Cinema e corruzione: l’estetica del tradimento

Si parla spesso di corruzione, nel Cinema è un tema ricorrente che, soprattutto negli ultimi anni, ha assunto forme sempre più articolate.

Parlare di corruzione, infatti, è particolarmente interessante in termini narrativi perché permette di indagare e mettere alla prova i personaggi generando storie affascinanti e psicologicamente complesse, ma è anche un argomento che interessa il cinema stesso nelle fasi più importanti della propria evoluzione, rimettendo lo stesso sistema produttivo ciclicamente in discussione.

Il ribaltamento dei poli

Facciamo un passo indietro: la Hollywood che ad oggi rappresenta il cuore pulsante del nostro immaginario cinematografico, nasce come atto di ribellione politica. Sorge sulla costa Ovest per sfuggire al cinema “originale” dell’Est, già allora corrotto da cartelli economici che detenevano i brevetti e soffocavano la sperimentazione. Hollywood era la frontiera, l’opposizione.

Oggi, paradossalmente, la situazione è invertita. Mentre i grandi Studios inseguono la sicurezza al box office attraverso schemi collaudati, ripetitivi e spesso presuntuosi – nel tentativo, maldestro, di mascherarsi fingendosi attenti ai desideri dello spettatore – il cinema indipendente si rifugia oggi proprio nella matrice newyorkese, meno patinata e più “sporca” in cui, a volte, si assiste a dei veri e propri miracoli che si oppongono all’autoreferenzialità hollywoodiana.

L’onestà del margine

In questo scenario, la gestione della “corruzione” diventa il discrimine tra arte e intrattenimento manipolatorio. Autori come Sean Baker con i suoi The Florida Project (2017) e Anora (2024) provano a ribaltare lo standard trattando il tema da prospettive lontane dalle aspettative, umane e non sempre in “soggettiva” ma, soprattutto, incentrate su chi le conseguenze le subisce. Baker non “usa” la corruzione come un filtro estetico; la abita con una ricerca quasi antropologica. L’etica dello sguardo precede sempre l’estetica, restituendo dignità ai personaggi corrotti sospendendone il giudizio.

L’estetica del disagio

Ma la corruzione del cinema si insinua anche sotto le facciate più pulite, sgretolando ogni equilibrio. È quello che succede, ad esempio, con l’artificio seducente di Emerald Fennell e il suo Cime tempestose, dove corruzione e cinismo diventano accessori stilistici.

Cosa significa quando un film smette di essere cinema e diventa prima di tutto un fenomeno social? La sua credibilità si sfascia come un palco teatrale mal costruito che crolla sotto il peso dei suoi attori. Quello che resta è un racconto senza pilastri, incapace di legare con lo spettatore a meno che questi non sia guidato dall’influenza collettiva e dalla necessità di condivisione, sottraendo al cinema la sua essenza, l’esperienza intima e personale.

Il film precedente di Fennell faceva gli stessi errori, ma in modo opposto. Saltburn (2023) ci coinvolge e non manca di essere intimo – ma è un’intimità che a tutti gli effetti ci corrompe.

Il film con protagonista Barry Keoghan mette subdolamente in luce la corruzione umana, morale e terrena del suo protagonista in un modo che ci fa sentire sporchi insieme a lui, ma non perché ci immedesimiamo: anche se proviamo inizialmente lo stesso tipo di fascinazione per situazioni, oggetti e persone – e per la pellicola stessa (tecnicamente lodevole) che stiamo guardando – ci sporchiamo perché assistiamo impassibili.

Il film ci costringe a diventare complici della spirale rovinosa del protagonista, tanto da arrivare al finale con la sensazione amara e angosciante di essere stati presi in giro per tutto il tempo.

Oltre lo specchio: il coraggio dell’onestà

La poetica di Fennell, insomma, solleva un dubbio atroce, che non ha alcunché di positivo.

Quando un’opera ha come obiettivo quello di creare in chi guarda disagio crescente senza un fine, senza offrire soluzioni, riflessioni costruttive o generare catarsi, allora siamo di fronte alla caduta dell’arte – che smette di elevare e si corrompe nella sua intimità univoca e collettiva. Il cinema smette di essere una finestra sul mondo e diventa uno specchio rotto e tagliente.

Non basta che un film sia tecnicamente lodevole o provocatorio. Non basta generare storie complesse e personaggi ambigui. Un cinema che funzioni deve avere il coraggio di restare onesto verso se stesso e, di riflesso, verso lo spettatore – combattendo ogni possibilità di corruzione interna.

Perché quando l’estetica prevale sull’etica e l’impatto virale sostituisce la profondità emotiva, l’opera tradisce il pubblico e smette di essere viva.

di Simona Riccio

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