Behind every great one, e la banalità di chi osserva

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Behind every great one, e la banalità di chi osserva

TW: violenza psicologica, abuso, attacchi di panico

23 minuti e 50 secondi.
Sono stata una carnefice, una spettatrice impotente, una finta beniamina che si ripeteva di non poter fare nulla per 23 minuti e 50 secondi.

Non c’è sangue in Behind every great one; non c’è violenza fisica, non ci sono insulti, non ci sono rumori forti, grida, paura. Ma il tema centrale è quello della violenza, della tossicità relazionale, della condizione della donna all’interno di un sistema culturale che la opprime e che passa per innocente e sana normalità. Un gioco brevissimo, che riesce a raccontare tutto attraverso una scelta curata delle parole, dei gesti dei personaggi e dell’inquadratura della telecamera, dai silenzi e da ciò che viene scelto di non mostrare.

Tutto è composto da sottili strati narrativi, messi uno sopra l’altro, fino a formare un ammasso compatto, denso e tremendamente pesante.

Victorine è la protagonista, casalinga e moglie di Gabriel, artista apprezzato. Di lei non sappiamo altro, e anche durante il corso del gioco non scopriremo nulla, se non che ha una sorella minore e un nipotino. Ecco, già qui mi devo fermare un attimo. È vero, non sappiamo nient’altro di lei, ma non perché Victorine sia “solo” questo; non sappiamo altro perché lei non riesce a mostrarci altro. Per lei non c’è spazio.

“Perché non ti trovi un hobby? Qualcosa che ti tenga occupata. Io non riesco a concepire come alcune persone possano vivere senza uno scopo, senza qualcosa che le tenga impegnate” le dice Gabriel, dopo essersi lamentato del bagno che inizia a fare odore, della sua maglietta preferita non stirata, e della cena troppo semplice.

“Non saprei cosa fare”, risponde.

Per tutto il gioco noi possiamo solo farle fare i lavori di casa, con la consapevolezza che non riusciremo mai a farli tutti. Dopo tre o quattro azioni la giornata finisce e il gioco avvia la scena della cena a tavola, dove assisteremo a dei monologhi frammentati che colpevolizzano Victorine per le faccende domestiche che abbiamo – per forza di cose – deciso di non completare. Lei, semplicemente, si scusa e dice che il giorno dopo rimedierà; ma il giorno dopo avremo di nuovo tutte le faccende da fare e, quindi, delle scelte da prendere su cosa lasciare disfatto.

Attraverso questo loop che si ripete giorno dopo giorno, la tematica del gender gap riguardante la cura dei lavori domestici diviene la base solida di una piramide di abusi. Per Gabriel è normale che sia Victorine a occuparsi di tutto; lei non ha bisogno di trovare un lavoro e lui glielo ripete spesso – tanto, c’è lui a provvedere al loro sostentamento, a renderla una donna privilegiata e dalla posizione invidiabile, una donna fortunata –, perpetuando uno stereotipo, una visione semplificata e banalizzata della realtà. Lei è intelligente – le dice – ma è inferiore, perché non ha un obiettivo o uno scopo – lascia lui così, nel non detto.

Tra una macchia sul pavimento in salotto, le piante da innaffiare, e una stanza e l’altra da pulire, Victorine sta male, e lo mostra solo a noi. Gli attacchi di panico la colgono a volte all’improvviso, e altre volte non scoppiano mai, rimanendo “solo” in uno stato di agitazione, di vertigine. Durante quei lunghi monologhi che Victorine è costretta a subire ogni sera, la stanza inizia a ondeggiare, delicatamente. Il centro del movimento rimane il tavolo a cui è seduta, mentre tutto intorno a lei perde stabilità.

Ci ho messo un po’ ad accorgermene mentre giocavo, perché è un movimento che rimane alla periferia del raggio visivo del* giocator*, intent* a fissare la scena e a seguire i discorsi. È qualcosa che non si vede subito, ma che si percepisce. Si prova un senso di fastidio che all’inizio non è chiaro da identificare; c’è qualcosa che non va, e trovare le parole per descriverlo e comunicarlo a noi e all* altr* non è semplice.

