Le Regole Cinesi

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Furibionda

Quando parlo di Cina, cioè sempre, spesso mi viene chiesto di raccontare come sia la situazione sociale in questo Paese, come vivano le persone nel difficile equilibrio tra libertà e censura. L’argomento è molto complesso e articolato quindi approfitto del Pride Month per uno scorcio sulla componente LGBTQI della Terra di Mezzo. Purtroppo oltre alla rabbia in questo articolo c’è anche tanta amarezza per una condizione che come in molte altre parti del mondo, ha ancora molti, troppi, miglioramenti da ottenere.
Ma cominciamo dalle notizie più positive: anzitutto, questo mese è molto sentito dalla comunità cinese LGBTQI. Questo è infatti l’undicesimo anno in cui si celebra a Shanghai il Shpride, un evento che dura vari giorni e include feste, mostre, talent show, conferenze e moto altro. Sempre su quest’onda segue anche ShanghaiPRIDE Film Festival: otto giorni di cinema che pervade la città di colori e pari diritti dai grattacieli più moderni ai consolati.
Anche a ottobre tornano spesso manifestazioni simili, soprattutto a Taiwan, ma la Cina in generale non riconosce ancora diritti alla comunità LGBTQI.
Nonostante l’omosessualità non sia più illegale dal 1997 e sia stata rimossa dai disturbi mentale nel 2001, l’approccio del governo cinese è di rimanere tendenzialmente in silenzio.
Silenziosamente però, è ancora considerata immorale dal governo e un argomento che non dovrebbe comparire a livello mediatico. La maggior parte delle rappresentazioni LGBTQI sono stigmatizzate come perversioni corrotte e legate a modelli diseducativi.
Il silenzio unito a un tacito disprezzo porta dunque a discriminazioni e mancanza di riconoscimenti ufficiali.
Il matrimonio è definito come unione tra uomo e donna, e pur essendoci una compagine sempre più grande di popolazione che domanda legittimazione, non sono stati fatti passi avanti di nessun genere.
L’unica eccezione vale per il cambio di sesso tramite operazione, al quale è consentito far seguire un cambio di genere sulla carta di identità e ciò rende conseguentemente possibile il matrimonio “tradizionale”.

Un piccolo faro di speranza è tuttavia rappresentato dalla Repubblica di Cina, ossia Taiwan (che ricordo non essere riconosciuta come ente indipendente dalla Cina), che è riuscita a rendere legale il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Si tratta di una conquista recentissima che risale all’appena trascorso maggio e che ha portato Taiwan a diventare il primo stato in tutta l’Asia a raggiungere un simile traguardo.
La Cina continentale invece continua a essere molto ambigua nel suo mutismo alternato a momenti di inquietante regressione e oppressione mediatica.
Se da una parte non esistono politiche ufficiali di discriminazione, dall’altra invece la censura ha colpito negli scorsi anni prodotti televisivi e cinematografici, perché portatori di modelli inadeguati al concetto di famiglia tradizionale uomo-donna.
Una delle ultime vittime è stato il successo mondiale Bohemian Rhapsody, che è andato in onda nelle sale cinematografiche cinesi solo dopo aver subito una pesante censura.
Esistono tanti altri casi molto recenti che fanno preoccupare sui possibili sviluppi futuri in termini di diritti, come quel che è successo a Tianyi, l’autrice di una saga omoerotica condannata a 10 anni di reclusione per la sua opera. L’accusa è stata in realtà quella di pornografia (illegale in Cina), non essendoci leggi appunto che condannino direttamente l’omosessualità.
Ciò che preoccupa è proprio questo, perché se da un lato non esiste nulla di ufficiale contro la comunità e le tematiche LGBTQI purtroppo sussistono ancora molti casi nei quali è difficile far valere diritti anche solo di espressione perché governo e censura sono sempre pronti a calare con “scuse” che di fatto limitano la libertà o peggio.
Solo nell’ultimo anno sono stati chiusi forum e portali a tema LGBTQI che continuano fortunatamente a risorgere e a riemergere, sotto varie forme e senza demordere.
Comprendere la Cina e i suoi meccanismi è molto difficile, sia culturalmente sia per i pochi elementi che riescono a passare attraverso l’informazione ufficiale, tuttavia, una piccola speranza è affiorata quando Taiwan ha dichiarato legale il matrimonio omosessuale.
Il Quotidiano del Popolo, infatti, organo di stampa ufficiale del governo cinese, ha twittato la notizia commentando con una gif “Love is love”: forse è solo un tentativo di accaparrarsi consensi senza fare nulla, forse una breccia verso il futuro, ma sicuramente la battaglia continua.

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