguarda tanto un singolo sistema politico o istituzionale quanto un’intera struttura sociale segnata da profonde disuguaglianze economiche. I personaggi si muovono tra piccoli inganni e manipolazioni, ma il vero bersaglio del film è il sistema che rende questi comportamenti quasi inevitabili.
Se si osserva la storia degli Oscar con questa lente, emergono molti altri esempi. Tutti gli uomini del re di Robert Rossen raccontava già nel 1949 la parabola di un politico populista che scivola lentamente nella corruzione del potere. Più tardi Platoon di Oliver Stone avrebbe mostrato la corruzione morale e istituzionale generata dalla guerra del Vietnam, mentre Non è un paese per vecchi dei fratelli Joel Coen e Ethan Coen suggerisce un mondo in cui violenza e denaro sembrano ormai sfuggire a qualsiasi forma di controllo.
Molti di questi film, inoltre, hanno iniziato il loro percorso ben prima della notte degli Oscar, passando dai grandi festival internazionali.
Manifestazioni come la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il Festival di Cannes e la Festival Internazionale del Cinema di Berlino sono spesso il primo luogo in cui queste storie trovano visibilità, contribuendo a costruire quel percorso critico e mediatico che porta poi alcuni titoli fino agli Academy Awards.
Negli ultimi anni, però, anche il sistema degli Oscar è finito sotto osservazione. Le campagne promozionali sempre più aggressive durante la stagione dei premi, tra proiezioni private, incontri con gli autori ed eventi dedicati ai membri dell’Academy, hanno sollevato dubbi su quanto la visibilità di un film potesse influenzare le votazioni. Il caso di Anora di Sean Baker, sostenuto da una campagna molto intensa durante la stagione dei premi, ha riacceso la discussione sul peso delle strategie promozionali nel determinare nomination e vittorie.
Il prezzo del potere
Proprio per rispondere a queste critiche, l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences ha deciso di introdurre una modifica significativa al processo di voto: i membri potranno esprimere il proprio voto finale solo dopo aver visto tutti i film nominati nella categoria in cui votano. Una regola pensata per rendere il sistema più trasparente e informato, e che dimostra come anche l’industria che premia il cinema debba periodicamente interrogarsi sui propri meccanismi.
In fondo, è una coincidenza quasi ironica: mentre il cinema continua a raccontare storie di sistemi corrotti, anche il sistema che lo celebra è costretto, di tanto in tanto, a guardarsi allo specchio.
Perché la domanda, alla fine, resta sempre la stessa: quanto è possibile restare integri quando il potere, in qualsiasi forma, entra in gioco?
di Laura Pidalà