I colori delle pareti diventano saturi, mentre la stanza si distorce. Victorine porta una mano alla bocca dello stomaco, cercando di trattenere il pianto, di ridare un ritmo al cuore che pare averle invaso il petto, di provare a frenare i polmoni che sembrano impazzire nel fallimentare tentativo di divorare l’aria, o forse solo per cercare di sorreggere il proprio corpo mentre la schiena si curva per il dolore dei muscoli che si contraggono. Un passo incerto dopo l’altro, la portiamo in una stanza libera e lì piange, ovattando le grida con le mani contro il volto.

In letteratura i migliori racconti brevi sono quelli che riescono a comunicare attraverso il “non detto”; tramite i silenzi sia dei personaggi che dell* narrator*. Collegamenti, pensieri, stati d’animo, interi sviluppi di trama – se abilmente omessi o solo leggermente indiziati – si plasmano direttamente nella mente di chi legge, creando ipotesi, bivi, sospetti, dubbi, certezze; tutto, senza ottenere conferme, rendendo immenso qualcosa di materialmente breve e finito (per capire perfettamente cosa intendo, leggete La Boutique del mistero di Dino Buzzati ). Victorine è questo silenzio.

Il più delle volte sono l* altr* personaggi a parlare per lei. Parlano – anzi, pretendono di parlare – per e di lei, e “correggono” le affermazioni che fa su se stessa. Victorine finisce in questo modo per svanire nel “non detto”, lasciando all* giocator* solo quei silenzi, quei pensieri non espressi. Ma per noi, che in quel momento assistiamo a tutto senza poter fare niente, lei è immensa; occupa la stanza con il suo vuoto, e fa sentire piccolissim*.

C’è un momento particolare, che non riesco a togliermi dalla testa. Siamo di nuovo a cena, in quel contesto che dovrebbe essere così caldo, rassicurante, dove accanto a Victorine siedono Gabriel, i genitori di lui – Samantha e Juan–, la sorella di Victorine Priscille e il figlio piccolo di quest’ultima, Henri. La stanza non si muove. Samantha, dopo l’ennesimo commento verso le piante del corridoio che le sembrano poco in salute, chiede a Victorine e a Gabriel quando le daranno un nipotino, perché “il tempo corre”.

“Io non voglio avere figli.”

Victorine torna per un istante a occupare spazio a quel tavolo, e in quella famiglia. Per una frazione di secondo. Durante un intero gioco in cui il silenzio delinea la sua figura, qui squarcia la parete.

“Intende che non ne vuole ora. Lasciala stare mamma. Sono sicuro che il suo orologio biologico le farà sapere quando avere un figlio.”

Il discorso su questo tema continua, senza che Victorine vi partecipi. Torna in silenzio, e la stanza si muove. Al centro di questo dialogo non c’è Victorine, ma il suo corpo. Samantha e Gabriel le scindono, come se fossero due entità differenti. Loro parlano del corpo di lei, di ciò che deve fare, di ciò che può fare e dei limiti che ha; Victorine non c’entra nulla. La donna non ha diritti sul suo corpo, e deve agire solo ed esclusivamente per il bene della famiglia e di un figlio, che è naturale che abbia.

Percepire come individuo qualcuno che non esiste, e distruggere l’identità di chi invece è qui e vive. Sentirsi esseri in funzione esclusivamente di qualcun altro, all’interno di una cultura che ti dice che va bene e che è tuo dovere annullarti per la cura altrui. E se non vuoi farlo allora sei sbagliata, sei un individuo inutile e vali di meno. Di fronte a questa scena, Priscille accenna solamente un piccolo verso di disapprovazione verso le parole di Samantha; nulla di più. Anche la sorella, colei dovrebbe essere la persona a quel tavolo più vicina a Victorine, sembra non accorgersi del male che le stanno facendo, dei diritti che le vogliono negare, e del dolore che prova. È un dettaglio che pare insignificante, ma riesce a rappresentare perfettamente quanto sia difficile riconoscere questo tipo di violenze e decidere di reagire.

