Felisi e Contenti

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Scuola o non Scuola

Il genio precorre i tempi.
Lo fa in molti modi.
Ad esempio soffermandosi sull’essenza di un dilemma rendendolo immortale.
Ecco perché le parole di William Shakespeare non muoiono mai.
Uno dei più famosi monologhi della storia, essere o non essere, sfida i secoli e ci abbandona sul ciglio di un dubbio così affine con i nostri tempi da non aver quasi bisogno di modifiche.

Questo mese la rubrica Felisi & Contenti affronta l’ennesima storia alla ricerca del suo lieto fine; quella dei docenti in procinto di tornare a scuola.
Sorvolando sulle ovvietà e i luoghi comuni, la ripresa del lavoro per alcuni settori è senz’altro motivo di grande preoccupazione.
Considerando inoltre che l’età media di molti insegnanti di ruolo rientra in pieno nelle statistiche delle persone più colpite dal virus, serpeggia da tempo il dubbio che le misure adottate dal governo non saranno sufficienti.
A dispetto quindi delle facili considerazioni migliaia di insegnanti (e di numerose altre categorie professionali) si trovano di fronte ad un dilemma:

Scuola, o non Scuola.
Questo è il nodo: se sia più nobil d’animo,
sopportar le fiondate e le frecciate
d’un genitore oltraggiato
o armarsi contro un mare di proteste,
e contrastandole finir con esse.

Distanze… mascherine: nulla più.
E con un tampone sperare di por fine
ai contagi del virus e ai mille mali
che il lockdown porta con sé.

Questa è la conclusione
che dovremmo augurarci a mani giunte.
Mascherine, tamponi, e poi sperare, forse…
Già, ma qui si dividon le opinioni:
perché il docente la cui sorte
è di aver l’età che il virus predilige,
potrà mai scrollarsi via la paura,
pur non amando il suo fastidioso involucro?

Ecco il pensiero che deve arrestarci.
Ecco il dubbio che fa così longevo
il nostro vivere in tal emergenza.
Se no, chi s’indurrebbe a sopportare
le febbri e i malanni della stagione.
Le angherie dei tiranni.
Il borioso linguaggio dei falsi esperti.
Le pene per il saluto ai perduti,
di nuovo negato, proibito e osteggiato.

L’arroganza dei pubblici poteri,
gli oltraggi fatti dagli immeritevoli
al povero paziente,
quand’uno, di sua mano, d’un solo colpo
potrebbe firmar subito alla vita
la quietanza, sul filo d’un decreto?

E chi vorrebbe trascinarsi dietro
questi fardelli, e gemere e sudare
sotto il peso d’una febbre malsana,
se il timore di un “più” dopo il tampone,
non indebolisse tanto la volontà,
da indurci a prestar fede
ai pericolosi mali che leggiamo,
piuttosto che a restare chiusi in casa,
incontro ad altri mali conosciuti?

Ed è così che la nostra coscienza
ci fa vili; è così che si scolora
al pallido riflesso di uno schermo,
il nativo colore del coraggio,
ed alte imprese e di grande momento,
a cagione di questo, si disviano
e perdono anche il nome dell’azione.

Potete cambiare qualche parola, se volete, come ho fatto io.
Credetemi ne ho cambiate poche.
Shakespeare è come il colore nero; va su tutto.

Amleto vedeva la vita come una battaglia da combattere costellata di pene e supplizi. Egli non parla mai dei sui lati positivi, soffermandosi solo sulle disgrazie. La morte finisce così con il rappresentare per lui una via di uscita. Tuttavia, secondo la visione del principe di Danimarca, morire è nel contempo una scelta coraggiosa poiché significherebbe affrontare l’ignoto.

Il mondo del lavoro è una battaglia anch’essa ignota e difficile.
Non sono sempre pene e supplizi, ma i momenti in cui il fatidico dubbio ci assale non mancano.
Penso che il dilemma scuola o non scuola non sia solo dettato dalla paura di un probabile contagio. Piuttosto lo vedo come una vera e propria presa di coscienza circa i doveri che gli insegnanti sono chiamati ad affrontare a causa di un paese che non è stato in grado di offrire una soluzione diversa e meglio strutturata.

L’unica cosa da fare per impedire alla macchina dell’apprendimento di sprofondare con le ruote nel fango.

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