Intervista a Roberto Saviano, tra perdita di libertà e forza di parola

Il racconto di un lato oscuro dell’Italia. Quei tasselli che, troppo spesso, vengono riposti sotto strati di silenzio e diffidenza. Ci vuole coraggio per poter barattare la propria libertà fisica con quella della parola.

Così, quando ho incontrato Roberto Saviano al Salone del Libro di Torino, ne ho potuto ammirare la forza e la potenza di pensiero. Un uomo che mi ha confidato di credere di aver sbagliato tutto nel suo percorso di vita, eppure con la sua comunicazione è stato in grado di cambiare la visione sociale di tantissime persone, che prima si voltavano semplicemente dall’altro lato davanti a fatti tanto bui quanto sanguinosi del proprio paese.

Raccolta su di un divanetto, ho parlato con lui. Accanto a me, i direttori Daniele Daccò e Roberto Gallaurese, a reggermi le spalle.

Una conversazione privata, quasi intima, di ciò che sono turbamenti e difficoltà della vita sotto scorta, della bellezza dell’arte e di una società che sta imparando ad ascoltare verità il più delle volte scomode. Un dialogo privo di filtri, confidenziale, che mi ha emozionato e spero possa emozionare chi legge.

Di seguito, la mia intervista a Roberto Saviano in esclusiva per Niente da dire.

Chi è Roberto Saviano?

E non parlo del lato pubblico, ma di come ti senti tu nel mondo.

Qualunque risposta sembrerebbe troppo da vittima o troppo sicumera. Sono troppo confuso, si affastellano troppe pressioni, quindi rispondo così: sono napoletano, sono un uomo di 44 anni che crede di aver sbagliato tutto e spera in una seconda occasione per campare.

Cosa ti ha spinto a portare a galla un lato così oscuro dell’Italia?

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Rabbia, in continuità col territorio in cui sono nato: difficilissimo, pieno di sangue. Difficile anche da subire in silenzio.

Poi anche l’ambizione: pensare che le parole letterarie potessero incidere quasi istantaneamente sulla realtà che volevo cambiare. Avevo 26 anni e questa fiducia era fideistica, totale, irrazionale, assoluta. La parola letteraria come strumento in grado di denunciare e quindi unire l’informazione al canto.

Mi sono fatto malissimo. La punizione per questa ambizione è stata totale.

Quindi perdita di libertà

Perdita di libertà e fiducia nelle persone.
Perdita di libertà…dirò una parola che rare volte posso pronunciare: perdita di libertà a favore dell’arte. L’arte è un dispiegamento di forze creative, che spera di modellare la realtà rendendola argilla. E quindi tirare fuori una forma di verità nuova.

Non so più cos’è successo, so solo che sono stato travolto, che sono travolto.

Qual è la cosa più grande che hai perso da quando sei sotto scorta?

La fiducia nelle persone, non mi fido di nessuno, assolutamente. Nonostante abbia molte prove di affetto, di bene, a volte più raramente persino d’amore. Lo sento nelle persone, in alcuni miei familiari.

Non riesco a fidarmi di nessuno. Tutti possono essere una minaccia in ogni istante: avvicinarti per curiosità, avvicinarti per ottenere qualcosa, manipolarti, raccogliere un’informazione, usarla, venderla.

Da quando hai iniziato a oggi, hai notato dei cambiamenti a livello di consapevolezza nell’italiano medio?

Sì, quello è stato il risultato. Tanta consapevolezza, coscienza diffusa, addirittura i telegiornali sono cambiati.
In questi anni la scaletta dei telegiornali è cambiata anche grazie all’impatto che ha avuto il raccontare determinate storie. Questo sì, il cambiamento c’è stato, c’è stato fortemente. C’è stata poi la trasformazione anche di Napoli, che è stata merito di molti di noi.

La cazzata di dire che “diffamavamo la nostra città”, che io diffamavo Napoli, è resa palesemente falsa dal successo della città stessa. Tutti vogliono andare a Napoli, letteralmente: la città con più bimbi d’Italia. Se l’avessimo diffamata, le persone scapperebbero, no? E questa è la prova che invece illuminare ha significato realmente trasformare, incuriosire.

Anche illuminare il male!

Pensare alla stupidità che “se parli del male, le persone scapperanno”, invece è tutto il contrario. Le persone capiscono e capendo si avvicinano.

redazione niente da dire e saviano

Hai usato la parola arte e in effetti hai anche utilizzato molteplici mezzi di comunicazione differenti per il tuo messaggio. Dal giornalismo ai libri, fino ad arrivare anche alle graphic novel e al teatro.
Qual è il mezzo che è stato più efficace o comunque che ti ha dato una risposta di pubblico più coinvolgente? Se penso, ad esempio, alla graphic novel, penso anche a una realtà più giovane: quindi i ragazzi ti ascoltano, hanno recepito il messaggio, cercano un cambiamento anche attraverso la tua arte?

Sì, la graphic novel mi ha portato a un pubblico molto giovane. Il teatro mi porta a un pubblico diverso, per esempio, che vuole vedere, travalicando la mediazione generata dal vetro dello smartphone. E poi c’è la radio, Instagram, YouTube, il cinema e le serie.
Laddove c’è uno spazio di comunicazione, lì arrivo. Il messaggio cambia a seconda del media che lo ospita.

Quindi sì, non esiste uno spazio più efficace dell’altro, ma esiste una diversità di distribuzione di quel messaggio.

Roberto, cosa ti lascia senza Niente da dire?

Io adoro il silenzio dei musei. Ho un modo tutto mio di guardare i musei.
Detesto andare nei musei a vedere tutto in una volta, è un errore e un orrore. È come quando si va in biblioteca: tu non vai a leggere tutti i libri in una volta. Non riesci neanche a leggerne tre di fila.

La pinacoteca e la biblioteca non sono così tanto distanti: perché andare a vedere forzatamente tutto insieme? Io vado e mi do una regola: scelgo tre opere che so che sono lì e che voglio vedere e due che individuo all’ultimo istante. Rimango circa mezz’ora a contemplare ogni quadro od opera.

Questo significa portarti quel museo dentro e non ho parole: nel senso che non argomento, non lo racconto. Forse se c’è una persona a cui voglio bene inizio un po’ a parlarne e a condividere quello che sento. Ma è così che si guardano i musei per me, no? E infatti nello stesso museo, quando sono ospite in una città, ci vado anche cinque volte, perché ogni giorno mi scelgo delle opere differenti da contemplare.

E poi vai via, devi andare via, pieno di quelle opere lì. Basta, non devi vederne altre. Devi puntare lo sguardo a terra.

E quindi l’arte mi lascia senza parole.

 

Miriam My Caruso

Miriam Caruso
Miriam Caruso

Caporedattrice di Niente da Dire, è giornalista pubblicista dal 2018, nel campo nerd, divulgativo e musicale.
Nel 2018 fa il suo ingresso nel digital marketing grazie ad Arkys, verticalizzandosi nella SEO e imparando a mettere a punto strategie di marketing per le aziende.
Nel contempo si laurea in Comunicazione e Tecnologie dell’Informazione nel 2020, acquisendo la lode con una tesi antropologica dedicata al Cannibalismo e agli Zombie di Romero. Nel tempo libero, per non cambiare strada, scrive racconti e gioca a giochi da tavolo e canta, sotto la doccia, fuori, ogni volta che può.

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