Il maltrattamento genetico ai giorni nostri

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Il maltrattamento genetico ai giorni nostri

Ci definiamo animalisti, amici degli animali, definiamo addirittura il cane come il “migliore amico dell’uomo”. Ma la domanda che dovremmo porci è: l’uomo è davvero il miglior amico del cane?

Stiamo parlando di quello che ultimamente viene definito come maltrattamento genetico e interessa non solo i cani ma anche i gatti e tutte le razze geneticamente selezionate dall’uomo.

 

Bull terrier, 100 anni di selezione genetica

 

Teschio di Carlino

Sembra che i problemi più gravi li riportino i cani brachicefali (ma ovviamente non solo, per esempio pensiamo alla displasia dell’anca tipica del pastore tedesco), quelle razze che presentano un muso schiacciato come carlini e bulldog. La popolarità che sta cogliendo queste razze, sta mettendo in serio rischio il loro benessere e la loro qualità di vita. Non esiste in natura un canide che assomigli al carlino. Questa innaturale conformazione del cranio è sempre più esasperata perché sempre più richiesta. Purtroppo il mercato dei cani di razza è orientato molto di più verso la richiesta e valutazione di canoni estetici e discapito del benessere del cane.

 

Nel corso degli ultimi vent’anni la ricerca di una standard di razza sempre più elevato ha portato alla creazione di quelli che vengono definiti “ipertipi” di razza: degli individui che rappresentino talmente tanto tutte le caratteristiche di razza, considerate belle, da sembrarne una caricatura mal fatta.

Vorrei che fosse chiaro che il problema della selezione genetica non viene attuato in laboratorio, ma per mano di chi, oculatamente, sceglie i genitori (anche consanguinei, amplificandone quindi i difetti genetici) di una cucciolata per creare degli ipertipi di razza. Non si tratta di un processo di laboratorio ne tanto meno di fantascienza, si tratta di giudicare ottimali caratteri estetici di un individuo per poterli amplificare e “migliorare” nella sua discendenza con un consanguineo.

 

Cucciolo di Chihuahua toy

La presa di coscienza che il maltrattamento genetico avrebbe preso una piega quasi drammatica avvenne già nel 1967 al congresso tenutosi a Parigi della WSAVA (Word Small Animal Veterinarian Association). In tale sede si attestava che “ogni standard dovrebbe contenere una raccomandazione per il giudice della relativa razza che attiri l’attenzione su quei particolari che rivestono importanza ai fini della funzione fisiologica, della capacità di movimento e dell’integrità fisica.

Ad oggi, la “rivoluzione” sta partendo dai paesi scandinavi, seguiti a ruota dal Kennel Club Inglese, che stanno apportando una serie di sostanziali cambiamenti agli standard di razza in modo che ora qualsiasi tipo di esasperazione di tratti genetici che arrechi danno all’animale vengano segnalati e inibiti nelle generazioni future.

Come esseri umani dovremmo porci dei quesiti a riguardo. Vogliamo animali che assecondino i nostri standard di bellezza, senza prendere in considerazione il loro stato di salute. Una delle mode odierne è desiderare un animale che sembri un eterno cucciolo, alcune delle caratteristiche sono: il muso schiacciato, occhi grandi e tondi e un’andatura goffa. Vi ricorda qualcuno?

Sta di fatto che queste caratteristiche, esasperate alla follia, non portano niente di buono a livello organico per l’animale. Le difficoltà respiratorie, le difficoltà a camminare, gli occhi che diventano sempre più sporgenti col diminuire della dimensione del cranio. Per non parlare delle sproporzioni tra scatola cranica sempre più piccola e cervello normodotato, questo crea una pressione dolorosa e pericolosa per l’animale.

Un documentario della BBC del 2008 (Pedigree dogs exposed) portò alla luce il problema della siringomielia, una malattia neurologica irreversibile, tipica del Cavalier King Spaniel (ma anche di altre razze), causata dalla ridotta dimensione del cranio rispetto al cervello. Durante lo sviluppo il cervelletto non trova sufficiente spazio per svilupparsi e viene infine spinto nel forame magno (canale che collega scatola cranica e canale vertebrale). In questa situazione si creano difficoltà nel drenaggio del liquor che, di conseguenza, aumenta la pressione endocranica creando nel tempo gravi danni neurologici. Basti pensare che nell’uomo la siringomielia è considerata una delle malattie più dolorose in cui anche il contatto con il vestiario è causa di fitte lancinanti. Riusciamo ad immaginare come possa sentirsi un cane che convive con questa patologia?

Il problema è di noi consumatori, alla fine, perché la richiesta del mercato è tale da spingere gli allevatori a ricercare determinate caratteristiche a discapito della salute degli animali. Non riguarda solamente gli animali da compagnia, ovviamente è un problema molto diffuso. Vogliamo animali ipertrofici che producano più carne, oppure che producano più latte. Vogliamo animali più carini tanto da condizionarne negativamente l’esistenza. In questo, personalmente, non ci vedo amore per l’animale.

Avere un guardaroba personale non fa un cane felice, la sua umanizzazione o l’essere “bello” per dubbi canoni personali non lo rende un animale che sta bene. È un discorso che fa stare bene noi umani. Loro sono cani e vorrebbero fare i cani. Non sto dicendo che gli animali non hanno diritti, ovviamente, sto solo riflettendo sul fatto che il diritto più sacro e alto che hanno è di essere animali, di essere sé stessi e di potersi comportare da tali, non come li vogliamo noi!

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