Niente (di nuovo) da dire?

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Niente (di nuovo) da dire?

Questo mese la nostra magnifica Irene Buzzi ci regala una splendida cover dedicata a Gianni Rodari.

L’estro e la sensibilità di questo grande uomo, la sua inesauribile capacità di trarre grandi insegnamenti dal racconto di cose apparentemente piccole, quella sconfinata miniera di storie che era la sua fantasia, mi porta a riflettere su una voce di corridoio addosso alla quale mi schianto dolorosamente da parecchio tempo.

Adoro leggere e scrivere: tutti i libri che compro, di storie me ne raccontano un sacco.

Faccio il doppiatore: la meravigliosa schizofrenia del mio lavoro fa sì che al mattino io sia un chirurgo plastico di grido, al pomeriggio Cesare Borgia e la sera un piccolo elfo verdognolo con la zeppola. E il giorno dopo, magari, un serial killer, poi un missionario in Africa e poi ancora Robb Stark. E così via: storie. Centinaia di storie.

Poi ovviamente mi piace andare al cinema e guardare la TV.

Altre storie. A vagoni.

Bèh, da qualche anno a questa parte, sento più volte dire (e spesso lo dico anch’io) che nessuno propone più storie nuove. Che è tutto un riproporre vecchie idee o identici schemi narrativi. E questo sembrerebbe vero, per motivi e in modi diversi, nel cinema italiano quanto in quello d’oltreoceano. Parlo prevalentemente del cinema d’intrattenimento.

Riflettiamo su questo.

Giorni fa, a tavola, mi sono trovato a dire che è meraviglioso essere un doppiatore nerd in questo momento storico, perché si ha la possibilità di trovarsi a doppiare i sequel o i remake di film che hanno plasmato la nostra infanzia. Pensiamo solo a tutti i live action Disney. Pensiamo a qualche titolo degli ultimi (o dei prossimi) anni: Star Wars, Jurassic World, Rocky, Rambo, Ghostbusters, Beverly Hills Cop, Il principe cerca moglie… Sembra un interminabile revival di marchi che hanno dominato gli anni ’80.

Poi c’è ovviamente tutto il filone supereroistico, destinato per sua stessa concezione a generare un numero imprecisato di sequel. Ma adesso mi interessano di più i “vecchi” (io preferisco “immortali”) film riportati alla luce con alterne fortune dalla moderna industria cinematografica.

Che cosa c’era alla base di quei film?

Semplice: un’idea. Quell’idea veniva sviluppata in una sceneggiatura. Quella sceneggiatura veniva proposta, magari rifiutata più volte obbligando gli autori a bussare alle porte di mezza Hollywood… E poi alla fine arrivava un produttore che ci credeva, che in quelle pagine vedeva qualcosa. E il film si faceva.

A quel punto si aprivano tre possibilità:

  • Il film era una frana. Bagno di sangue, vergogna sul regista, vergogna sul suo cast, vergogna sulla sua mucca.
  • Il film piaceva! Che carino! Che bell’idea! Che bravi gli attori! Quando esce in VHS me lo compro. Fine.
  • Il film diventava un cult! Come accidenti gli è venuta quest’idea geniale? Mio Dio, non mi sono mai sentito così gasato! Mamma, mi compri i pupazzetti del film? A carnevale voglio vestirmi come il protagonista! Se avrò un figlio, gli farò vedere questo film!

Nel terzo scenario, l’idea poi diventata una sceneggiatura poi diventata un film, si trasforma ulteriormente in un fenomeno di costume. E i fenomeni di costume, si sa, influenzano il mercato, trascendendo lo stesso medium cinematografico attraverso il quale sono stati proposti. E allora VIA! Action figures, repliche degli oggetti di scena, magliette, coperte, apribottiglie, tazze e bicchieri, asciugamani, copri-water, serie animate… Insomma, quell’idea si è creata un proprio settore di mercato che la porta a sopravvivere ai decenni. Spesso anche ai propri creatori.

Che cosa succede oggi, invece? Il processo opposto. I produttori si siedono attorno a un tavolo e si chiedono: «Che cosa vende in questo periodo?»

Fanno un’analisi di mercato, osservano le statistiche dei marchi con le quotazioni più alte e dicono: «Questo! Facciamo un film su questa cosa che va fortissimo tra i giovani e i meno giovani».

Allora qualcuno osserva sommessamente:

«Ehm… sì, è fighissimo… Ma il film c’è già. L’hanno fatto negli anni ’80».

E qui le risposte dei produttori possono essere due:

  • «Chissenefrega! Rifacciamolo MEGLIO! Magari con un cast tutto al femminile».
  • «Chissenefrega! Facciamo un bel sequel! Sono ancora vivi i protagonisti? Sì? Ottimo! No? Li rifacciamo al computer».

Ora… da questo approccio sono usciti anche dei film che mi sono piaciuti parecchio. Non critico il fenomeno a priori. Critico il concetto alla base. Il cinema d’intrattenimento degli anni ’70 / ’80 / ’90 è stato reso grande da autori che hanno avuto il coraggio di inseguire un’idea finché qualcuno non ha permesso loro di realizzarla così come volevano.

