Avatar, salvare Pandora per salvare noi stessi

Di solito utilizzo questo spazio per parlare di viaggi, piccole grandi avventure vissute tra un continente e l’altro ogni volta che i miei studi, passioni e professioni mi hanno portato a contatto con realtà che amo e che, di solito, si accedono con difficoltà. Viaggi fisici, quindi, ma anche emotivi, in nuovi mondi da cui portiamo, a volte, indietro qualcosa. Ed è proprio per tenere fede all’essenza di quei viaggi che oggi parlerò invece di un viaggio virtuale.

In occasione del re-release in versione restaurata, ho preso un biglietto per Avatar e sono tornato su Pandora dopo dodici anni di assenza. Non sapevo cosa aspettarmi. Insomma, non siamo mai le stesse persone che siamo state o che saremo. Per questo, certe volte, è la nostalgia a creare il piacere di una seconda visione, mentre altre volte, uno sguardo più maturo rivela la pochezza di una storia che prima adoravamo. Eppure la mia seconda visione non è stata velata da ricordi o cinismo: ha invece rivelato potenza e necessità. Nel 2009, l’emergenza climatica era una tempesta che sembrava ancora lontana, e la battaglia per l’affermazione dell’identità di genere era ancora agli albori. Ma adesso, a più di un decennio di distanza dalla sua uscita, l’opera di James Cameron sembra non solo avere ancora qualcosa da dire, ma anche maggiore urgenza di dirlo.

All’apparenza, Avatar è un blockbuster dei più classici, lo hanno affermato in molti. Ma al di sotto del suo ritmo Hollywoodiano da manuale e delle sue straordinarie scene d’azione, il film è un mito moderno, politico e sociale che parla di inversioni di pensiero e di visione, di paradossi che, tramite l’occhio, rivelano al cuore verità represse. Insomma, Avatar è, nella sua essenza, l’esatto opposto di come si mostra.

Prendiamo il suo protagonista Jake Sully (che per ovvi motivi condivide le iniziali col colono John Smith). All’apparenza, Jake è un soldato fiero, un vincente, un volto all-American d’altri tempi, i tempi dell’eroe macho del west, che sconfigge belve e indigeni e conquista la ragazza con un po’ di forza bruta. Così ce lo presenta Cameron mentre arriva su Pandora a bordo di una nave spaziale a gravità zero, e solo a quel punto, una volta atterrato, ce lo mostra in sedia a rotelle. Jake è una vittima degli stessi ideali in cui ha creduto, della narrativa all-American sopracitata, e del sistema che ha difeso a caro prezzo, un sistema che, per giunta, si rifiuta persino di pagare l’operazione che potrebbe restituire a Jake l’uso delle gambe. A meno che, certo, Jake non si faccia spedire dall’altra parte della galassia per servire il suo Paese ancora una volta.

In questo ciclo di sfruttamento c’è una triste ironia, ma Jake non se ne accorge, o, quantomeno, vi è rassegnato. Così inizia il suo viaggio nel suo nuovo corpo artificiale. È un momento emozionante quando corre per la prima volta, ma quando poi si perde nella foresta aliena di Pandora, il suo approccio all’ambiente circostante rivela un’altra brusca inversione della narrativa. Riportato agli albori dell’umanità, Jake si fabbrica subito una lancia e una torcia, è quasi l’archetipo dell’Uomo stesso mentre lotta contro i lupi alieni che lo circondano, contro il buio e la natura selvaggia. C’è una fierezza nei suoi occhi, nelle sue battute spaccone “Non ho tutta la notte, maledizione. Fatevi sotto!” Il suo nuovo corpo gli ha restituito la forza di comportarsi come il maschio alfa che era una volta, il conquistatore, il soldato che lo hanno addestrato ad essere. Pensiamo quasi di trovarci in un film a tema survival, il classico pioniere che si fa strada in un mondo ostile grazie a forza, ingegno e destino manifesto. Crede di essere in un western, e gli piace. Anzi, forse piace anche a noi.

Solo quando arriva Neytiri ci accorgiamo di quanto sbagliato fosse l’approccio di Jake. Non solo le belve lo avrebbero comunque ucciso in pochi secondi se Neytiri non fosse arrivato a salvarlo, ma quel conflitto è nato soltanto dall’intrusione dell’ingenuo soldato. Ora, Jake è comunque coraggioso, come gli dice Neytiri, ed ha una sua purezza di cuore, malgrado sia figlio di un mondo corrotto. Per questo gli vogliamo bene, e per questo può valere la pena di salvarlo.

