Cuore di macchina?

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Cuore di macchina?

 

 

Fa un certo effetto affrontare marzo, il mese della rinascita, riflettendo sulla fine del mio mestiere.

Eh sì, perché le Voci di Corridoio parlano chiaro: il doppiaggio è al capolinea.

Finalmente”, diranno i puristi dell’originale, probabilmente ignari del fatto che, da ormai almeno quindici anni, vedere film e serie in lingua originale non è poi questa impresa impossibile.

Ignari anche del fatto che i tanto amati sottotitoli forniscono, in realtà, un riassunto di ciò che viene detto in scena, così da facilitare allo spettatore lo “scatto d’occhi” testo / immagini.

Ma vabbe’, non si può essere aggiornati proprio su tutto tutto, e quindi, amici odiatori del doppiaggio, bella per voi! Finalmente questa oscura cupola di perversi supratori di audiovisivi crollerà e il suo regno di ignoranza avrà fine.

Come mai? Ah, giusto, se non sapevate che un audiovisivo è fruibile anche in lingua originale, ci sta che non abbiate sentito l’ultimissima Voce di Corridoio sulle nuove frontiere della tecnologia.

È allo studio un software basato sull’intelligenza artificiale e sul machine learning. Il team di ricerca al lavoro su questo prodigio mira a rielaborare la voce e la recitazione originale di un attore trasformandola nelle lingue di tutti i paesi nei quali il film verrà distribuito.

Ah, già, un’altra news freschissima: il “Si doppia solo in Italia” è una boiata. Siamo uno degli oltre trenta Paesi al mondo nei quali il doppiaggio è pratica comune.

Ho potuto ascoltare alcuni tentativi fatti campionando la voce di alcuni miei illustrissimi colleghi, e ammetto che i risultati sono sbalorditivi, almeno per un progetto che sta muovendo i primi passi. Le prime parole del software sembravano effettivamente pronunciate dal collega “campionato”, salvo poi sdrucciolare in alcune intonazioni che, invece di ricordare il monologo del Gladiatore, sembravano gli annunci automatici alle stazioni ferroviarie.

Ma ripeto: siamo solo ai primi studi.

Attenzione, però.

La mira degli ideatori del software non è questa. Come ho detto, si punta a eliminare dal quadro la figura del doppiatore, anche solo come mero “donatore di voce” a uso di una macchina che ne farà quel che vuole. O meglio, quel che vuole chi, quella macchina, la utilizzerà.

L’obiettivo è quello di farci ascoltare la voce di Russell Crowe trasformata in italiano.

E allora sì che ci potremmo godere la vera recitazione dell’attore, la vera voce dell’attore, senza l’invadente mediazione dei doppiatori.

Facciamo un passo indietro.

Avete mai sentito un inglese che parla straordinariamente bene l’italiano?

O meglio ancora, un italiano che vive e lavora da decenni in un paese anglosassone?

Un esempio per chi tra i nostri lettori avesse mai visto una puntata di “Masterchef”.

Lo Chef Giorgio Locatelli

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Italianissimo, nato a Vergiate, persona colta, intelligente, arguta e sensibile.

Dal 1986 vive e lavora a Londra (salvo una tappa parigina). Oh… Sono trentacinque anni! Mica uno scherzo!

Per chi segue questo personaggio… Avete presente il suo modo di parlare?

Penso che nessuno si azzarderebbe a dire che non parla bene italiano. Lo chef ha una padronanza e un’eleganza espositiva (ahimè) rare nella televisione di oggi.

Ma sentite come intona le sue frasi.

Le note che usa.

In che modo tiene aperta una frase per fare una pausa e poi chiuderla subito dopo.

In che modo pone le domande.

Le sue note, le sue “intonazioni” (in gergo)… sono inglesi.

La lingua britannica gli è così familiare, gli è così entrata dentro, che quando si esprime nella sua lingua madre italiana, lo chef usa sì tutti i termini giusti (salvo qualche minuscola scivolata semantica di tanto in tanto), ma si porta dietro i suoni della lingua che ha parlato più assiduamente negli ultimi trentacinque anni.

Perché tutta questa parentesi sullo chef Locatelli?

Perché se un software riuscisse a trasformare l’inglesissimo (australianissimo, per la verità) gladiatore di Crowe in italiano, dovrebbe essere in possesso di una quantità di dati tale da trasformare anche le sue intonazioni in quelle della nostra lingua.

Oltretutto, chef Locatelli ha sì intonazioni inglesi, ma è comunque italiano, ragion per cui quelle intonazioni un po’ stonate al nostro orecchio, si mescolano con altre “giuste” anche per noi. Avendo a che fare con battute e suoni interamente inglesi, il software dovrebbe possedere in memoria tutte le intonazioni inglesi e tutte le intonazioni italiane, e abbinarle.

Ma quante intonazioni ha l’inglese?

E quante intonazioni ha l’italiano?

E il giapponese?

E il russo?

E il basco?

E il norvegese?

Il motivo per cui i doppiatori storcono sempre un po’ il naso quando si parla di “intonazioni”, è che il nostro lavoro non consiste nel cercare quelle, ma le intenzioni. Sono le intenzioni a veicolare l’emozione, e ogni intenzione può essere espressa con decine di intonazioni diverse.

Una macchina incredibilmente sofisticata, una volta acquisita una sufficiente quantità di dati, può sicuramente replicare un suono.

Ma quanti dati le occorrono per replicare un’emozione? Quali equazioni deve risolvere per avere la voce rotta dal pianto su una certa parola? Quali calcoli deve fare per restituire con la recitazione un’alzata di sopracciglio furbetta che il nostro attore fa in primo piano mentre espone un’idea malandrina?

Un altro esempio che amo fare quando si parla di intelligenze artificiali:

Un bambino chiede a sua madre in quali casi si debba allacciare la cintura di sicurezza in auto.

Un gerarca nazista chiede al capo della polizia segreta quante volte i suoi atroci metodi di interrogatorio abbiano portato a una confessione.

Un paziente chiede al dottore per quanto tempo dovrà assumere quel farmaco contro il colesterolo.

Le diverse risposte di tutti questi personaggi saranno sempre espresse con la parola “sempre”.

Toujours.

Siempre.

Immer.

Tsuneni.

Bestandig.

Always.

«Severus… Dopo tutto questo tempo?»

Può farlo anche una macchina. Certo.

Tanto la risposta è comunque “sempre”, no?

Edoardo Stoppacciaro

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