Per un pugno di NFT

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Per un pugno di NFT

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Il mondo sta cambiando. Ogni giorno, in ogni singolo momento si verificano eventi che possono influenzarlo per i decenni a venire. Nonostante la quantità esorbitante di informazioni alle quali abbiamo accesso, è difficile tenersi aggiornati su ogni singola cosa, anche per chi è tanto appassionato di un determinato argomento, come possono essere i videogiochi o la tecnologia. Il progresso tecnologico corre ad una velocità spaventosa, ma questo non è per forza un male. La domanda che è lecito farsi però è se ci stiamo ponendo i giusti dilemmi morali ed etici. La risposta è no, non ce ne stiamo ponendo per niente: tutto scompare nel momento in cui si vede un profitto. Mi immagino quindi le facce di chi, una mattina di dicembre, si è alzato ritrovandosi i più grandi siti e giornali videoludici parlare di questi fantomatici NFT. Riesco a visualizzare senza problemi il gigantesco punto interrogativo che fluttua sulle loro teste. La domanda sorge, quindi, più che spontanea: ma che diamine sono questi NFT, da dove saltano fuori?

Prima di parlare degli NFT, e del perché il loro ingresso all’interno dei videogiochi debba essere visto con seria criticità, è necessario però fare un preambolo introduttivo sulle blockchain e le cryptovalute. Gli NFT si basano su queste blockchain, e il loro mondo è direttamente collegato alle nuove valute digitali come Bitcoin o Ethereum. Si tratta di argomenti complessi che spero di esplicare al meglio nel corso di quest’articolo.

Partiamo dalla base: cos’è una blockchain? Si tratta di una struttura di dati a blocchi condivisa da tutti gli utenti che fanno parte della rete. Essa viene descritta come immutabile, ma di fatto non lo è: può essere riscritta. La blockchain è, quindi, un registro gigantesco di dati e transazioni che sostengono cryptovalute del calibro di Bitcoin: ogni persona può vedere le transazioni che vengono effettuate poiché queste sono pubbliche e approvate dai partecipanti. Quello a cui puntano queste reti e valute digitali è un sistema monetario decentralizzato dalle banche o da qualunque altra autorità governativa: una premessa senza ombra di dubbio interessante che configura queste cryptovalute come una sorta di “oro digitale”. Bitcoin è una risposta forte avvenuta dopo la crisi del 2008 e creata da questa figura misteriosa che porta il nome di Satoshi Nakamoto.

Going Under, Aggro Crab (2020)

Coloro che desiderano possedere queste valute, che sono niente di più che codici crittografati e cosiddetti “hash”, devono affrontare un processo che viene definito “mining”. Tale processo richiede, per sua stessa natura, una grande capacità di calcolo e, quindi, una continua necessità di hardware. Se avete provato ad acquistare una scheda grafica per il vostro PC in quest’ultimo periodo, conoscete la sensazione di rabbia e frustrazione nel dover attendere anni per poter acquistare la vostra scheda a dei prezzi normali. Purtroppo le schede grafiche sono uno strumento necessario per l’attività di questi “minatori” che, grazie alla presenza di più core, riescono ad avere la capacità di calcolo giusta per risolvere i calcoli matematici hash richiesti e poter sperare di ottenere cryptovalute. Per cui, vengono comprate a stock interi da miners e scalper, utilizzando bot informatici per poter riempire questi loro giganteschi magazzini di schede grafiche. E allora giù di bestemmie perché scombussolano il mercato e lo rallentano, soprattutto in un periodo pandemico come quello che stiamo vivendo, in cui la produzione di hardware è già di per sé rallentata nella manifattura e nella mancanza di materiali.

