Licca-Chan: la Barbie Giapponese

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Licca-Chan: la Barbie Giapponese

Da oltre 60 anni Barbie continua a mantenere il primato di bambola più famosa al mondo.
Fin dal suo lancio sul mercato è stata destinata a diventare un’icona internazionale, un fenomeno pop e un cult per intere generazioni di bambini.
Fra i diversi paesi in cui è riuscita ad approdare, il Giappone è quello che ha manifestato una grossa resistenza. Apparentemente non è mai riuscita a sfondare, rispetto a tutti gli altri oggetti provenienti dall’estero.

La ragione è da ricercare nei fattori sociali e vicende storiche accadute fra americani e giapponesi.
La Takara Corp nel 1987 decise di inserirsi nel mondo della produzione di giocattoli con una creazione che potesse essere più in linea con gli standard del paese.
Nasce così Licca-Chan, il cui nome completo è Licca Kayama, una bambola appartenente ad una linea di fashion doll con caratteristiche che tendono a rispettare quelli che erano i canoni di bellezza del periodo per le giovani donne, molto più legati alla tradizione.
Alla base della sua creazione vi è Miyako Maki, mangaka che ha contribuito in modo significativo allo sviluppo dei manga shōjo, diventando una delle autrici più popolari della sua generazione.

La Mattel (azienda statunitense storica produttrice di Barbie ) decide di unirsi a Takara per ideare un prodotto in collaborazione: la Takara Barbie.

I capelli sono biondi, ma gli occhi castani e le caratteristiche fisiche si avvicinano molto più alla versione giapponese che americana: fu un successo. Tuttavia questa cooperazione si interromperà nel 1986 e la Takara continuerà a mantenere la licenza per la produzione della bambola.

Oltre che da un punto di vista estetico, le due bambole si differenziano anche per quel che riguarda gli aspetti sociologici. Barbie rappresenta per buona parte delle persone un modello irraggiungibile, quasi eccessivamente perfetto, mentre Licca si avvicina molto più alla quotidianità. La prima si basa su di un ideale, la seconda sulla realtà tipica della società del periodo.

L’abbigliamento gioca un ruolo altrettanto importante.
Spesso le madri giapponesi ricorrevano agli stessi materiali utilizzati per cucire gli abiti delle figlie per creare dei coordinati alla bambola, permettendo un livello d’immedesimazione maggiore.
Rispetto alla controparte americana, che continua a rispecchiare uno stile di vita molto più adulto.

Evoluzione del personaggio nella società contemporanea

Negli anni 70-80 con l’evoluzione dei manga per ragazze anche l’aspetto della bambola cambia e si adatta. I capelli dal castano, nero o biondo passano a tinte molto più inusuali, come il blu, rosa o simili. Il tutto finisce per assumere un valore puramente estetico, eliminando ogni riferimento etnico. Questo concetto rimanda al fatto che spesso in passato, in diversi manga o anime si tendeva a rappresentare gli stranieri tipicamente biondi o con gli occhi azzurri.

SuperDoll Rika-Chan

SuperDoll Rika-Chan – Anime del 1998

Ed è proprio in questo periodo che iniziano a spuntare i primi anime ispirati a Licca. Fra questi i più famosi sono i 3 OAV usciti fra il 1990-91 e la serie del 1998 ” SuperDoll Rika-Chan” un anime mahou shoujo (serie con maghette o streghette) prodotto da Madhouse composto da 52 episodi e trasmesso in Italia su Rai2 nel 2001.

In questa versione Licca veste i panni di Rika Kayama, una bambina che frequenta la scuola elementare: ha tanti amici e ama giocare con le bambole. E proprio la passione per le bambole che renderà la sua vita speciale. Scopre, infatti, di avere un qualche legame con il “Regno delle Bambole”, un magico e misterioso mondo che la porterà a vivere diverse e particolari avventure.

Il personaggio ha ispirato anche un manga, scritto e disegnato da Mia Ikumi, nota soprattutto per essere stata l’autrice di Tokyo Mew Mew. L’opera è composta da 2 volumi, editi in Italia da Dynit nel 2003, e ripercorre in modo abbastanza fedele le avventure della serie animata.

Licca-chan rappresenta un’interessante spaccato della cultura giapponese. Continuerà senza dubbio a essere amata nelle generazioni a venire.

di Federica Curcio

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