Video Killed the Radio Star

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Video Killed the Radio Star

Come molti di voi ben sapranno, il titolo di questo articolo richiama una popolare canzone dei Buggles che la cultura di massa ha consacrato come il punto di inizio della musica anni ’80. Sebbene questa hit sia del 1979, la sua sonorità caratterizzata da un notevole uso dell’elettronica insieme alla sensazione di nostalgia che trasmette all’ascoltatore (per non parlare dell’assoluta orecchiabilità) la rendono a tutti gli effetti un emblema del passaggio dagli anni ’70 agli ’80 sul piano sentimentale e tecnologico.

Questo sarà un Natale un po’ particolare per tutti noi: personalmente sarà la prima volta che lo trascorrerò lontano dalla maggior parte delle persone a me care, ma per fortuna la tecnologia viene in nostro aiuto. Senz’altro fare una videoconferenza non è come avere di fronte una persona in carne ed ossa, ma è come se, in qualche modo, la distanza tra noi e l’interlocutore fosse “attutita”. E proprio per questo motivo ho voluto parlare di radio e televisione nell’articolo di questo mese: quali sono le origini di queste due invenzioni cardine nel mondo delle telecomunicazioni? Video killed the radio star era una delle mie canzoni preferite da bambino: ogni volta che mi capitava di sentirla iniziavo a saltellare in giro ballando come un robottino. Stavolta invece è con uno dei miei scienziati preferiti che vorrei iniziare a raccontare le vicende che portarono alla prima trasmissione radio della storia: Nikola Tesla.

Nel 1865, qualche decennio prima che Tesla iniziasse i suoi esperimenti, il fisico scozzese James Clerk Maxwell pubblicò una serie di equazioni che cambiarono la comprensione dei fenomeni elettrici e magnetici. Sebbene già in precedenza esistessero degli indizi sperimentali che lasciavano supporre una qualche correlazione tra forze elettriche e magnetiche (Oersted, 1820), il lavoro di Maxwell confermò che ci si trovava in presenza di un’unica entità: il campo elettromagnetico. Secondo questa nuova descrizione della realtà fisica, campi elettrici sono in grado di produrre fenomeni magnetici, e, viceversa, campi magnetici possono indurre correnti elettriche nei conduttori.

In altre parole, la forza elettromagnetica è responsabile di far interagire fra loro tutte le particelle cariche, compresi gli elettroni che costituiscono qualsiasi forma di corrente elettrica. Ma come comunicano esattamente tra loro? La teoria del fisico scozzese predice anche questo: tramite le onde elettromagnetiche! Ok, e cosa c’entra Tesla in tutto ciò? Ci arriviamo tra un istante.

Se avete visto il film L’apprendista stregone (2010), ricorderete sicuramente le magnifiche scene in cui il protagonista azionava degli imponenti generatori elettrici, producendo fulmini a tempo di musica. In realtà non si trattava di veri e propri generatori, ma più precisamente di un particolare tipo di trasformatore chiamato – indovinate un po’- bobina di Tesla, proprio in onore dell’inventore serbo che la ideò.

Una bobina di Tesla è formata da due avvolgimenti di conduttore isolato, uno tozzo e formato da poche spire (detto circuito primario) e uno più allungato e formato da migliaia di spire (detto circuito secondario). Quando una corrente alternata oscillante viene fatta passare attraverso il circuito primario, questa genera nello spazio circostante un campo elettromagnetico che a sua volta induce una corrente nel circuito secondario. A causa dell’elevato rapporto nel numero di spire tra i due circuiti, il guadagno di tensione sul secondario può essere davvero considerevole: stiamo parlando di centinaia di migliaia se non milioni di volt – dei veri e propri fulmini!

Il campo elettromagnetico a radiofrequenza prodotto da una simile macchina è talmente intenso nelle sue vicinanze che persino alla distanza di qualche metro è possibile far accendere dei tubi al neon… senza collegarli alla corrente. Ma com’è possibile? Pur non ricevendo energia dalla presa elettrica, il campo elettromagnetico è in grado di eccitare gli elettroni delle sostanze fosforescenti presenti nei tubi al neon, facendoli emettere luce come fossero una spada laser.

