I Premi Oscar e lo "schiaffo" della Realtà

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I Premi Oscar e lo “schiaffo” della Realtà

Non passa anno senza le consuete, irrinunciabili e talvolta stucchevoli polemiche relative alla Notte degli Oscar. Una tradizione che, come poche altre, sa fondere l’interesse dell’appassionato, del professionista, del cinefilo oltranzista e del rappresentante del pubblico generalista. Certo, questa fusione si basa principalmente sulla reciproca incapacità di comprendersi e sulla conseguente gragnuola di polemiche, esternazioni e rodimenti di fegato che si sparge su tutti i profili almeno per i successivi sette giorni ma questo è un dettaglio a parte.

Perché la cerimonia degli Academy Awards ha sempre portato con sé un equivoco di fondo: non è un premio ai migliori prodotti cinematografici dell’anno precedente ma un premio ai prodotti più rappresentativi dell’anno precedente. I film che, a seguito di serrate ed efficaci campagne promozionali, sembrano rispecchiare quello che è il pensiero hollywoodiano in un preciso momento storico culturale o, perlomeno, quello che dovrebbe essere il suddetto pensiero. A vincere sono le pellicole che arrivano al momento giusto, che sanno distinguersi non solo per la mole di denaro investito o guadagnato o per i nomi coinvolti ma anche per ciò che dicono della società statunitense in quel preciso istante.

Non si tratta di una degenerazione figlia dei tempi moderni e del “una volta era tutto più bello” ma di una semplice constatazione. Hollywood ha sempre adottato queste premiazioni per incensarsi e per veicolare una specifica immagine di sé nel mondo. Il glamour, l’imponenza e l’ostentata auto-celebrazione sono caratteristiche che accompagnano gli Oscar fin dalla nascita nel 1929.
L’edizione del 2022, però, ha saputo scoperchiare con rara efferatezza le crepe che questo mega-colosso dell’intrattenimento ignora volontariamente da alcuni anni. Lo ha fatto con la casualità quando una delle più famose star del mondo, poco prima di conquistare il premio, ha commesso una tale imbecillità che non solo lo ha portato a macchiarsi la reputazione ma ha anche rivelato la drammatica inadeguatezza del contesto nell’affrontarla. Esitazioni, dichiarazioni smozzicate, tentativi di quietare gli animi che si sono poi conclusi con la delirante premiazione della sopracitata star e con una standing ovation talmente fuori luogo da suscitare uno sconcerto duraturo negli spettatori. La volontà di lanciare messaggi positivi e immagini edificanti sbriciolata in pochi secondi da un gesto che nessuno ha saputo e/o voluto gestire nella maniera corretta.

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Lo scorso anno era accaduta un’altra vicenda capace di sottolineare le difficoltà che la Notte degli Oscar sta vivendo da tempo. Si scelse di consegnare come ultimo premio quello destinato al Miglior Attore Protagonista e non quello al Miglior Film perché vi era la certezza che sarebbe andato postumo al recentemente scomparso Chadwick Boseman e che, così facendo, lo spettacolo avrebbe avuto la perfetta chiusa emozionante. Dato che a conquistare la statuetta fu a sorpresa Anthony Hopkins e che il leggendario attore non si trovava fisicamente in sala il risultato fu un finale zoppicante e anticlimatico che evidenziò come l’affannarsi dell’Academy per rendere il tutto all’altezza dell’immagine che si voleva trasmettere avesse fatto crollare il tutto.

Perché, ceffoni a parte, il vero problema dell’ultima notte degli Oscar non è stata la vittoria di un film comunque gradevole come “Coda” o la sconfitta di pellicole tecnicamente più meritevoli perché tutto ciò ha sempre fatto parte del gioco. Il vero problema è che l’idealizzazione hollywoodiana di questi premi non regge il passo con la realtà o, perlomeno, non lo regge più. Perché un tempo i film premiati avevano anche una tale popolarità da rendere lo spettacolo coerente con il sentire collettivo. Ricordate quando si premiavano film amatissimi e conosciutissimi come “Titanic” o “Il Ritorno del Re”? Ora i film di maggiore incasso e più amati non rientrano (ancora?) nei prodotti che l’Academy vuole invitare alla sua festa e, di conseguenza, i film prescelti non riescono a conferire alla serata la grandeur alla quale aspirerebbe. Il pubblico accorre in massa a vedere i film del MCU ma se gli Oscar si azzardano a candidare “Black Panther” (nonostante quel film rappresentasse a pieno una delle tipologie di prodotto che meriterebbe la candidatura proprio per quel discorso di film rappresentativo dell’annata) si scatena l’inferno. Così non lo fa e, di conseguenza, perde contatto con il Cinema popolare del momento e perde una larga fetta di interesse da parte del pubblico per poi finire a imbastire quella pecionata del Premio al Cheer Moment conferito dai voti da casa pur di recuperarlo. Questo non significa che ogni film Marvel andrebbe candidato, ovviamente, ma significa che un evento così importante ha la necessità di capire cosa voglia fare “da grande” e non trincerarsi nella sua stessa tradizione e nella sua stessa narrazione perché poi la Realtà finisce per prenderlo a schiaffi, metaforicamente o no.

Come una larga fetta del mondo del Cinema anche gli Oscar devono capire come affrontare i prossimi anni. Se vogliono raggiungere la loro centesima edizione mantenendo il rilievo che li ha sempre contraddistinti avranno bisogno di accettare che tutto sta cambiando e che la sua volontà di dipingere un mondo cinematografico all’insegna dell’adorabile e rocambolesco autocompiacimento è sempre più in pericolo.

di Roberto “Mr. Rob” Gallaurese

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