Editoriale: i due volti di Barbie, amica e idolo narcisista

Quando si è piccini, il mondo sembra un posto gigante tutto da scoprire e testare. Ogni nuova attività diventa una scoperta sensazionale e i giocattoli sono il modo che si ha per mettere alla prova ciò che ci circonda.

Da piccola, ricevetti abbastanza barbie da creare una famiglia di amiche e comparse, con cui testavo le situazioni che vedevo da occhi ancora troppo meravigliati, sotto la frangetta tagliata malamente da mia madre.

Osservavo quelle bambole e immaginavo milioni di situazioni, abiti, interazioni. Prendevo le scatole vuote, prima che i miei potessero buttarle, e diventavano stanze, ville, appartamenti. Persino i ritagli di legno, che mio padre portava dalla falegnameria, trovavano nuovi scopi in letti un po’ storti e dipinti decorativi da incollare alle pareti di carta delle casette delle mie bambole.

Farle il bagno, cambiarla, cucirle gli abiti e darle una carriera.

Così mettevo alla prova il mio mondo. Immaginando di crearne altri miliardi in un piccolo contenitore di cartone.

Ma com’è nato tutto?

Barbie, il regalo di una mamma alla propria bimba

bimba gioca con barbie

Tanti tanti anni fa, in una galassia lontana lontana chiamata America, una mamma decise di progettare un nuovo giocattolo per la sua bambina.

La piccola soleva giocare con dei piccoli ritagli di giornale raffiguranti le dive di Hollywood e le modelle dei red carpet, sognando a occhi aperti il mondo adulto. Non voleva interpretare la mamma di un bambolotto o la moglie che attende col suo bimbo tra le braccia il rientro del marito a casa. Desiderava un’amica, una zia, una sorella con cui giocare, in formato ridotto.

Così, prendendo libera ispirazione dalla bambola tedesca Bird Lilli, la mamma decise che avrebbe dato alla sua bimba una bambola che potesse avere un corpo esile e formoso, simile a quelli delle celebrity che tanto adorava, un sorriso dolce e le mille carriere di una donna ambiziosa.

Così, nacque Barbie.

Ruth Handler non si aspettava neanche lontanamente che la bambola dedicata a sua figlia Barbara potesse diventare la storia dell’infanzia scritta in tantissime case sparse per il mondo.

Ad oggi, oltre a risultare imbattuta tra le preferenze del pubblico, sta ampliando sempre più la sua poliedricità in stili, forme, personaggi famosi, abiti sensazionali e quant’altro. Anche lei reduce e testimone di una parte della società che è riflesso delle grandi masse.

Se, da bimba, ho vissuto questo simulacro di femminilità come la sperimentazione del mondo esterno, una proiezione di ciò che io stessa avrei voluto diventare, ovvero una donna indipendente e che sapeva il fatto suo nel mondo tralasciando il fattore puramente estetico e superficiale, dall’altro vi è un lato oscuro. La sindrome di barbie.

Sindrome di Barbie, un giocattolo che è ossessione

modella barbie

Su un lato della luna si staglia il desiderio di indipendenza e il sogno di ricreare tantissime avventure diverse in scala ridotta, ma dall’altra vi è l’inevitabile scontro verso ciò che del mondo rosa ne è il risvolto negativo.

L’infante prende, sovente, a modello ciò che lo circonda e con cui impara a conoscere il mondo. Il fisico di barbie, dalla vita stretta e il fascino senza età, sono dei topoi che si cristallizzeranno nei modelli estetici di chi si confronterà nella sua crescita con lo specchio.

Accade che una bassa autostima, un disagio verso il proprio aspetto o la non accettazione del riflesso del proprio corpo potrebbero portare a voler desiderare di essere un’altra identità. Quel corpo non è il mio, se non lo adorno di fasce strette e la vita non si restringe esattamente come quella in plastica.

E non si è più unici, ma ci si nasconde dietro uno stampino di plastica pur di sfuggire alla propria insoddisfazione, rinunciando al bene più prezioso che un uomo possa avere: la libertà.

Il distacco con la realtà, l’ossessione per l’alimentazione controllata, lo stile deformato da un concetto di ricerca della perfezione, l’interruzione della comunicazione. Una condizione che rende invalidante nei rapporti con l’esterno.

E si cerca di diventare “La donna perfetta“, come il simulacro di Nicole Kidman nella pellicola del 2004, o ricreare le situazioni a misura di tè con le amiche, come in “Don’t worry darling” (2022).

Il corpo diventa idolo e tiranno, una religione narcisistica e senza divinità che eleva l’eccesso e l’esigenza della cura di sé oltre ogni cosa. Una continua pressione, che non permette il confronto con l’altro se non nella comparazione, mosso fino all’estremo ad ogni costo.

Corpi perfetti, modellati, brandizzati, seriali.

Che se poi rallenti il ritmo, giungerà una corale esortazione al “devi volerti più bene!“. Un bene o benessere che non hanno un punto focale, un obiettivo. Bisogna saper respirare il proprio corpo, arricchirlo di conoscenza, rispettare la propria anima e saper guardare oltre il proprio naso o concetto commerciale socialmente accettato.

Del resto, giocare con una barbie è abbastanza, la propria esperienza e identità sono tutt’altra storia.

 

di Miriam My Caruso

Miriam Caruso
Miriam Caruso

Caporedattrice di Niente da Dire, è giornalista pubblicista dal 2018, nel campo nerd, divulgativo e musicale.
Nel 2018 fa il suo ingresso nel digital marketing grazie ad Arkys, verticalizzandosi nella SEO e imparando a mettere a punto strategie di marketing per le aziende.
Nel contempo si laurea in Comunicazione e Tecnologie dell’Informazione nel 2020, acquisendo la lode con una tesi antropologica dedicata al Cannibalismo e agli Zombie di Romero. Nel tempo libero, per non cambiare strada, scrive racconti e gioca a giochi da tavolo e canta, sotto la doccia, fuori, ogni volta che può.

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