Il coraggio e l’originalità

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Il coraggio e l’originalità

Stai per addormentarti quando, d’improvviso, ti viene un’idea. Un’idea geniale. Accendi la luce e te la appunti su un quadernino che tieni sempre accanto al letto. Fai un po’ fatica a riaddormentarti, perché pensi che quella sia davvero la volta buona. È l’idea che cambierà tutto, che finalmente ti porterà a scrivere una storia originale, avvincente, bella. Piano piano il sonno cala, e ti addormenti.

Il giorno dopo ti svegli, fai colazione come se niente di straordinario fosse accaduto la sera prima. Finché, mentre sovrappensiero pensi al dentifricio che sta per finire, per una stramba associazione di idee, ti ritorna in mente tutto: o quasi.

Corri ad aprire il quadernino, e ci vedi appuntate tre righe confuse. È sempre così: pensi che l’idea sia talmente pregnante che non potrai mai dimenticartela, ti basteranno giusto due indizi per ricordare ogni cosa, e poi… a malapena sai interpretare la scrittura malmessa della notte. Riesci a cogliere qualche parola e a ricostruire una trama sbilenca nella mente.
E ti rendi conto che l’idea geniale della sera prima era, praticamente, una brutta versione di Harry Potter. Chiudi il quadernino, ti finisci di preparare e vai a comprare il dentifricio.

Quante volte vi è successo?

Siamo così tanto circondati da storie che il rischio di esserne contagiati, anche inconsapevolmente, è alto. Anzi, è impossibile sfuggirne. Ma siamo sicuri che sia sempre un male?
A volte gli aspiranti artisti si lasciano frenare molto dalla paura di non essere originali. Piantano dei semi e poi li tolgono dal terreno non appena vedono che le prime foglie sono uguali a tante altre. E il terreno rimane incolto. Ma questo è un grandissimo errore.
Ci saranno sempre le storie che più abbiamo amato nella nostra mente. Si insinueranno ovunque dettagli, reminiscenze, influenze più o meno esplicite. E va bene così: avviene da sempre, da quando la letteratura ha avuto inizio. E gli artisti forse non imparano proprio copiando inizialmente gli artisti più famosi? Prima di riuscire a trovare il proprio modo di esprimersi, è normale fare molti tentativi, e copiare da chi più ci ispira.

Ho avuto periodi in cui scrivevo ispirandomi a Buzzati, altri ispirandomi a Rodari. Sono passata da lunghi periodi pieni di subordinate a filastrocche surreali. Sono ancora alla ricerca, ma ricercare non è copiare. Bisogna ovviamente avere il coraggio di sganciarsi, soprattutto quando vogliamo far diventare la nostra arte un lavoro. Ma non bisogna aver troppo timore dell’originalità e della banalità, del cosiddetto mainstream.

E poi, cosa significa riuscire a essere originali?
Non è solo la trama. Non è solo lo stile. Non è solo il tono. È l’unione di tutto questo: ed è la nostra unicità in quanto esseri umani unici. La sfida è saper trascrivere questa unicità nel migliore dei modi, certo: ma ciò che abbiamo vissuto, lo sguardo attraverso cui sono passati gli eventi della nostra vita, il filtro della nostra sensibilità e infine il nostro personale modo di selezionare le parole, non saranno mai identici e sovrapponibili a quelli di un altro.

Se vi dicessi di scrivere un dialogo tra un uomo e una donna, vi indicassi l’argomento di conversazione, i loro caratteri, e il finale, ognuno di voi scriverebbe un esercizio diverso dall’altro.

Bisogna solo lavorarci su, con costanza e dedizione. Ma non bisogna farsi frenare.

A volte essere consapevoli di profonde influenze che possiamo avere mentre scriviamo può aiutarci anzi ad allontanarcene: razionalmente possiamo scrivere su un foglio ciò che vogliamo evitare, e questo può essere un buon punto di partenza per trovare nuove idee.

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