L’uomo che cammina: il tempo di una passeggiata

Negli ultimi decenni, il nostro rapporto con la strada è cambiato rispetto al suo significato passato. È diventata come una sorta di “non luogo”, una striscia di asfalto che separa il momento in cui ci troviamo dal posto al quale dobbiamo arrivare, da attraversare più velocemente possibile. Ci basta prendere in mano il nostro cellulare per identificare il percorso più rapido, ci infiliamo le cuffie nelle orecchie per non sentire il rumore che ci circonda e acceleriamo il passo.

Abbiamo fretta di arrivare, di fare la cosa successiva. E così anche ciò che ci circonda finisce per diventare solo uno sfondo, lo attraversiamo senza nemmeno vederlo.
Naturalmente, esistono ancora le eccezioni. Ci sono persone capaci di perdersi senza una meta precisa, di allungare una strada solo perché gli va, di fermarsi davanti a un albero, una vetrina, un ristorante per annusare il buon profumo che si disperde nell’aria.
Tuttavia, purtroppo, sono momenti rari e con la frenesia della vita risulta sempre più complicato fare qualcosa che non debba per forza avere un fine specifico o che ci faccia “perdere tempo”.

L’uomo che cammina

A questa idea così semplice e allo stesso tempo radicale si aggancia la storia raccontata dal Maestro Jirō Taniguchi. Nel 1990 pubblica con Kōdansha l’opera L’uomo che cammina, in Italia edita da Panini Comics.

Un manga costruito attorno a una delle azioni più comuni che si possano compiere. Non vi sono grandi avventure nel senso stretto del termine, non vi sono combattimenti, colpi di scena o misteri da risolvere. Il protagonista, Yukichi Fukujima, semplicemente esce di casa e cammina per le strade del suo quartiere, lasciandosi guidare dalla curiosità e da ciò che incontra lungo il cammino.

L’intera storia è composta da capitoli brevi che raccontano le sue esplorazioni quotidiane e ognuna di loro è costruita intorno a qualcosa di molto semplice. Tutto procede così, da un dettaglio all’altro, trasformando la quotidianità in qualcosa degno di essere osservato e raccontato.

La deviazione come scelta di libertà

Se dovessi riassumere che cosa significa camminare per Taniguchi, sceglierei probabilmente una frase presa dall’ottavo capitolo “Risalire il fiume” in cui il protagonista a un certo punto pensa fra sé e sé:

“Quel giorno, per chissà quale capriccio dell’animo, scesi in una stazione prima di
quella dove si trova il mio ufficio. Probabilmente fu colpa del tempo così piacevole.
Comunque mi venne voglia di sentirmi libero senza una ragione particolare.”

In queste parole c’è il cuore di tutto ciò che abbiamo detto in precedenza e che purtroppo in molti hanno disimparato. La strada di Yukichi in quest’opera non è mai un tragitto imposto, vive in maniera genuina ogni momento e si lascia guidare anche un po’ dal caso. Posso assicurarvi che questa cosa funziona. Lo dico per esperienza. Solitamente sono una persona abbastanza precisa e quando devo affrontare un viaggio o raggiungere un posto, tendo a volermi organizzare nel modo più accurato possibile.

Poi vi sono quei giorni in cui, per via del lavoro, questioni personali o semplicemente perché la testa è diventata troppo piena, sento il bisogno di fare esattamente il contrario. Esco e cammino senza una meta precisa, lasciando che sia una strada che non ho mai percorso o l’impulso del momento a decidere dove andare.

A volte cammino abbastanza a lungo da permettere al corpo di stancarsi. Un modo per alleggerire il cervello senza chiedergli di pensare una volta tanto. Svuotamento totale.

E forse è proprio questo che mi piace del modo di raccontare dell’autore: non si deve per forza arrivare da qualche parte, camminare può anche servire solo per fare spazio, nei suoi diversi significati.

L'uomo che cammina:: il tempo di una passeggiata

L’arte di accorgersi delle piccole cose

Guardando le tavole di Taniguchi si ha l’impressione che il disegno stesso respiri, i suoi sfondi sono veri co-protagonisti. Possiamo osservare le case basse con i tetti fatti di tegole, gli argini erbosi dei canali, i pali della luce con i fili che tagliano il cielo, i cortili o vicoletti dove qualcuno ha lasciato una bicicletta arrugginita.
Il suo tratto è pulito e minuzioso e ci accompagna con estrema delicatezza in tutti questi scorci meravigliosi.

Yukichi si ferma a guardare un uomo fare birdwatching, si arrampica su un albero per recuperare l’aeroplanino di carta volato via a un bambino, scavalca la recinzione di una piscina comunale per fare una nuotata in solitudine sotto le stelle.

Questi comportamenti mi hanno ricordato molto un film che ho amato profondamente, Perfect Days di Wim Wenders.

Hirayama pulisce i bagni pubblici di Tokyo e ogni giorno, durante le pause pranzo, si ferma al parco e fotografa gli alberi. Immortalando il cosiddetto “komorebi”, quel gioco irripetibile di luce e ombra che filtra fra i rami. Qui ho rivisto la stessa anima di Yukichi: entrambi sanno che la bellezza non risiede sempre nell’eccezionale, ma anche nell’ordinario guardato con attenzione sincera.

Tornare ad abitare la strada

Ricordiamoci che le strade che percorriamo non sono semplici corridoi funzionali. Portano i segni delle persone che li hanno vissuti e calpestati prima di noi, il cambiamento delle stagioni, le erbacce che ostinatamente crescono fra le crepe del terreno.

Taniguchi non ci chiede di abbandonare la nostra vita o di ritirarci in cima a una montagna. Ci mostra semplicemente un uomo normale, che tornando dal lavoro decide di svoltare a destra invece che a sinistra e ci dimostra che, facendolo ogni tanto, si possono trovare tanti piccoli momenti di bellezza.

di Federica Curcio 

Federica Curcio
Federica Curcio
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