Voci mostruose

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Voci mostruose

Mostri e creature sconosciute (o misconosciute).

Le Voci di Corridoio si cibano di cose del genere, e spesso ne perpetuano il mito fino a consacrarli come leggende immortali.

Questo mese, le nostre Voci di Corridoio si concentrano su un mostro creato da uomini malvagi e incredibilmente subdoli. Un mostro le cui azioni sconsiderate sono volte unicamente a pervertire, ridicolizzare e volgere al male ciò che, invece, maligno non può essere assolutamente.

Intrigante, eh?

Di quale demonio staremo parlando? Non si sa se il mostro in questione abbia un suo nome proprio. Conosciamo solo quello che gli hanno affibbiato gli uomini. Un nome che, già di per se stesso, non è altro che la corruzione e lo svilimento di un aggettivo buono.

Lo chiamano “Politicamente corretto”.

Pensateci: è la stessa cosa di “buonista” applicato a chi esprime perplessità su far annegare uomini donne e bambini in mezzo al mare. Sembra collegato a “buono”, ma nelle intenzioni di chi lo usa, esprime l’esatto contrario.

Corretto”. Cioè giusto, equanime, regolare, valido, onesto.

Ma corretto come? Politicamente. Ah! Allora c’è il trucco! È una cosa decisa a tavolino da qualche non meglio identificata eminenza grigia: non è veramente corretto.

Eccolo, il mostro. In questi giorni se ne sta (vieppiù stra)parlando molto in seguito ad alcune inesistenti polemiche sul bacio di Biancaneve (roba forte, eh, signore e signori).

Io, naturalmente, mi trovo a farci i conti a mio modo nella professione che svolgo.

Il politicamente corretto nel doppiaggio. Un fenomeno che si sta affacciando su entrambe le sponde dell’Atlantico e che merita di essere un po’ analizzato. Anche perché, come per tanti mostri, sul doppiaggio circolano un sacco di voci quasi sempre terrificanti e pochissime verità.

Cominciamo da un assunto generale che è bene tenere a mente che non mi stancherò mai di ripetere.

Il doppiatore è un attore.

Non vediamo la sua performance fisica, ma interpreta un ruolo, studia il personaggio (e il modo in cui l’attore di presa diretta lo ha portato sullo schermo), insomma… Recita.

Anche l’attrice / attore di presa diretta recita.

Scoperta sensazionale, eh?

Ebbene sì. Detesto deludervi, ma Anthony Hopkins non ha mai pasteggiato a esseri umani. Uma Thurman non è mai stata in coma per dieci anni dopo una carriera da killer professionista. Kate Winslet non è mai scampata al naufragio di un transatlantico e, per quanto ne so, Gary Oldman non ha mai trascorso dodici anni ad Azkaban.

Recitare.

Trasformarsi in qualcosa di diverso da sé. Mostrarsi a un pubblico dicendo di essere un poliziotto, o una spregiudicata agente di borsa, o uno sceriffo del vecchio west, o una spacciatrice, o un malato terminale, o un gigolò, o un clown, o un vampiro… e farlo in modo così convincente da persuadere quel pubblico che stiamo dicendo la verità.

Ecco. Questa, molto genericamente, è la definizione base del mestiere dell’attore.

In che modo tutto questo ha a che vedere col doppiaggio?

La cosa è iniziata in sordina qualche anno fa, con richieste che ancora non avevano a che vedere col politicamente corretto e che, sulle prime, anche da oltreoceano hanno capito essere ridicole.

L’età anagrafica.

L’attrice / attore di presa diretta ha trent’anni? Bene. La doppiatrice / doppiatore dovrà avere trent’anni. Punto.

In base a questo assunto, agli albori dell’universo cinematografico Marvel, il sottoscritto fu chiamato (insieme a un buon numero di colleghi quasi coetanei) a sostenere un provino per doppiare Chris Hemsworth. Perfetto, sulla carta: conosco e adoro il personaggio di Thor fin da piccolo, e tra me e il bell’australiano, all’anagrafe, c’è un solo mese di differenza.