Il processo del mining ha due principali scopi: il primo è ottenere bitcoin e il secondo è approvare le transazioni della rete. Per fare ciò i computer devono effettuare un calcolo matematico completamente inutile, provando al sistema di averlo risolto in breve tempo e consumando energia. Questa parte del processo è definita “proof of work”. Immaginatevi ora questi grossi magazzini pieni di schede grafiche (GPU), il raffreddamento dello stabilimento a palla per poter raffreddare queste centinaia di schede perfettamente impilate e in costante elaborazione. Giorno e notte le ventole sfrecciano e il consumo energetico aumenta. Pensiamo ora a quanto, effettivamente, consuma questo costante processo. Uno dei grossi problemi del mining e delle blockchain di Bitcoin, nonostante siano un’idea interessante dal punto di vista economico e politico, è la loro sostenibilità. Secondo un report del The Guardian, il sistema di Bitcoin consuma circa 200mila sterline di elettricità ogni 10 minuti che, all’anno, sono due volte e mezzo quanto consumato da Amazon, Google, Facebook, Apple e Microsoft assieme. Il professor Brian Lucey del Trinity College di Dublino, parlando al Financial Times, ha definito Bitcoin una “dirty currency”, una valuta sporca, che consuma “tanta elettricità quanto un paese europeo di media grandezza”.

Ed ecco che entrano in gioco gli NFT, i quali si basano sulle blockchain che vi ho introdotto poco sopra. In questo caso non si sta parlando della rete di Bitcoin, bensì di Ethereum: un’altra cryptovaluta molto diffusa e di grande valore. Ethereum consuma leggermente meno rispetto a Bitcoin, ma comunque si parla di una grande quantità di energia elettrica e di un’impronta carbonica altissima, pari a quella dell’Ungheria (al momento della pubblicazione, potrebbe aumentare). Una condizione che gli stessi creatori di Ethereum hanno ammesso candidamente, mettendo in conto nei loro piani futuri quello di rendere tutta la rete più sostenibile.

Gli NFT sono non-fungible token (token non fungibili), ovvero codici che hanno al loro interno l’indicazione di proprietà di un oggetto digitale (giuridicamente molto ambiguo). Tale codice li rende appunto non fungibili, non sostituibili per uno stesso token: unici. Vengono utilizzati per il mercato dell’arte digitale (definita cryptoarte) e al momento sono una gigantesca speculazione finanziaria. Per dare un attimo di contesto, prendo un esempio classico quando c’è da spiegare il concetto degli NFT: il Nyan Cat. Il gatto meme più famoso di internet è stato trasformato in un token non fungibile e venduto all’asta per 600mila dollari. Ciò significa che chiunque scarichi la Gif di Nyan Cat non ne è vero proprietario, ma è come se possedesse una copia della GIF: il proprietario è indicato nel codice della blockchain. In breve: c’è chi ha un vero quadro di Monet e c’è chi, di quel quadro, possiede solo una foto.

Gli NFT creano quindi il concetto economico di scarsità in un ambiente digitale dove non esiste. Interessante, ma talmente distopico e capitalista da dover destare seri dubbi. Inoltre, la creazione e la transazione di questi NFT ha un impatto ambientale molto alto, e il loro utilizzo massificato, con le attuali blockchain, sarebbe insostenibile dal punto di vista ambientale ed energetico. Prima di passare all’argomento videoludico, è interessante prendere in considerazione il fatto che, al momento, non c’è certificazione del fatto che le opere d’arte presenti su questi mercati digitali siano opere completamente originali. Gli affamati che si gettano nel vuoto con l’illusione del denaro facile, non hanno scrupoli nel rubare opere d’arte, musica o immagini già presenti nelle rete per trasformarli in NFT. Questo fenomeno è, purtroppo, talmente diffuso da aver messo in guardia uno dei siti più grandi che si occupa di dare risalto agli artisti digitali. Deviant Art sta cercando, infatti, di tutelare la sua utenza attraverso un sistema di protezione e di identificazione delle opere trafugate dal suo database, ma questo non sembra comunque sufficiente a fermare il fenomeno che ha costretto diversi artisti a chiudere i loro profili e a vedere le loro opere d’arte rubate e rivendute.

Going Under, Aggro Crab (2020)

Ma passiamo ora ai videogiochi e vediamo che legame hanno con gli NFT. Non si doveva aspettare tanto per vedere compagnie inserire all’interno dei propri titoli NFT per alimentare la cultura dell’hype o per dare l’impressione ai giocatori di poter guadagnare giocando. Addirittura sono nati prodotti interi basati su questi token non fungibili: Axie Infinity, videogioco sviluppato dalla software house vietnamita Sky Mavis che, per poter giocare, richiede l’acquisto di almeno tre Axies, ovvero piccole e fin troppo pucciose creature con le quali giocare per ottenere altri token che, successivamente, possono essere rivenduti. L’acquisto di questi tre mostriciattoli non è accessibile a tutti, si parla comunque di un acquisto di svariate centinaia di euro (dipende poi dalle fluttuazioni del mercato). Tutto ciò è stato propagandato come play-to-earn, ma è più un pay-to-play-to-earn. Detto in parole poverissime: gioco d’azzardo.

