Il “codice” dei Pirati

Esiste un codice tra i pirati.
Un insieme di regole che ne disciplinano il comportamento, specie nei rapporti con gli altri. Il suo rispetto non è imposto da alcuna legge, ma il mancato adempimento comporta una generale disapprovazione, solitamente seguita da un isolamento del soggetto e talvolta dalla richiesta di sospensione di alcuni servizi a lui concessi. In casi di gravi e continue violazioni il trasgressore è punibile con il “ban”.

Se pensavate che stessi parlando del Codice Piratesco, non avete sbagliato di molto. In effetti ci sono alcune somiglianze, il che, da un certo punto di vista, potrebbe dare da pensare. Tuttavia, quello a cui mi sto riferendo oggi è un altro tipo di codice destinato a un genere diverso di pirati. Per dirla tutta il termine pirata, associato a questo contesto, sarebbe improprio, per non dire offensivo, e prima di proseguire credo sia necessario fare le opportune distinzioni.

Cracker e hacker, differenze e analogie

Sarò capitato anche a voi di sentire la parola hacker associata a un presunto crimine informatico, o più raramente il termine usato è stato cracker.
In altre parole, pirata informatico.

Eppure, le due figure sono molto diverse tra loro.  Non esattamente quanto tra un Pirata e un Corsaro, ma ci sono senz’altro alcune sottili analogie. Per farla breve, l’hacker è quella figura che non danneggia in modo intenzionale i dati di un sistema informatico, mentre il cracker, al contrario, agisce di proposito per fare danno.

Un punto di riferimento per gli hacker di tutto il mondo è il Jargon File, un documento originariamente redatto da Raphael Finkel della Stanford University e attualmente mantenuto da Eric S. Raymond, un esponente della cultura hacker. Esso è essenzialmente un vocabolario del gergo usato dagli hacker e dai professionisti dell’Information Technology, ma contiene anche definizioni e regole di buona educazione da rispettare in rete.

La Netiquette.

Netiquette è una parola inglese che unisce il vocabolo inglese network (rete) e quello francese etiquette (buona educazione). Il suo insieme di regole, del tutto informali, disciplinano il buon comportamento di un utente sul web, specie quando si rapporta agli altri attraverso risorse come blog, social o i forum.

Malgrado le apparenze, non costituisce soltanto una forma di buona educazione adattata al mezzo, ma trova spesso fondamento nelle peculiarità proprie del mezzo stesso. In sostanza dietro molte di queste regole si nascondono esigenze tecniche che impongono determinati comportamenti. All’incirca come per il Codice Piratesco, redatto al fine di regolamentare lo stile di vita dei pirati a bordo di una nave.

Malgrado non sia mai stato stipulato un vero e proprio codice, da anni l’espressione ethical hacker fa riferimento all’etica sviluppatasi nelle cyber-comunità, dedite alla programmazione informatica. Sarà lo scrittore Steven Levy a usare per primo questo termine nel libro Hackers. Gli eroi della rivoluzione informatica. Levy non è stato l’unico ad aver parlato dei fondamenti dell’etica hacker, ma è il primo ad aver documentato questa filosofia, ricostruendone le origini.

Secondo Levy, furono alcuni studenti del M.I.T., impegnati nella programmazione su un IBM 704, a segnare le prime tappe della cultura hacker. Nel loro linguaggio comune con “hack” si intendeva un progetto in fase di sviluppo o un prodotto realizzato a scopi costruttivi, con riferimento a un forte piacere dato dal coinvolgimento in esso.

Nei primi anni Ottanta alcuni sostenitori dell’etica hacker diedero vita al movimento per il software libero e anche questo, seppure in senso lato, non si discosta molto dall’etica piratesca, se ci pensate bene. Il concetto di open source prevede di poter accedere ai codici sorgente di un software, per poterli migliorare e adattare ad altri progetti in una sorta di collaborazione aperta e continua, mentre i pirati, dal canto loro, prendevano decisioni in maniera collettiva. Non esisteva un leader assoluto, a parte in combattimento.

I principi generali su cui si basa l’etica hacker sono: condivisione, apertura, decentralizzazione, libero accesso alle tecnologie informatiche, miglioramento del mondo.

Quelli su cui si basa il codice piratesco sono in una certa misura molto simili. I beni rubati venivano suddivisi, il comandante era eletto dalla ciurma per effettuare le scelte relative alla conduzione della nave. Tutti avevano diritto di voto, accesso alle armi e dal loro punto di vista, depredare gli altri, migliorava il mondo.

Quello dei pirati, se non altro.

di Alessandro Felisi

Alessandro Felisi
Alessandro Felisi

Attore, drammaturgo e scrittore di romanzi per ragazzi: è la mente dietro le mappe della redazione.

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