Un ciclo che non si spezza

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Un ciclo che non si spezza

Avevo iniziato un percorso, l’avevo continuato ed esso poi si era interrotto.

Questa frase la posso applicare a molti momenti della mia vita, ma solo uno mi ha distrutta davvero.
Almeno con la stessa intensità con cui ti distrugge un amore adolescente che finisce.
Perché il distruggersi e lo struggersi per qualcosa esistono solo se non ne capisci i motivi. Tutte le mie vecchie ‘me’, tutti i miei percorsi passati, tutte le scelte -buone o cattive- che ho compiuto, ho sempre saputo che mi avrebbero portato avanti e “di lato”, non al mio punto più alto, semplicemente un po’ più in alto e un po’ più “di lato”. Non erano le scelte perfette, erano piene di imperfezioni. Le vedevo nel tragitto, sempre più evidenti.

E ogni volta che ti trovi a percorrere una strada che a un certo punto trovi sbagliata, ti chiedi “ma perché cambiare ora con tutto quello che ho percorso fino ad adesso?”
Allora per non “buttare via” quello che si è fatto, vi si rimane incollati finché non diventano sabbie mobili e allora lì o soccombi o ti accorgi che devi cambiare strada. Non una strada lontana, non si tratta di gettare tutto via.

Questo significa crescere, o meglio, questo ha significato per me.

Sono cresciuta osservando e imparando a non gettare al vento gli sforzi compiuti. Però allo stesso tempo, mi sono sempre ritrovata punto e a capo.
Mi impegnavo vita-morte-miracoli in qualcosa, questa cosa mi deludeva o mi stremava, e poi dovevo cambiare vita.
È successo una, due, dieci volte. Forse di più. Forse di meno in maniera plateale, forse decine di più in maniera impercettibile.
Come in un ciclo.
Come in un loop eterno di impegno, frustrazione e abbattimento.
Poi mi sono guardata dall’esterno, intorno, da lontano… ho pensato alla storia dell’umanità e dell’universo.
Sì, ho guardato proprio da lontano.
La ciclicità esiste sempre e da sempre. In ogni cosa. Ogni cosa è ciclica: la storia, la scienza, l’universo. Lo è in maniera differente, ma al contempo uguale.

Nel buddhismo, è Dharma insieme a Karma; essi sono strettamente connessi. In maniera indubbiamente semplicistica, è come se fossero padre e figlia.
Dharma ripete e fa ripetere le cose finché sua figlia Karma non ha imparato a discernere tra ciò che è giusto e ciò che non lo è. Le leggi di come sono le cose compongono Dharma, mentre a riequilibrarle ci pensa Karma. Non si tratta di giusto o sbagliato in senso buono o cattivo, si tratta di un bilanciamento tra le cose. In ogni ciclo, in ogni loop, c’è sempre qualcosa che non va. Se non c’è più, non c’è più il ciclo, ed esso si sposta e si ripete in qualcos’altro. Si ripete finché non si corregge l’errore, o qualcosa di simile insomma.

E allora io mi sono chiesta più e più volte, al termine di ogni percorso, sempre più consapevole, perché mai un percorso dovesse chiudersi.
Me lo continuo a chiedere da un anno e mezzo, quando pensavo di aver finalmente imbroccato una buona via.
Già con il covid nel 2020 mi ero ritrovata punto e a capo perdendo tutto quello che avevo costruito negli ultimi anni e per cui avevo sacrificato tutto. Però era un problema globale, mica potevo prenderla sul personale.
Mi sono reinventata, senza buttare via niente, solo quel che non mi faceva bene, e ho limato e migliorato quello che mi piaceva. Mi sono sentita sempre meglio, sempre più riuscita.

Forse però, nel sentirmi così, ho allontanato i miei veri obiettivi, focalizzandomi troppo su quel che “andava migliorato” e non sul come mi sentissi davvero. Come se sulla carta dovesse essere tutto in un dato modo, e quindi doveva esserlo nella pratica.
In questo anno e mezzo – un giorno avrò cuore di raccontare pubblicamente cosa mi è successo – mi sono interrogata tanto su quanto il mio “essere privata di ciò che ero” sia stato effettivamente un male.

Mi sono chiesta perché mi fossi meritata quello che mi è successo. Perché quando ti capita una disgrazia, specie di salute, è inevitabile pensare che sia una qualche specie di punizione. E mi sono arrovellata, quanto ho pianto guardando le mie vecchie foto e non sentendomi più me. Quanto ho evitato di farmi foto, quanto ho evitato anche i social – per quanto abbia potuto dato- il lavoro che mi sono scelta.
Quanto ho sentito il distacco con chi ero e con chi sono – e sto- diventando.

Ecco io lo so che in teoria non ci si debba incolpare di cose del genere, ma la pratica è ben diversa.
Dopo un anno e mezzo ancora cerco la colpa in me, mi chiedo cosa abbia sbagliato e quale sia il loop che devo spezzare per smettere di cadere sempre più rovinosamente, perché ogni volta cado da più in alto.
E non so se ho una risposta giusta, ma ne ho una, ed è la risposta più banale di tutte.
Chi sono ora, chi sono diventata, sarà meno bella, meno in forma, meno in salute, mi piacerà di meno e saprà fare meno cose di quello che speravo… ma quello che ha e che sa, quello che è e che fa, le persone di cui si circonda e che vuole intorno, sono tutte la migliore versione che ci sia.

Se un ciclo si spezza, se ne crea un altro. Più bello, più sano.
Mi sono creata un ciclo fatto di amore al centro.
L’amore non si può spezzare, i cicli possono continuare a esistere crescere e ripetersi, ma se l’amore è al centro, essi diventano una ruota che ti porta avanti e non indietro. Qualcosa che non è fatto per spezzarsi e spezzarti, ma per condurti in avanti.

Ecco perché nel buddhismo il dharma è rappresentato da una ruota, perché è così che gira il mondo. E quando tutto gira, quando tutto è un ciclo, serve un punto fermo. Ci saranno risposte migliori e meno banali? Non lo so, può darsi, come può darsi che sia diverso per ognuno.

So solo che il mio centro non è più fatto di cose da raggiungere, o di me stesse da migliorare. E non perché non vi siano obiettivi o evoluzione. Soltanto, un ciclo ha bisogno di un centro e il mio centro adesso sta nel cuore.

Alessandra “Furibionda” Zanetti

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