L’ha fatto Sylvester Stallone per il suo “Rocky”; l’ha fatto George Lucas per il suo “Star Wars”. C’era creatività, all’origine di queste storie. Non indagini di mercato: creatività. Poi è chiaro: la valutazione dei produttori si basava su una stima di vendibilità dell’idea. A quei livelli, non si lavora per la gloria. O meglio… Non c’è gloria se il tuo film non vende. Ma si partiva sempre e comunque da un’idea. Ed ecco che abbiamo avuto storie che per noi oggi sono dei classici, ma che all’epoca erano qualcosa di mai visto e forse neppure sognato. Molti riproponevano stilemi del vecchio cinema d’azione, ma li rileggevano in una chiave totalmente inedita, magari mescolandoli con altri generi e creando cocktail folli e imprevedibili.

Ritorno al Futuro.

Ghostbusters.

Indiana Jones.

The Blues Brothers.

I Goonies.

Navigator.

Jurassic Park.

E chi più ne ha più ne metta.

Discorso a parte (più o meno) per il cinema di casa nostra.

Dagli anni ’20 agli anni ’70, l’Italia ha praticamente inventato il cinema di genere. Che si trattasse di fantasy come i vari “Maciste contro…”, di film storici come “Scipione l’Africano” o di commedie fanta-storiche come “L’Armata Brancaleone”, il cinema d’intrattenimento del Bel Paese ha letteralmente fatto scuola.

E poi?

Poi il Neorealismo, che dalla Seconda Guerra Mondiale ha regalato al nostro cinema capolavori come “Riso amaro”, “La terra trema”, “Il ferroviere” e “Ladri di biciclette”, si è imposto come fondamento della narrativa. Storie vere! Rigorosamente vere o quantomeno drasticamente verosimili.

Ed eccoci ai giorni nostri. Per lunghissimi anni, il cinema italiano ha proposto quasi unicamente i seguenti modelli:

  • Dramma su madre cassaintegrata malata terminale con figlio trans sieropositivo e marito in carcere;
  • Film biografico su personalità di spicco della letteratura/politica/lotta sociale/sport generalmente finito malissimo;
  • Commedia agro-dolce con compagnia stabile di quattro /otto attori ormai scritturati per interpretare se stessi;
  • Thriller poco convinto;
  • Cinepanettoni.

Salvatores ha fatto qualche tentativo con “Nirvana” e “Il Ragazzo invisibile”, ma non ci sono stati grandi seguiti.

Poi nel 2015 sono arrivati “Lo chiamavano Jeeg Robot” di Gabriele Mainetti e “Il racconto dei racconti” di Matteo Garrone. Il primo un film di supereroi calato nel contesto della periferia romana; il secondo un fantasy ispirato a un classico della letteratura seicentesca.

L’anno precedente, Claudio Di Biagio aveva diretto un bel fan movie su Dylan Dog (“Vittima degli Eventi”). Insomma… Registi e sceneggiatori nostrani che per anni si erano visti sbattere in faccia le proprie idee per storie “strane”, inconsuete, fantasiose, hanno iniziato ad acquisire un peso contrattuale o a ritagliarsi un proprio spazio per raccontare ciò che volevano. Con fatica, con difficoltà (per il suo Dylan Dog, Di Biagio ha dovuto far ricorso al crowdfunding) ma con risultati sbalorditivi sotto tutti i punti di vista: qualità, risposta di pubblico e di critica.

Film perfetti? Ovviamente no, ma passi importanti per ricordare (e per ricordarci) che sappiamo raccontare anche altre storie. Che sappiamo raccontare anche in modo diverso.

È quello che, nel mio piccolo, sto inseguendo io stesso con il mio “REAL! – A Ghostbusters Tale, un progetto senza scopo di lucro che porta a Roma il mondo degli Acchiappafantasmi e che vedrà la luce l’anno prossimo: un film che dimostri che, pur con pochissimi mezzi, se si ha una passione potente e si crede fortemente in un sogno, si possono raccontare storie diverse e coinvolgenti.

È uscito di recente il teaser di “Freaks Out”, sempre di Mainetti, che propone atmosfere cupe e fantastiche alla Del Toro, e siamo in attesa del film su Diabolik diretto dai fratelli Manetti. Ma chissà quanti cineasti hanno nel cassetto progetti incredibili che faticano a trovare la luce perché «Naaah, qui da noi ‘sta roba non vende».

Ho avuto di recente la possibilità di assistere alla proiezione di “Magenta”, un corto di Gabriele Tacchi che mescola atmosfere lovecraftiane all’immaginario di Conan Doyle, il tutto ai giorni nostri, e l’ho trovato un piccolo gioiello che, con qualche mezzo produttivo in più, potrebbe diventare qualcosa di veramente grosso.

Perciò, tornando a quella voce di corridoio secondo la quale non ci sarebbe niente (di nuovo) da dire, riflettendoci, credo che le cose da dire ci siano e siano tante. Tante e fantastiche, terribili, esilaranti, struggenti, mostruose, dolcissime, cupe, splendenti, esagerate.

Basterebbe ritrovare il coraggio di permettere di dirle.

Edoardo Stoppacciaro

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