E’ proprio questa la natura delle onde elettromagnetiche: una carica elettrica che oscilla in un certo punto dello spazio produce una perturbazione che si propaga nel vuoto alla velocità della luce, e tutte le altre cariche circostanti ne risentono in qualche modo, per esempio mettendosi ad oscillare a loro volta. Un po’ come un surfista che cavalca un’onda sulla sua tavola. Tesla voleva sfruttare questo principio per trasmettere senza fili l’energia elettrica in tutto il mondo: una trentina di enormi torri trasmittenti avrebbero irradiato le onde elettromagnetiche in tutto il globo, mentre altri dispositivi più piccoli sarebbero stati usati come riceventi.

Iniziate a intravedere il filo conduttore del discorso? Trasmittente e ricevente sono forse i due termini più fondamentali che possiamo usare quando parliamo di comunicazioni radio!
Sul finire del 1800 l’inventore serbo stava portando avanti in America delle ricerche sulla trasmissione e ricezione di segnali a grande distanza, arrivando persino ad azionare dei piccoli motori da remoto. Famoso per essere un genio visionario, egli già ipotizzava ai suoi tempi di poter un giorno trasmettere immagini e suoni da un capo all’altro del mondo.

E proprio all’altro capo del mondo, più precisamente in Italia, un altro inventore dalle mirabili capacità stava per compiere una serie di esperimenti pionieristici. Nel 1894, il ventenne Guglielmo Marconi aveva già messo a punto diversi dispositivi in grado di trasmettere e ricevere segnali radio a distanza, e solo due anni più tardi si ha notizia di un suo brevetto che – a tutti gli effetti – si può considerare il primo vero e proprio dispositivo radio della storia. Sebbene utilizzasse molteplici sistemi precedentemente sviluppati da Tesla e compagnia, non possiamo negare che questo primitivo strumento per la telegrafia senza fili rappresenti la pietra miliare di tutte le successive invenzioni in questo neonato campo. Antenne, bobine, condensatori, batterie e coesori si ritrovano in tutti i successivi apparecchi che verranno sviluppati in versioni sempre più perfezionate e performanti: in quegli anni, Marconi diede numerose dimostrazioni pubbliche sul funzionamento e le applicazioni della sua straordinaria invenzione.

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Nel 1909 si ha notizia della prima operazione di soccorso navale avviata grazie ad un SOS trasmesso attraverso un radiotrasmettitore: erano passati poco più di vent’anni da quando il fisico tedesco Heinrich Rudolph Hertz aveva dimostrato sperimentalmente l’esistenza delle onde elettromagnetiche. Probabilmente, all’epoca, nessuno dei circa 1700 passeggeri a bordo del transatlantico americano “Republic” poteva immaginare che un relativamente semplice esperimento effettuato due decenni prima con una bobina ad alta tensione ed un anello metallico avrebbe contribuito a salvare le loro vite dall’annegamento.

Noi abitanti del ventunesimo secolo potremmo pensare che il mondo del telegrafi e dei radio-operatori sia soltanto un passato lontano al quale rimirare con un nostalgico senso di “vintage”. Peccato che tutti gli smartphone, ormai onnipresenti nelle nostre tasche, altro non siano che degli avanzati (e compatti) dispositivi per la rice-trasmissione di frequenze radio! E non pensiate che i moderni televisori a schermo piatto e con accesso diretto a Netflix condividano un passato troppo diverso dalla radio. Scambiare segnali da un capo all’altro dell’oceano e sentire la voce di una persona distante chilometri e chilometri fu senz’altro un’innovazione di portata rivoluzionaria, ma riuscire a fare la stessa cosa con le immagini in movimento fu un altro paio di maniche.

 

Philo Farnsworth | Biography, Inventions, & Facts | Britannica

 

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