Da Easy Rider a Springsteen, la strada verso il cambiamento

Beat. Quattro lettere che racchiudono una generazione, un’identità, una visione di vita. “Beat” significa, non a caso, “battito”, il battito di un cuore che, negli anni ’50 del secolo scorso, cominciò a tuonare così rumorosamente da risvegliare un’intera nazione.

American dream, o nightmare?

Siamo negli Stati Uniti del secondo dopoguerra, la società sta vivendo un periodo di boom economico straordinario, dove gli USA possono fregiarsi di essere la culla di un nuovo mondo, in cui ogni angolo nasconde una possibilità. È da qui che nasce il famoso “american dream”, che promette un’occasione di rivalsa a chiunque voglia guadagnarsela.

Nonostante questo clima di apparente magia, però, l’America di quegli anni è anche attraversata da profonde disuguaglianze sociali: a una piccola percentuale di nuclei familiari abbienti, si affiancano famiglie che non arrivano a fine mese. La promessa di una società paritaria stride col crescente razzismo che imperversa nel Paese. Anche l’opinione politica sta per diventare un problema, con l’ombra del maccartismo che travolgerà in breve tempo gli USA in un’incessante caccia alle streghe.

In questa perenne contraddizione, i primi a manifestare un certo malumore contro la malcelata finzione del Paese sono proprio i giovani.

Giovani che fremono dalla voglia di combattere l’apatia intellettuale attorno alla quale il Paese si stava avviluppando, che pensano di poter fare la rivoluzione e che vogliono cambiare il mondo.

Questi giovani hanno bisogno di essere liberi, stravolgere un futuro già scritto, pensare con la propria testa, sbagliare. Senza che qualcuno possa imporre loro ciò che devono fare, ciò che devono diventare e ciò che devono essere.

La rivoluzione è culturale: Easy Rider

Nel 1951 Jack Kerouac pubblica Sulla Strada, romanzo che, è il caso di dirlo, farà da apripista a una nuova frontiera del sogno americano.

La ricerca verso la scoperta di sé stessi muove i protagonisti del libro attraverso territori ignoti, spazi sconfinati e orizzonti lontani.

Nel 1969, Peter Fonda prende a piene mani lo stesso spirito di libertà che permea il libro, riuscendo a riversarlo completamente in quello che può essere considerato come il road movie per eccellenza: Easy Rider.

Un viaggio spirituale tra le highways americane

Il rombo fiammante di due motociclette, la puzza di sigarette che continuano a essere accese, folate di vento che scompigliano dei lunghi capelli malamente nascosti in un casco. Queste sono alcune delle immagini che vengono subito in mente pensando a questa pellicola, che anche grazie a quest’iconografia immediatamente riconoscibile, può essere annoverata di diritto come uno dei manifesti della cultura beat.

Indubbiamente Easy Rider è un film sul viaggio: quello fisico, che i protagonisti compiono sfrecciando sulle due ruote; ma soprattutto mistico e sensoriale. Iconica è, in questo senso, la scena in cui i protagonisti Wyatt e Billy, assuefatti dalle droghe, vivono un intenso “trip”, ballando tra le statue di un cimitero, pronunciando monologhi lisergici, e abbandonandosi completamente alle proprie sensazioni, pulsioni ed emozioni.

Nel film, la strada non fa solo da sfondo pittoresco che accompagna le avventure dei personaggi, ma diventa una vera protagonista. A lei infatti sono dedicate lunghissime inquadrature, capaci di catturare panorami mozzafiato su e giù per la celeberrima Route 66.

Questi valori abbracciati dal film, alla base della beat generation, saranno presto i prodromi della nascente cultura hippie, che in poco tempo rivoluzionerà il mondo, in una spirale di amore libero, moda floreale e pantaloni a zampa.

Le tracce… musicali

Fuori dal contesto filmico, tra le migliaia di canzoni che parlano del viaggio, due in particolare interpretano in modo differente il significato di strada.

Born to Run di Bruce Springsteen, ad esempio (seppur uscita un decennio dopo rispetto all’epoca beat, ma sembra nei valori portarne dietro l’eredita), vede la strada come una via di fuga. Il correre verso un qualcosa di ignoto, ma comunque rassicurante e liberatorio, sembra capire perfettamente la voglia di rivalsa sociale dei giovani di quegli anni.

Prima di raggiungere il successo mondiale diventando “The Boss”, Springsteen è solo un ragazzo che proviene da una piccola cittadina del New Jersey, e per questo sa bene cosa significhi sentire la necessità di cambiamento.

“We’ll run ‘til we drop, baby, we’ll never go back, cause baby I’m just a scared and lonely rider. Everybody’s out on the run tonight”.

Quando canta questi versi, Springsteen riesce a cogliere perfettamente il senso di inquietudine di quei giovani che vorrebbero solamente partire alla volta di nuovi scorci, come se scappare fosse l’unica soluzione possibile per sfuggire da una vita ordinaria in cui si ha la paura di rimanere intrappolati.

In completa contrapposizione con questa interpretazione, John Denver e la sua vellutata voce chiedono alla strada di riportarlo a casa. Take me home, country roads è un inno dedicato a chi vuole tornare in un posto dove si è lasciato un pezzo del proprio cuore, a chi ha viaggiato tanto ma vuole riabbracciare la propria terra, a chi si commuove ripercorrendo con la memoria (e un po’ di nostalgia) i luoghi che, inevitabilmente, hanno definito la persona che si è diventati.

La strada si biforca

È interessante notare che nel cinema, così come nella musica o negli altri media, la strada rappresenti spesso un chiaro bivio.

Le chiavi di lettura sono ovviamente molteplici, ma a volte il significato si può restringere a una particolare dicotomia: se in alcuni casi la strada rappresenta il rischio di lasciare un qualcosa di certo ma opprimente, in altri è invece vista come un porto sicuro in cui poter attraccare la propria ancora.

Ogni strada può rappresentare entrambe le direzioni, dipende solamente da come decidiamo di percorrerla.

Come ben testimonia Easy Rider, del resto, il vero obiettivo non è raggiungere la destinazione prevista, ma godersi il percorso. La meta finale è solo un pretesto per continuare a viaggiare, talvolta non importa neanche dove, l’importante è andare.

Durante il viaggio potremmo perdere la rotta principale, tornare indietro, incontrare ostacoli, scoprire qualcosa di più su chi siamo, o semplicemente sentire il rumore dei passi che scandiscono il cammino.

Esattamente come i giri di un motore accompagnavano i centauri a due ruote degli anni ’50, o come i battiti nel cuore di giovani rivoluzionari che sognano un domani migliore, dagli anni ’50 a oggi.

di Lisa Zambon

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