L'ombra di Pinocchio

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Lady Viova

Insopportabile Pinocchio. Nasce e fa su un casino. Manda in prigione il povero Geppetto, fa i capricci ogni due per tre, uccide il Grillo (anche se forse lui un po’ se lo meritava), scappa, promette promette e non mantiene.
Pinocchio mi è sempre risultato insopportabile: non il Pinocchio dall’aria innocente della Disney, ma il Pinocchio sbruffone e irresponsabile delle prime pagine di Collodi. È un burattino ribelle: ma dei ribelli autentici, quelli che danno fastidio davvero, che non si limitano a gridare qualche parola di rivoluzione al vento per accogliere consensi. E forse è proprio questo il punto: Pinocchio è insopportabile perché è un anarchico. È un anarchico e noi non lo siamo, e se lo siamo stati ce ne dimentichiamo. Ma Pinocchio in fondo è buono, e nonostante tutto glielo devo ammettere, dopo un paio di letture: si sacrifica per l’amico burattino appena conosciuto al teatro di Mangiafoco, salva la vita al cane che rischia di annegare, si porta sulle spalle, come Enea con Anchise, il suo povero padre, nel buio del pescecane. Pinocchio ci sembra insopportabile perché lo vediamo con gli occhi dell’insopportabile Grillo, che distribuisce morale. Con gli occhi dell’insopportabile Fatina, che finge di salvarlo ma lo ricatta di continuo. E se provo a indossare un paio di occhi incavati nel legno, se provo a immaginare un mondo pieno di avventure e delle voci che mi dicono cosa devo fare, allora Pinocchio diventa un po’ più sopportabile e io divento un po’ più bambina, e corro dietro alle farfalle, e mi arrampico sugli alberi, mentre tutto attorno il mondo mi dice che saranno i soldi a rendermi felice e che essere adulto è il mio unico obiettivo.

Pinocchio ha i suoi sogni da anarchico bambino: non ne capisce ancora della vita, che purtroppo ha le sue condizioni a cui non possiamo sfuggire, ma è lieve, ingenuo, pieno di fiducia nei confronti di chi gli sta accanto, pieno di spontaneità. E soprattutto Pinocchio è il simbolo della libertà, la vera libertà.
Ma lo sappiamo tutti come va a finire la storia del burattino, lo sanno anche coloro che non l’hanno mai letto, o non hanno mai visto film e cartoni: Pinocchio si trasforma in un bambino. Pinocchio diventa umano, e in questo diventare umano… diventa adulto, come gli spiega bene quell’insopportabile Fatina. Allora alla fine Pinocchio ne passa di ogni, ne combina di tutti i colori ma ci riesce, ce la fa: diventa un bambino vero, diventa un adulto. Come voleva la fatina, come voleva l’insopportabile grillo. Pinocchio smette di essere un ribelle: salva la sua famiglia, dà pure la polvere a quei due meschini del Gatto e la Volpe, studia e lavora come un matto. Lo fa per amore, lo fa perché gli hanno fatto credere sia l’unica strada possibile (lo è? Ancora, io, non l’ho scoperto). Il lieto fine, quindi, per chi è?
Nessuna metamorfosi è mai semplice: e nessuna metamorfosi può essere evitata. Cresciamo. È inevitabile: chi riesce a non mutare, a rimanere bambino, è condannato a un’eterna solitudine, come Peter Pan. Ma Pinocchio dove sta? Nel bambino, nel burattino, in entrambi? Che alla fine è un po’ chiederci: ma noi, dove siamo? Siamo ancora noi, anche se abbiamo salutato la nostra infanzia, se abbiamo accettato compromessi, se alla fine, anche se ce l’abbiamo messa tutta, siamo cresciuti, anzi, l’abbiamo proprio desiderato con tutto noi stessi di diventare adulti (noi che ora, malinconici, guardiamo indietro)? Dove siamo, dov’è Pinocchio?

Roberto Innocenti disegna un inquietante burattino di legno accompagnato da un bambino sorridente: chi vede un lieto fine, alzi la mano. L’ombra di Pinocchio però rimane, là dietro. L’ombra non lo abbandona, nonostante l’atmosfera di morte profondamente grave che aleggia nella stanza. Benji Davies, per la rivista Andersen, in un’atmosfera allegra e dolce, disegna un burattino di legno che proietta l’ombra di un bambino. Entrambi ci ricordano l’essenza metamorfica di Pinocchio, il suo significato, il motivo per cui ci è così vicino: per l’ombra del ricordo, del desiderio futuro. Pinocchio vuole rimanere burattino ma poi vuole diventare un bambino: diventa un bambino e sembra morire la parte di sé che lo rendeva Pinocchio. In lui vive l’infanzia primordiale, ma anche la necessità di cambiare, di incontrare l’Altro, accettarlo nonostante la perdita della propria libertà.
È così l’infanzia: ombre, libertà, paure. Incredibile voglia di vivere e paura di morire.

E in questo continuo oscillare, in questo percorso che ci porta nel mondo reale (anche se a volte meschino) degli adulti, tutto ciò che possiamo fare è di tenerci strette le nostre ombre, e non lasciarle andar via.  Di rimanere attaccati al ricordo dei sogni d’infanzia, all’anarchia di buon cuore, alla spontaneità.

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