Excelsior, il mio incontro ravvicinato con Stan Lee

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Excelsior, il mio incontro ravvicinato con Stan Lee

Questo Agosto celebriamo il 60° compleanno del nostro “arrampica-muri” preferito. Ufficialmente il supereroe più amato di tutti i tempi, Spider-Man è un’icona popolare che si è mantenuta incredibilmente giovane e che, anzi, si è ringiovanita col tempo. E non parlo solo dei suoi interpreti cinematografici, ma della sua filosofia, del realismo emotivo e della tenace speranza che incarna, e che si adatta senza sforzo alle tematiche e le difficoltà che i giovani e i meno giovani affrontano a ogni nuovo decennio. E se Peter Parker si è rivelato in parte un Peter Pan, questa sua sconfinata giovinezza è anche l’elemento fondamentale del suo creatore. Quando conobbi Stan “The Man” Lee, al mio primo Comic-Con americano, ebbi a malapena il tempo di professare la mia ammirazione, diciamo pure devozione. Tremavo e sorridevo mentre camminavo attraverso il labirinto di action figures e albi a fumetti seguendo la fila. Arrivai al suo cospetto, gli porsi il mio Spider-Man Numero Uno (edizione Italiana), lui lo firmò, lo ringraziai e lui mi ringraziò a sua volta. E mi strinse la mano.

Né in quella né nelle altre occasioni in cui ebbi l’onore di scambiare due parole col caro Stan furono enunciate frasi rivelatorie. Non ci furono monologhi in stile Zio Ben e nessuna evidente trasmissione di Radiazioni Gamma, Geni-X o poteri ragneschi. Eppure, stringendogli la mano, ho sentito qualcosa di familiare.

Il mio bisnonno, Tosello Vallini, è vissuto fino a cento anni. Detto anche il “Nonno di Vada” (paese del quale è divenuto il patrono ufficioso), ha passato i suoi ultimi decenni sfrecciando in sella alla sua bicicletta, scrivendo poesie, raccontando barzellette, travestendosi da Zorro e Pinocchio e lanciando coriandoli dai carri assieme agli altri bambini a ogni carnevale. In gioventù, mio nonno aveva brevemente ceduto ad alcune logiche della sua cultura. Poi, un giorno, aveva detto basta, aveva gettato per sempre il costume da adulto nel cassonetto, ed era diventato sé stesso.

Stan Lee

La sua fu una scelta radicale e al tempo stesso semplice, una scelta che si rifletteva quieta nel sorriso sornione, negli occhi blu-fulmine guizzanti e nella segreta corrente che ti trasmetteva stringendoti la mano. La stessa corrente di Stan The Man. Ci ho messo un po’ a capire il senso di quell’energia e come potesse una forza così grande scorrere attraverso un corpo di quasi un secolo. Ma alla fine, osservando gli occhi di alcuni dei miei coetanei spegnersi, mentre imboccavano a passi lenti un cammino già tracciato per loro da cultura o genitori, ho capito che avevo frainteso il concetto di crescita e vecchiaia. In buona parte, non si tratta di natura, ma di scelta.

Nei fumetti di Stan Lee, i personaggi non diventano eroi straordinari grazie al superpotere che ricevono, lo diventano in virtù della scelta di accettare o meno quell’unicità con tutto quello che comporta. Dal fuggitivo Hulk ai perseguitati X-men, fino all’incompreso Spider-Man, Stan Lee ci mostra la realistica difficoltà emotiva e pratica di abbracciare la propria straordinaria natura in un mondo che la teme. Ma ci mostra anche una verità che l’autore conosceva molto bene: chi nutre la propria unicità, non invecchia, evolve.

Nessuno, dicevano gli editori al giovane Stan negli anni ’50, voleva leggere di supereroi con super-problemi, nessuno voleva perdere tempo a leggere di un ragazzo-ragno adolescente che non riesce a pagare le bollette. Ma Stan The Man ha sorriso, ha scrollato le spalle e lo ha fatto lo stesso, ha sfruttato i cavilli del sistema per pubblicare le sue storie fino a diventare così popolare da non averne più bisogno, fino a diventare la forza inarrestabile che abbiamo visto ghignare in barba a vecchiaia e convenzioni. E mentre le figure che lo avevano ostacolato e scoraggiato invecchiavano e cedevano il passo, Stan Lee si evolveva nell’autore e nella figura mitologica larger-than-life che conosciamo oggi: un eroe, per citare My Hero Academia, “che salva tutti con un sorriso”. Così, mentre il Terzo Reich sorgeva e crollava, mentre infinite occasioni di conformismo, dal Fascismo al Comunismo gli tendevano la mano, mio nonno ha continuato a nutrire solo e soltanto la sua vera essenza di entusiasta, fino a sopravvivere di svariati decenni a tutti i conflitti mondiali e a tutti i regimi che lo avrebbero voluto schiavo e che sembrava non sarebbero mai finiti.

Perché mentre i mondi interiori degli altri si consumano sotto il peso di quello esteriore, mentre ogni conformismo infine collassa su se stesso, gli eroi, i loro mondi e il loro mito crescono fino a toccare chi gli sta intorno, fino a diventare la versione più pura di se stessi.

Esiste un termine per questo tipo di evoluzione, un’espressione poetica usata inizialmente da Henry Wadsworth Longfellow e divenuta col tempo marchio e firma della Marvel stessa, un termine latino che indica l’aspirazione a una crescita senza fine e senza costrizioni di sorta, un’esortazione che diventa quasi un grido di battaglia per spingersi, e cito di nuovo, “sempre oltre il limite”, “sempre più in alto”, o, come amava sempre concludere Stan Lee, excelsior!

di Lorenzo Pelosini 

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