Poi, certo, un suo braccio è grosso quanto il mio torace, e quando apre bocca emette frequenze che io potrei raggiungere solo svegliandomi alle sei del mattino dopo una sbronza poderosa. Ragion per cui il direttore di doppiaggio aveva tentato di far presente l’assurdità del diktat. Ma niente da fare. Hemsworth è del 1983: il doppiatore dev’essere del 1983.

Risultato?

Toh! Incredibile! Nessuno di noi quasi-coetanei vinse il provino, che invece fu giustamente vinto da Massimiliano Manfredi, attore di indubbi talento ed esperienza, con una voce profonda e con quattordici anni più di Mr. Hemsworth.

Ma negli anni la prassi si è consolidata, e sempre più spesso i direttori si sono trovati costretti a operare le loro scelte di distribuzione su base anagrafica anziché su una effettiva aderenza recitativa e sull’accostamento voce / volto.

Pensate a Bill Murray, settantunenne di ferro. I suoi due doppiatori principali, Michele Gammino e Oreste Rizzini, sono entrambi di una decina d’anni più grandi. Questo ha forse reso le loro interpretazioni meno adatte?

Bene. È iniziato così.

Quando poi le major come Netflix hanno preso ad accorgersi dell’importanza del doppiaggio, hanno cominciato a sollevare polemiche sul fronte dell’aderenza non più solo anagrafica, ma anche etnica, fino ad arrivare alla richiesta di aderenza di orientamento sessuale.

Perché sembrava poco politicamente corretto (eccolo qua, il nostro mostro!) che un attore etero doppiasse un personaggio gay, o che una doppiatrice caucasica doppiasse un personaggio afroamericano.

Ricordate la premessa? Recitare significa trasformarsi in qualcosa di altro da sé.

Questa premessa è tanto più vera per le attrici e attori di doppiaggio, della cui performance interpretativa il pubblico riceve “soltanto” la voce e le emozioni che tramite la voce si possono veicolare.

Ebbene, accade sempre più di frequente che, per doppiare personaggi afroamericani, vengano richiesti doppiatori di colore. Idem per personaggi cinesi, giapponesi, indiani… E una Voce di Corridoio che mi è giunta di recente riferiva anche di clienti che hanno richiesto doppiatrici e doppiatori omosessuali per doppiare personaggi omosessuali.

Una cosa dev’essere chiara, a costo di essere impopolari. Nel doppiaggio, contano solo e unicamente due cose: l’aderenza vocale e quella recitativa.

Quella voce sta bene su quella faccia? Sì.

Quella doppiatrice / quel doppiatore è in grado di seguire la recitazione di quell’attrice / attore? Sì.

Punto.

Nient’altro importa.

E agli spiritosoni che già commentano con un sogghigno amaro «Eh, conta anche di chi sei figlio», ricordo che chi scrive è figlio orgogliosissimo di una casalinga e di un ingegnere civile.

Aderenza vocale e recitativa.

Questo e solo questo dev’essere il principio in base al quale chi dirige il doppiaggio opera le proprie scelte di assegnazione dei ruoli.

Nel mio percorso lavorativo ho doppiato attori afroamericani, cinesi, indiani, gay, trans…

Di che colore è la mia pelle è solo affar mio.

Di chi mi innamoro è solo affar mio.

Quanti anni ho è solo affar mio.

Va dato atto che, al momento attuale, attori doppiatori di etnie non caucasiche ce ne sono purtroppo pochissimi in Italia. Ma questo non perché ci sia una qualche sorta di “sbarramento razziale”. Accade che siano pochi. Tutto qui. E ci auguriamo che questo possa presto cambiare, ma la vera uguaglianza non è avere un sufficiente numero di doppiatrici e doppiatori non caucasici ai quali assegnare ruoli non caucasici. Uguaglianza è avere un parco multietnico di attrici e attori bravi e poter pescare da quel bacino per tutti i ruoli. Perché – lo ripeto ancora una volta – nel doppiaggio conta l’aderenza vocale e quella recitativa. E nient’altro.

E se un domani dovesse arrivare un film con una protagonista biondissima e americanissima, e la doppiatrice più adatta dovesse essere una collega di dieci anni più grande, con il papà algerino e la mamma vietnamita, sapete quante persone si metterebbero le mani nei capelli?

Nessunissima, grazie al cielo.

Edoardo Stoppacciaro

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