Gigi Proietti; la fame dell’attore

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Gigi Proietti; la fame dell’attore

 

C’è una cosa che accumuna tutti gli attori del nostro mondo, quello che ritengono “reale” ai loro occhi bramosi d’immaginazione: il mondo del teatro. Questa piccola peculiarità che li accumuna è una sola: La fame.

Gli attori sono affamati, sempre. Non solo di pietanze che possono mettere nel piatto quando finalmente percepiscono un agognato pagamento, no. Parlo di un cibo che si può mangiare solo con gli occhi, la mente e il cuore. Leccornie che solo il teatro e il cinema può donare, riempiendo loro lo stomaco che gli altri, quelli che stanno “nell’altro mondo”, chiamiamo Fantasia. E’ un alimento facile da trovare ma difficile da comprendere, complesso da digerire per chi lo assaggia per la prima volta. Succede infatti che molti attori e attrici non finiscono il piatto, lasciano grossi avanzi dietro di loro perché quello che hanno mangiato non gli è piaciuto o gli è rimasto sullo stomaco, rimandandolo indietro. Decidono di passare ad altro, controllando minuziosamente cosa c’è sul menù, solo per riempirsi la pancia e spegnere quella fame che, ad un certo punto, dona loro fastidio. Senza capirlo, senza cercare realmente un significato nel loro cibarsi di quella pietanza così rara e colma di piacere. Alcuni attori, ahimè, dimenticano anche perché stanno mangiando e si perdono in un’insensata abbuffata, perdendosi nel vortice di piatti insipidi, insensibili, inutili.

C’è stato invece un uomo la cui fame è divenuta leggenda.

Lui non è mai stato come gli altri: sin dall’inizio era più che affamato , era famelico. Desideroso di assaggiare, di scoprire, di assaporare ogni singolo piatto. Sin dal giorno in cui due genitori fecero l’errore di lasciare il compito di tenere una borsa colma di deliziose zucchine ripiene ad un bambino fin troppo affamato e incapace d’attendere l’arrivo in spiaggia all’ora di pranzo per mangiare. Inutile soffermarsi sul finale di questo aneddoto: Vi basti sapere che il bambino corse parecchi chilometri sul bagnasciuga inseguito da una madre inferocita.

Era così, l’uomo: voglioso di mangiare, di scoprire, di conoscere. Appagare un gigantesco appetito che il mondo intorno a lui gli solleticava divertito. Mangiava di tutto: l’aria d’avventura che trasudava dai quartieri del Tufello dove è cresciuto; il mistico abbraccio della religione che lo affascinava ma che non lo piegava; le incredibili melodie della sua amata musica che l’accompagnò per tutto il suo breve periodo universitario, portandolo a suonare e cantare nei night club per portare a casa qualche spicciolo e continuare ad appagare la sua fame. Ma era tanta e lui sapeva che c’era bisogno di qualcos’altro, qualcosa di più appetitoso.

Ed arrivò infine il Teatro, a donargli il piatto che tanto bramava. E lui non perse tempo a chiedersi come o perché, si gettò a capofitto a divorare voracemente quella splendida pietanza così buona e prelibata, arrivando a leccare il piatto e chiedere il bis, mangiando anche il piatto stesso, ringraziando sempre con umiltà e educazione. Il menù che quella meraviglia artistica gli offriva era colmo e vario, e lui non vedeva l’ora di assaggiare tutto, di sperimentare nuovi piatti: il cinema, il doppiaggio, gli sketch comici e gli one man show. Non disdegnava nulla, fagocitava tutto con gran soddisfazione e arrivando a cucinare piatti tutti suoi, pieni di monologhi divertenti e irriverenti, spettacoli Shakesperiani recitati col cuore e un’innaturale connessione col Bardo di Avon, spettacolari omaggi al teatro di Petrolini…E poi geni della lampada, pugili, stregoni e carabinieri, senza mai dimenticare la sua amata chitarra. Il tavolo dove sedeva era sempre pieno di nuove portate e lui non rimandava indietro neanche una briciola, strofinandosi il naso soddisfatto e felice, dando uno sguardo alla luna come faceva un certo Guascone dal lungo pennacchio.

A volte, con lui si sedevano altri attori e attrici con la sua stessa famelica voglia di soddisfare il loro stomaco artistico. Lui non si comportava mai da egoista ed era felice come un bambino di condividere i cibi che trovava e che creava. E la tavola s’espandeva a vista d’occhio, s’allargava con nuove posti su cui vi sedevano tanti giovani artisti che provenivano da ogni parte d’Italia. Gente che cominciò a chiamarlo Maestro, anche se lui non voleva. Lui si sentiva un Novizio, sempre e comunque, ed era fiero di poter avere così tanti amici a pranzo e a cena. Lui condivideva, insegnava a cucinare ed apprezzare il valore e il gusto di quel meraviglioso cibo chiamato Teatro. Un cibo che lui amava, che era ormai parte di lui. Dicendo sempre grazie con infinità umiltà ad ogni pasto ricevuto.

La scorsa settimana, proprio il giorno del suo compleanno, quell’uomo così affamato, così capace e umile, ha deciso di posare la forchetta. Era sazio, e ha semplicemente detto all’immensa tavolata piena dei suoi amici, familiari, allievi e colleghi che in lui vedevano una guida ed un’ispirazione; che andava giusto a farsi una passeggiata per digerire un pochino, giusto per far spazio alla prossima portata. E visto che era di strada, ne avrebbe approfittato per insegnare all’Onnipotente giusto due o tre cose divertenti da fare in scena, nel suo immenso teatro celestiale. E magari vedere se anche lui ci cascava al tranello del 18 18 18 18!

” Oh, me raccomanno, non fregateme er posto che poi torno! E dopo ricominciamo a giocà tutti ‘nsieme…”

Tranquillo, Gigi. Non te lo frega nessuno, il posto. Sarà per sempre tuo, meraviglioso maestro. Grazie per il buon pasto e la buona compagnia.

Attore Novizio al tuo servizio, per sempre.

 

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