Ma è comunque stupido e ignorante come un bambino. È Neytiri la sapiente, la mentore. Si muove senza turbare la quiete di prede o predatori, evitando la sua morte e quella altrui. Prende subito la torcia di Jake, il Fuoco dell’uomo giunto dal Cielo, e lo getta in una pozza, estinguendo in un colpo tutta la mitologia di prometeica del soldato. Ed ecco che quel gesto rivela un’altra inversione visiva e narrativa. Non appena il bagliore rosso della torcia si spegne, la fotografia di Mauro Fiore rivela la bioluminescenza dei fiori e dei mille organismi viventi che circondano Jake. Non solo. Il gigantesco pianeta azzurro attorno a cui orbita Pandora riflette così tanta luce solare da inondare tutta la foresta di un bagliore quasi liquido. Insomma, la Notte, temuta da Jake e dall’Uomo sin dagli albori, non è oscura e minacciosa di per sé. Paradossalmente, diventa ostile e si fa oscura ai nostri solo quando ci ostiniamo a combatterla col fuoco.

Tutto questo è solo l’inizio dell’esplorazione di Pandora; un nome che non a caso significa “Tutti i doni”, che rimanda all’incompresa eroina della mitologia greca e al dio immanente della natura Pan, anche lui spesso frainteso e considerato malvagio. Ed è anche l’inizio di un processo di decostruzione cognitiva, in cui passo dopo passo Jake disimparerà la logica di conquista e la cultura del profitto finanziario per riconnettersi col mondo naturale e col suo vero sé.

Ora, abbiamo già visto questa storia? Certo che sì. Piccolo Grande Uomo, Pocahontas, Balla Coi Lupi e anche Soldato Blu (un titolo che ha certamente ispirato il colore della pelle dei Na’vi). Ma come è facile notare, questi film non narrano di certo la stessa storia, solo lo stesso archetipo, il medesimo archetipo da cui nasce anche Avatar. Non è il concetto della conversione del conquistatore a dar valore al film di Cameron, non di per sé. È l’attenzione della regia ad ogni gesto e particolare, la ricchezza dell’immaginario e la sua immediata accessibilità a rendere questa versione della storia particolarmente limpida e, quindi, particolarmente necessaria.

La bioluminescenza, le connessioni neurali tra tutti gli esseri nativi di Pandora, la rete informatica che scorre attraverso il pianeta a formare un’intelligenza superiore quantificabile ma ciò non di meno comparabile soltanto ad una vera e propria divinità, questi sono tutti gli elementi di base della più grande narrativa high fantasy, dove i maestosi scenari e le molte creature e popoli vengono, sì, creati per dare spettacolo e colore, ma soprattutto per rivelare il significato e l’importanza vitale di tutto ciò che nel quotidiano diamo per scontato e che a volte uccidiamo perfino.

Cameron usa la fantascienza nel modo più nobile e didattico, mettendola in scena con un amore sconfinato per la creazione, un amore contagioso quanto la sua sincera rabbia verso quello che l’umanità sta diventando. E fa tutto questo con una serie di apparenti paradossi visivi e narrativi, che prima ci ipnotizzano e poi ci insegnano. Così come Jake, che da umano si finge Na’vi per poi diventarlo ed infine “fingersi umano” per salvare Pandora, così anche Avatar è un film nato dalla mentalità Hollywoodiana del western di conquista, che diventa una narrativa anti-sistema per poi fingersi nuovamente blockbuster al solo scopo di infiltrarsi nelle sale e cantare il suo messaggio al grande pubblico. Ci fa immergere in un mondo digitale che diventa più vero del reale, quando ci mostra il valore di quello che ignoriamo nel nostro quotidiano.

E in quel mondo, vediamo un protagonista abitare un corpo anch’esso artificiale, fino a che quel corpo non diventa ancor più reale del corpo ricevuto alla nascita, il sogno stesso dell’eroe diventa la sua verità, ricordandoci che non è tanto la realtà iniziale che determina chi siamo, ma la volontà di cambiare quella realtà e noi stessi per difendere quello che davvero conta.

“L’arte è verità” dice Adorno, “liberata dalla menzogna di essere reale.” Per questo nella condizione iniziale di Jake ritroviamo noi stessi come spettatori. Anche noi come lui, e attraverso di lui, veniamo catapultati in un nuovo mondo e, sognando, lo esploriamo con un altro paio di occhi. E quando ci svegliamo, possiamo scegliere se tornare alla nostra realtà quotidiana, la stessa realtà creata e governata dal profitto, in cui l’emergenza climatica viene beatamente ignorata e l’identità personale non riesce ancora ad affermarsi al di sopra del sesso biologico e del corpo che ci è stato dato alla nascita. Oppure possiamo decidere di iniziare a costruire la nostra realtà prima che sia troppo tardi per cambiare rotta.

Come Total Recall e Matrix prima di esso, Avatar ci mostra la natura del cinema come sogno lucido. Ma “non è mai soltanto un sogno”, dice Neil Gaiman, non se da quel mondo riportiamo indietro qualcosa e non se decidiamo di usare quel qualcosa per cambiare il nostro.

di Lorenzo Pelosini

Lorenzo Pelosini
Lorenzo Pelosini
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