Capitolo 2 – IL GIOVANE SANCTIUS

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Capitolo 2 – IL GIOVANE SANCTIUS

«Il lavoro è ancora disponibile, vero?»

Abraham era convinto di stare ancora sognando: nella sua trappola per vampiri penzolava un vampiro. Si era anche presentato cordialmente: Sanctius Polidori, aspirante apprendista. Un vampiro interessato a diventare apprendista di un cacciatore di vampiri. Quel whisky distillato nella botte di frassino in cantina era proprio roba forte e non era la prima volta che gli provocava visioni. Stanco e intontito Abraham si diresse lentamente verso la porta di casa. Se anche i suoi sogni si beffavano di lui, come poteva farla finita in pace?

Hei! Mi scusi, è già iniziato il colloquio? Potrebbe farmi scendere di qui? Inizia a girarmi la testa!».

Abraham senza girarsi, urlò

«Non è affar mio, tu sei solo un sogno, te la sbrigherai in un modo o nell’altro a scendere»

«Ma come non esisto? Signor Van Helsing io sono qui in sangue e ossa. Voglio diventare suo assistente!».

Il vecchio si fermò e si voltò tornando sui suoi passi. Era un sogno strambo, poteva provare a divertirsi pure lui prima di andarsene.

«Dunque giovanotto, tu sei un vampiro, corretto?»

«Tecnicamente sì signore» rispose Sanctius,

«E per quale motivo vuoi diventare l’apprendista di un ammazza vampiri?»

«Se mi fa scendere posso raccontarle tutto.»

Abraham di tempo ne aveva da perdere in fondo. Disinnescata la trappola, scrutò con attenzione il ragazzo: canino appuntito, corpo longilineo, orecchio affusolato. Un vampiro a tutti gli effetti. La carnagione, però, era decisamente atipica. Non aveva il solito pallore diafano e soprattutto non c’era traccia di untuose creme protettive sulla sua pelle. Il crepuscolo stava avanzando e la vista del suo unico occhio sano non era più così affidabile. Il vecchio, ormai incuriosito, fece entrare in casa il giovane.

L’ingresso dava direttamente in un salotto che fungeva anche da sala da pranzo, le pareti erano ricoperte da cimeli e oggetti che potevano appartenere solo a un cacciatore di vampiri: paletti di frassino, sia grezzi che riccamente intagliati, acquasantiere in peltro e argento, e poi rosari, crocefissi, amuleti, reliquie, un’infinità di oggetti provenienti da luoghi ed epoche diverse. La ricchezza della collezione era inversamente proporzionale all’austerità del mobilio: un tavolaccio da pranzo in mezzo alla stanza, una sedia, una poltrona sfondata e un tavolinetto da caffè. L’unico arrendo un po’ lezioso era la credenza con vetrinetta, finemente intagliata e intarsiata, ereditata della madre.

Posando il paletto di frassino sul tavolino, Abraham sprofondò nella poltrona affianco, lasciando l’ospite in piedi un po’ disorientato.

«Bene ragazzo, non ho tutta la notte, inizia a parlare. Che cosa ti ha portato fino a qui?»

Sanctius non se lo fece ripetere due volte e iniziò a snocciolare la storia della sua vita: la voglia di scoprire molto di più sugli umani, che a scuola non erano approfonditi e i vampiri consideravano una società rozza e primitiva. Era sempre stato curioso, lui, fin dalla più tenera età e la storia era la materia che più lo affascinava. Aveva studiato con interesse le sanguinarie guerre di repressione e le tre fasi di rinascita, ma sentiva che quello che gli proponevano in classe era un solo aspetto della storia, narrato da un’unica voce, quella dei vampiri. Per questo aveva iniziato degli studi approfonditi sugli umani.

Il suo discorso fu accolto da un lungo momento di silenzio. Sanctius pensava che il vecchio stesse raccogliendo le idee, gli pareva un uomo schietto e di poche parole, ma un forte grugnito gli fece capire che il cacciatore si era pesantemente addormentato. Il giovane decise che poteva abbandonare i convenevoli, prese l’unica sedia della stanza, la piazzò con forza davanti alla poltrona dove il vecchio era sprofondato. Il rumore fece soprassalire Abraham che con un balzo scattò in piedi: «Diavolacci non mi prenderete mai!».

Stupito nel vedere ancora il giovane vampiro urlò «E tu che ci fai ancora qui? Mi sono svegliato, sparisci!»

«Ma signore, io sono Sanctius Polidori, sono qui per l’annuncio di apprendista!»

«Ah sì, quindi non sto sognando?»

«No, signore»

«È arrivata per caso l’apocalisse?»

«Non che io sappia, signore»

«Va bene,» borbottò il vecchio sedendosi in poltrona «Come hai detto che ti chiami?»

«Sanctius Polidori»

«Ahh, Sanctius, nome bizzarro per un vampiro. Chi te lo ha dato?»

«Mia madre, signore»

«E come mai un nome così… cristiano?»

«Non lo so signore, è morta poco dopo la mia nascita»

«Uhmm, capisco, capisco.»

Quindi non stava sognando. Quel vampiro, poco più che ragazzo era davvero nella sua casa, intenzionato a diventare suo apprendista. Abraham era quantomai perplesso, nella sua lunga vita non era mai venuto a contatto così pacificamente con nessun vampiro, soprattutto nessuno gli si era avvicinato con così tanta ingenuità. Gli sembrava proprio uno sprovveduto questo Sanctius, ma sentiva che tra il suo colorito, i suoi modi, e il suo nome, c’era qualcosa che non quadrava.

«Signor Van Helsing, io vorrei davvero diventare suo assistente, farei qualsiasi cosa!» Abraham si mise a pensare con aria greve, era forse uno scherzo o stava affrontando una scommessa persa con degli amici? E se il ragazzo puntava solo a circuirlo? Cercò di pensare a tutte le possibilità e alla fine si decise.

«Ragazzo» esortò «Se davvero vuoi diventare mio assistente e cacciatore di vampiri, un’unica cosa puoi fare per dimostrarti all’altezza». A Sanctius si illuminò il viso dall’entusiasmo. «Preparare una bruschetta, bella carica di aglio mi raccomando».

Il giovane vampiro strabuzzò gli occhi. La decisione più importante della sua vita dipendeva da una bruschetta all’aglio. Il vecchio si alzò zoppicante per andare in cucina, qualche minuto dopo tornò con un tagliere con sopra una pagnotta rafferma, olio, sale e un’intera treccia di aglio. Il forte odore fece riaffiorare a Sanctius un ricordo lontanissimo che credeva di avere rimosso, un divieto che aveva giurato di non violare mai.

 

Testo: Giulia PANZERI
Copertina: Lorenzo DUINA
Disegni: Lorenzo DUINA
Logo: Elia FELISI

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