Fin dai nostri primissimi giorni di vita veniamo educat* a rispettare determinate regole che ci pongono su binari prestabiliti di comportamento, ruolo sociale, ambizioni, compiti, etc… che non si manifestano necessariamente in gesti eclatanti, ma che rimangono intrisi nel comportamento quotidiano. Espressioni, pretese, gesti, scelte che compiamo, possono essere frutto di questo sistema coercitivo che non solo ci porta a privare gli altri di libertà, ma che le leva anche a noi. L’abilità dell* sviluppator* di mostrare come queste meccaniche si ripetono giorno dopo giorno, sempre con le stesse modalità e non semplicemente con il desiderio di fare del male all’altra persona, ma con una volontà quasi banale di imporre se stessi su di essa, di riportare l’altr* al “proprio ruolo”. Ogni sera, Gabriel chiede a Victorine di fare sesso, e lì, solo in quelle occasioni, noi giocator* possiamo decidere se farle rifiutare la richiesta o se accettare.

Il linguaggio del corpo di Victorine ci fa capire che no, lei non vuole: è distante, con la schiena rivolta verso di lui.

Rifiuto.

Lui insiste, chiede se almeno può aiutarlo a sfogarsi con un lavoretto di mano.

Rifiuto.

Le dice ok, e finalmente dormono.

Ecco, è qui che Behind every great one mette l* giocator* di fronte a uno dei momenti più significativi, faticosi, tossici e tremendamente quotidiani che possano esserci. Quando il gioco per la prima volta mi ha chiesto di scegliere ho avuto paura. So cosa si prova a trovarsi al posto di Victorine; conosco quella pressione invadente, violenta, che ti porta a sentirti in colpa per il solo fatto di aver provato quel disagio. So cosa vuol dire sentire quell’obbligo, e percepirsi come carnefice e crudele aguzzina nel dire di no. So cosa significa avere paura della reazione che il tuo rifiuto potrebbe generare. In quel momento viene chiesto all* giocator* se acconsentire o meno a uno stupro domestico. Perché è di questo che si tratta.

Non sono richieste per il piacere di entrambi, ma per il piacere di lui. È agitato, è frenetico, ha bisogno di sfogarsi, e allora chiede a Victorine di “fare l’amore”, edulcorando la richiesta con un lessico romantico, così da mascherare la pretesa di un atto sessuale con il sentimento e il legame romantico e coniugale. Se rifiutate, la richiesta nella sua concezione si fa più “tollerabile”, e da “fare l’amore” passa a “lavoretto di mano”, non considerando la masturbazione come un atto sessuale.

Alla fine di tutto questo, io, giocatrice, cosa sono?

Non c’è solo la volontà di far immedesimare l* giocator* con il personaggio principale, ma principalmente di renderl* spettator* e forzarl* ad assistere alla sofferenza, impotent*.

Io sono stata sì l’unica forma di aiuto per Victorine, ma era un aiuto fittizio.

Non c’è vero aiuto nel farle trovare una stanza vuota in cui piangere, per poi farla tornare a lavorare e a subire violenze psicologiche; non c’è magnanimità nel lasciarla in silenzio, in balia di un mondo che la opprime. Non possiamo fare nulla per Victorine, se non prendere coscienza che esiste, che il suo dolore è reale; riconoscere quei meccanismi di violenza che la nostra società ha reso pilastro. Attraverso il linguaggio videoludico, Behind every great one rappresenta un quadro con un potente messaggio di denuncia e di critica sociale e femminista. Non solo ci fa indossare la maschera di Victorine, ma al tempo stesso ci lascia nella condizione che ricopriamo comodamente ogni giorno, ovvero quella di osservator* e carnefici.

di Ilaria Celli

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