Quando la malattia ruba la scena.

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Quando la malattia ruba la scena.

Ormai è da un po’ di tempo che la mia rubrica teatrale ha preso piede qui su Niente Da Dire, con mia somma fierezza e felicità. Il mio obiettivo è parlare semplicemente del teatro nella sua forma più magica e passionale, vissuta da chi la esercita in prima persona, ammirandone il meraviglioso mondo direttamente dal palcoscenico e raccontando le varie peripezie che un umile attore novizio deve compiere per concretizzare il suo sogno di poter vivere di questo fantastico mestiere.

Ma oggi ahimè mi tocca dover affrontare, per la prima volta, una situazione che ha fatto uscire dalla grazia di Zeus. E credetemi, è altamente necessario doverlo fare, visto che parliamo anche di una cosa che mi tocca molto da vicino.

La scorsa settimana, è andata in onda la 71° edizione del Festival di Sanremo, l’evento canoro più famoso e discusso sin dagli esordi: c’è chi lo ama, chi lo odia e, soprattutto nel nuovo millennio, chi lo utilizza come base per sfornare migliaia e migliaia di meme. Nonostante l’attuale pandemia globale, il festival  è andato in onda come di consueto, con qualche cambiamento e mantenendo più o meno lo stesso stile che lo ha contraddistinto: numerosissimi cantanti provenienti dai talent o vecchie guardie della musica italiana; siparietti comici più o meno divertenti creati dal duo Amadeus/Fiorello, polemiche a iosa sulla scelta di fare o no il festival vista la situazione, Orietta Berti che fa la rebel girl e i sempre presenti ospiti delle varie serate per arricchire il tutto.

Ed è proprio sugli ospiti, o meglio, su uno di loro, che voglio soffermarmi con voi, perché proprio con l’arrivo del suddetto ospite è stato raggiunto, a mio parere, il punto più disdicevole del festival di quest’anno.

Il vostro affezionato attore novizio preferito ha partecipato alla visione della terza serata del festival con gli amati colleghi della redazione in una apposita live su Twitch, evento ormai canonico della nostra “produzione” targata Niente Da Dire. Ed è proprio nella terza serata che ho assistito con sgomento al “fattaccio”:  Presentata da Amadeus fa la sua entrata in scena Antonella Ferrari, attrice e scrittrice affetta da sclerosi multipla da molti anni, che ha partecipato a molte serie tv Rai e Mediaset e con alcune rappresentazioni teatrali alle spalle. La signora Ferrari mette in scena sul palco dell’Ariston, un monologo scritto appositamente per raccontare della  sua malattia e di come l’ha affrontata, e a mio modesto e personalissimo parere, è stato un monologo veramente brutto da vedere e da ascoltare.

Mettendo da parte la performance povera e senza reale emozione ( contornata da una dizione fin troppo didascalica e da alcune battute urlate totalmente fuori contesto e senza senso.), sono state le dichiarazioni della Ferrari a fine esibizione che mi hanno lasciato completamente allibito:

“Ho scritto questo monologo per dimostrare che io sono la protagonista della mia vita, non la malattia. Io sono Antonella Ferrari, non la sclerosi multipla.”

…peccato però che la sua dichiarazione cozzi completamente contro l’esibizione e il contenuto stesso del monologo, che è una vera e propria “cartella clinica” con annesso elenco di tutti i sintomi e le particolarità della malattia e del suo percorso ospedaliero. L’unico momento veramente “suo”, viene rappresentato con il già citato urlo all’improvviso e una presa di coscienza della propria condizione senza alcuna vera emozione, completamente apatica e quasi soggiogata dalla Sclerosi. In quel monologo, la malattia è la protagonista, mentre Antonella Ferrari è,in tutto per tutto, vittima di essa.

Esatto, una vittima. Quello che è andata in scena non è un’esibizione teatrale, ma di puro vittimismo.

Ora, prima che i leoni da tastiera si accaniscano contro di me con fiaccole e forconi, dandomi ferocemente dell’insensibile e ignorante, lasciatemi dire questo: io sono molto vicino ad Antonella, poiché anch’io ho avuto una brutta malattia che mi ha tenuto molti anni fermo sia in ospedale che a casa, impedendomi di poter andare in un’accademia teatrale e rischiando seriamente di finire prematuramente i miei giorni su questa terra. Io so cosa si prova, lo so molto bene e credetemi quando vi dico che vorrei non saperlo; vorrei poter essere ignorante in questa orribile materia e non poter nemmeno immaginare le sofferenze che si possano provare in una simile situazione, ma lo so. Quindi sono serio nel dire che mi fa piacere che una collega più anziana sia potuta ritornare sul palcoscenico nonostante la sua condizione e che magari il suo monologo possa esser stato apprezzato da molte persone che vi hanno assistito in tv.

Quello che mi ha mandato letteralmente in stato di furia è l’utilizzo che ha fatto di quel suo pezzo e il messaggio che ha indirettamente lanciato, perché Antonella Ferrari col suo monologo dimostra che è schiava della sua malattia, che non è più la protagonista della scena. Non una attrice che recita e vive della sua passione nonostante la sua condizione, ma che usa la sua condizione per muovere a pietà e colmare magari delle lacune recitative che pesano sulla sua performance. Artisti come Franca Rame, che nel 1981 portò in scena un monologo che raccontava del suo stupro avvenuto nel ’73; o Ezio Bosso, magnifico pianista e direttore d’orchestra affetto da Sla; non furono mai schiavi del loro male ma le sconfiggevano ogni  giorno sul palcoscenico,portando in scena il loro talento e facendo dimenticare al pubblico la loro condizione travolgendoli con la loro potenza artistica.

Ho visto giovani attori e attrici affetti dalla sindrome di Down diventare dei giganti sul palcoscenico, recitando l’Amleto o la Medea con una verve e una passione da fare impallidire i migliori professionisti del settore; ragazzi in sedia a rotelle rubare la scena ai colleghi con le loro incredibili performance, senza mai dover smuovere nel pubblico quel senso di vittimismo che magari potevano ispirare.

Loro sono i protagonisti, loro hanno davvero sconfitto la malattia.

Quell’esibizione sul palco dell’Ariston poteva essere un testo diverso, una diversa interpretazione, un messaggio diverso. Ma non lo è stato, almeno ai miei occhi. Antonella Ferrari poteva recitare un pezzo di Pinter o un monologo di Ibsen, ma non l’ha fatto.  Ha portato come protagonista la sua condizione, non il suo talento. E’ la sclerosi multipla che ha ricevuto il plauso del pubblico, non l’attrice. E non saranno certo dichiarazioni contraddittorie o applausi mosse da pietà a nascondere un’esibizione che ha il sapore della sconfitta.

Attore Novizio al vostro servizio!

 

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