La scuola distruttiva

Sono già passati tre anni da quando scrivevo questo.
Ogni volta che si parla di scuola, ho un impellente senso del dovere che mi impone di dire la mia, di esporre cosa sto facendo, da anni, per cambiare questo mondo… e cerco di trattenere il fiato e andare oltre tutto ciò che di orrido ho vissuto in prima persona a causa dei miei insegnanti, di non lamentarmi poi troppo di quel che è stato perché è con l’esempio positivo che si va avanti.

In più ci sono tantissime cose da tenere in considerazione, ci sono insegnanti bravissimi e competenti, ci sono alunni e soprattutto genitori che dovrebbero essere appesi per i piedi… Inoltre la categoria degli insegnanti è estremamente permalosa, e se dovessi parlare male di loro, finirei sulla gogna. Infine, ultimo ma non ultimo, detesto la comunicazione solo negativa, solo distruttiva, volta a umiliare e blastare pubblicamente chi anche se lo merita. Perché ci sono fior fiore di esempi negativi, che portano la distruzione anche nel proprio nome, giusto per capire la sottigliezza degli individui, ma che ho sempre trovato di cattivo gusto.

Però, questa volta il mio obiettivo è preciso e, ribadisco, lo so che ci sono anche esempi positivi, lo so che non è bianco o nero, ma non si può sempre andare per il sottile.

Non voglio essere costruttiva, voglio distruggere.

Perché è solo dalla distruzione che poi si può ricominciare a costruire, per questo mi piace tanto Shiva.
Basta sottigliezze, basta “Eh ma se si offende” … voglio solo denunciare e parlare in maniera chiara e inequivocabile del disastroso disagio di questo mondo. Perché so che non è un disagio solo mio, so che non è un disagio di cui si parla abbastanza, perché solo i casi eclatanti hanno risonanza, ma il problema è che l’eccesso attira l’attenzione, ma poi si spegne, perché finisce in quel picco. Il problema è lo stillicidio che affligge molte più persone.

Partiamo dalle scuole elementari, per esempio, dove ho sviluppato tanti di quei traumi che mi servono almeno tre o quattro reincarnazioni per superarli.

Sono arrivata a scuola che sapevo già leggere e scrivere e questo era inaccettabile per la maestra Angela.
Io e Luca, per di più figlio di testimoni di Geova e unico esentato dall’ora di religione -e per questo ancora più bullizzato di me- abbiamo osato dire che sapevamo già scrivere.

Abusi verbali continui perché eravamo un po’ più avanti degli altri. Per una roba tipo cinque minuti visto che imparare a leggere e scrivere non è che sia la cosa più complessa ed elevata che un insegnante dovrebbe farti apprendere.
È alle elementari che ho imparato che se sei intelligente, devi essere per forza brutta e incapace di fare lavori manuali.

Alessandra, quel lavoretto quanto ci metti a farlo? Cosa fai con quella faccia lì? Dai cosa ci vuole imbranata, incolla le due cose insieme, sei stupida? Sarai brava a leggere ma sei lenta in tutto il resto. Lumaca, tonta, lenta, imbranata, goffa, incapace. Manualità zero eh.

Alessandra, vai a prendermi la scatola delle matite nell’armadio in classe.

Eravamo nel laboratorio di disegno.
Tornata, in classe, non c’erano matite, non c’erano scatoline. Io sudavo, volevo piangere e vomitare.
Mi avrebbe urlato in faccia che ero stupida e imbranata. Davanti a tutti. Di nuovo.
E così è stato quando sono tornata senza trovare le cose.
Ha riso, hanno riso tutti.
Una due, non so quante altre volte sia successo.
Finché non ho capito che le nascondeva, la puttana, per non farmele trovare.

Del resto sono arrivata a scuola che sapevo già leggere e scrivere, me lo meritavo.

Anche se l’affronto più grande è stato cominciare a suonare il pianoforte. Ed ero brava, oh cazzo quanto ero brava. E quando ho superato in bravura la sua amata figlia Sara, iniziando a vincere concorsi in quarta elementare, la guerra è stata ancora più aperta.

Il risultato è stato che ogni mattina vomitavo o avevo così tanta nausea da essere paralizzata e non riuscire a scendere dalla macchina. Mia mamma ha sempre cercato di farmi capire che era “solo un trauma psicologico”.

Fortuna che l’ho capito, così fino ai 20 anni circa, quando ero a casa di qualcuno, la reazione a “Prendi pure da sola un bicchiere in cucina” era la paralisi.
Povera mamma, in realtà ha cercato davvero di convincermi che non era grave perché se non dava peso alla cosa, la cosa non avrebbe avuto peso.
L’ha capito tardi anche lei, che gli abusi verbali, anche quelli del mio maestro di pianoforte, mi avevano ormai segnata troppo.

Non sei abbastanza, non sarai mai abbastanza.

Potrebbe essere il motto di qualsiasi “adulto” io abbia incontrato dai sei ai diciannove anni.
Questa è stata la mia scuola. E non è la sola storia questa delle elementari, le storie vanno avanti e si spostano dalla scuola, alle aule di musica, ai piani alti dell’università…  Ho taciuto, ho tenuto per me una quantità di abusi e traumi che sicuramente tantissime altre persone hanno subito.

Ma tacciamo.
Perché in fondo ne siamo usciti, in fondo stiamo bene, in fondo la nostra vita è normale.
Perché chi si lamenta per niente dà fastidio. In fondo che è successo?
La parola trauma ci rompe le scatole. E poi cos’è un trauma? Una maestra che ti sgrida? Dai, che esagerazione.
In fondo, c’è chi sta peggio.
In fondo, non abbiamo di che lamentarci.
Ma in fondo, in fondo, ci sono cose che vanno dette. Che vanno condivise. Perché ci fanno sentire meno soli, perché un “anche a me è successo” anche su una piccola cosa, ti fa sentire meglio, a volte ti fa superare anche un piccolo trauma.
E in fondo in fondo, questa comprensione è sempre più diffusa, per fortuna. Ma non bisogna fermarsi ora che inizia a esserci, anzi, bisogna parlare di più, il più possibile, per capire e far capire che le azioni, le parole, hanno conseguenze.
Non vuol dire cadere nel “Non si può fare o dire niente”, perché

se una parola sbagliata o un tono di voce sbagliato scappano a tutti, non significa che allora reiterare comportamenti abusivi sia la stessa cosa.

Perché se una maestra che ti urla in faccia “è normale”, come reagisci tu, determina la tua normalità.
Determina il tuo senso di fiducia e il tuo senso di “normale”. E se hai persone meravigliose intorno che, consapevolmente o meno, ti fanno superare i tuoi traumi, allora la tua normalità sarà sana.

Ma non tutti sono fortunati, non tutti riconoscono il trauma, non tutti lo superano. E la loro normalità farà schifo. Loro faranno schifo probabilmente.
E magari solo perché in prima elementare sapevano già leggere e scrivere.

di Alessandra “Furibionda” Zanetti

Alessandra Zanetti
Alessandra Zanetti
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