È necessario comprare quelle bestiole per poter cominciare a giocare: la meccanica di combattimento in PvP vede i giocatori far scontrare le proprie squadre di Axie, ma non è possibile scegliere il bersaglio da attaccare: è casuale. Ad ogni vittoria si guadagnano oggetti che poi possono essere rivenduti, in caso di sconfitta non si perde niente, ma il valore dei tuoi Axie è comunque vittima delle fluttuazioni del mercato, e la possibilità di perdere dei soldi è comunque dietro l’angolo. La barriera economica all’ingresso è talmente alta che molte persone non riescono a permettersi le creature per giocare, chi gioca è una persona che ha una grande possibilità economica o che ha cominciato a giocare agli albori del gioco, praticamente un’elite. La situazione nelle Filippine è diventata talmente surreale che si sono create delle cosiddette Scolarship su questo gioco: ci sono persone che ti cedono i loro Axis come investimento per permetterti di giocare in cambio di una percentuale sui tuoi guadagni, facendo anche gatekeeping.

NFT

Axie Infinity, Sky Mavis (2018)

Giocare non deve essere utile, nel senso che il gioco non dovrebbe dare dell’utile economico. Giocare è chiaramente un’attività stimolante, artistica, di espressione, di crescita culturale e umana, ed è per molti un lavoro, ma non contiene nelle sue meccaniche la possibilità dell’utile monetario. Come ha ricordato Immanuel Casto in un’interessante conferenza tenuta al Lucca Comics & Games del 2021, in inglese c’è una grande differenza tra il verbo “to play” e “to gamble”. Meccaniche di gioco d’azzardo però hanno fatto il loro ingresso nel videogioco mainstream, assumendo differenti forme soprattutto nell’ambito delle microtransazioni. Ci sono titoli, ad esempio Genshin Impact, che hanno meccaniche definite gacha con un funzionamento molto simile alle lootbox. Queste ultime sono state bandite in Paesi come il Belgio e l’Olanda subito dopo il caso Star Wars Battlefront II, e sono state definite gioco d’azzardo a tutti gli effetti.

L’arrivo di questo nuova forma di microtransazione e modello di business, potrebbe alimentare ulteriormente l’inserimento di meccaniche pay-to-win che, volontariamente, ripropongono all’interno del gioco delle diseguaglianze di tipo economico purtroppo già presenti nella nostra società. Nei prossimi mesi sentiremo ancora altri annunci di aziende che si buttano sul carrozzone dei token non fungibili, proponendoli per giochi di carte digitali, per MMORPG o semplicemente per aumentare l’hype verso un titolo che sta per uscire vendendoti quello sfondo per il desktop tanto bello da riuscire ad ottenerlo ugualmente premendo tasto destro e cliccando “salva con nome”. Dall’inizio di questo nuovo anno, Square Enix ha annunciato di voler seguire il trend degli NFT e gli utenti non l’hanno presa benissimo. In molti, come ha riportato anche da Jason Schreier, hanno fatto notare una contraddizione interessante: Square Enix che sperimenta con una tecnologia pericolosa per l’ambiente è molto simile alla trama di Final Fantasy VII, in cui una compagnia malvagia distrugge l’ambiente per la spasmodica ricerca del profitto.

L’obiettivo di questo articolo non è quello di demonizzare o mettere al bando il gioco d’azzardo e le sue eventuali derivazioni videoludiche. Per il semplice motivo che se il gioco d’azzardo fosse bandito sarebbe probabilmente in mano alla criminalità organizzata, il proibizionismo non funziona. Si può però avvertire sugli scenari rischiosi e comprendere che l’entrata degli NFT nel gaming mainstream, come forma di microtransazione in-game, potrebbe essere un rischio per la salute mentale delle persone che giocano, creando dipendenza. Ciò renderebbe gli utenti vulnerabili allo sfruttamento da parte delle aziende, nonché con un impatto ambientale ed energetico da non sottovalutare. E tutto questo per l’illusione del guadagno?

di Damiano D’Agostino

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