Diversità e omologazione, dov’è il confine?

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Diversità e omologazione, dov’è il confine?

Può la lotta all’omologazione diventare l’omologazione stessa?

Nonostante la domanda suoni un po’ come una supercazzola con scappellamento a destra, il pensiero che c’è dietro è serio.
Fin da quando sono piccola sento che la massa è fatta di pecore, io non voglio essere una pecora, io non faccio le scelte della massa.
Però a chi piace sentirsi parte della massa? Chi è la massa?
I gusti sono personali ma non ci sono standard che ci dicono chi dobbiamo essere per rientrare in una massa, semplicemente a un certo punto ci si ritrova lì. O dall’altra parte.

Le scelte, la vita, il lavoro, quello che guardiamo su Netflix sono tutte cose che ci rendono unici. E uguali a qualcun altro.
C’è una sorta di dicotomia, di divario interiore che caratterizza l’uomo.
Da una parte il voler a tutti i costi far parte di qualcosa, la calda rassicurazione dell’ “anche io sono come te”; dall’altra, la necessità di sentirsi unici, la repulsione per lo stereotipo.
Cercherò di non rendere il concetto troppo personale perché io ho un problema serio con l’omologazione tanto da fare scelte così anti-omologanti da essermi tirata la zappa sui piedi tante, troppe volte.
Ma nemmeno questo è giusto, non credete?

A volte volere essere “diversi” è un gusto di per se stesso vuoto, come il “faccio/non faccio questa cosa solo per andare contro corrente“, a volte è invece una necessità viscerale perché è impossibile accettare quel che a tutti sembra accettabile.
Senza andare troppo nel filosofico, pensiamo alle serie TV.
Banalmente prima dell’arrivo di Netflix in Italia, di certo non erano una cosa per le masse, ce n’erano meno, alcune più popolari di altre, specie le sit-com, ma insomma, stava ai palinsesti in chiaro la decisione di cosa il popolo italiano avrebbe guardato.

C’era il mini universo dello streaming illegale a nutrire la nicchia appassionata di quella o quell’altra serie. Era possibile tenere conto di quante serie ci fossero, ed era già abbastanza ‘nerd’ guardarle.
Questo è un mondo che ancora esiste, ma senza dubbio l’illegalità è diminuita moltissimo con Netflix (poi Prime, poi Disney+ eccetera, ma teniamo Netflix come esempio per tutti.)
Ok, ci sarà qualcuno che dirà “io non ho Netflix”, non è questo il punto, o forse sì, ci sarà sempre l’eccezione, ma la massa è tale per quantità, e indubbiamente una grande quantità di persone ha Netflix (l’anno scorso l’Italia contava 2 milioni e a metà di quest’anno aveva superato i 4,5 milioni di abbonati).
Però se ci pensate è Netflix che decreta i trend e ci dice cosa guardare.
E allora ci stiamo omologando a ciò che la piattaforma ci propina?

Torniamo al concetto di omologazione che come antitesi ha il concetto di diversità: Netflix, così come Disney e altri colossi, stanno dando tanto spazio alla diversità.
Serie, film, TV show dove c’è la quota per tutto: il colore, il gender, il pensiero, l’etnia, la nazionalità… E va benissimo, evviva, è giustissimo e naturale dare il giusto spazio a tutti, dalle storie raccontate e i suoi protagonisti a chi le scrive e le mette in scena queste storie.
MA.
Poi arrivano prodotti così tirati per le orecchie dove vien da pensare “Ci state prendendo per i fondelli?”
Ci sono storie che possono raccontare di una o più etnie, di una o più questioni di carattere di genere, per esempio Sex Education è perfetto in quel senso perché il punto della serie stessa è proprio esplorare una moltitudine di aspetti “diversi” appunto.
Poi ci sono storie forzate dove sembra di vivere in una barzelletta dove ci deve essere ogni rappresentante di “categoria diversa” che diventa di per se stessa una bomba razzista/sessista/eccetera dove è evidente che non si è capito NIENTE di ciò che significhi diversità e ci si sta solo omologando a una richiesta di mercato.
Per esempio, immaginiamo che per assurdo si voglia raccontare in un film una storia millenaria cinese, dove il cast stellare cinese non è supportato dalla men che minima storia cinese, ricerca, sceneggiatore, produttore, aiuto-regista, ragazzo-porta-bibite che sia davvero cinese.
Solo una vuota vetrina superificiale. Fortuna che è solo un esempio e non è successo davvero.

E allora, come forse un po’ spesso ormai dico, ma non me ne stanco perché ci credo davvero, la soluzione sta sempre nel mezzo, anzi nell’equilibrio delle cose.
Non bisogna essere omologati per forza così come non bisogna per forza cercare di uscire dagli schemi.
Essere noi stessi non è una scelta che spetta a qualcun altro perché alla fine, siamo noi quelli a cui dobbiamo render conto.
Siamo noi che dobbiamo piacerci.
Siamo noi quelli con cui dobbiamo passare la maggior parte del nostro tempo.
Quindi perlomeno, cerchiamo di essere onesti davanti allo specchio ed essere chi vogliamo.

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