Il valore del Babau

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Il valore del Babau

Mi è giunta voce che i bambini vadano protetti.

E grazie tante, mi viene da rispondere. Mai come in questo momento della mia vita mi trovo d’accordo.

La voce mi è arrivata mentre stavo doppiando uno splendido documentario che illustrava il backstage di un recentissimo successo del cinema d’animazione. È stato davvero interessante vedere tutti quegli artisti incredibili confrontarsi, mettere giù le idee, fare proposte, promuoverne alcune, bocciarne altre e svilupparne altre ancora per poi cambiare rotta all’improvviso.
I reparti tecnici mostravano autentici prodigi della computer grafica, software e algoritmi che si traducevano in pura magnificenza visiva e in una ricercatezza estetica che lasciava senza fiato.

Eppure mi mancava qualcosa.

Venivano intervistati i voice talents che avevano dato vita ai personaggi di concerto con i disegnatori e gli animatori; ciascuno di loro raccontava il processo di costruzione del personaggio e di immedesimazione. In un paio di punti mi sono addirittura commosso un po’.

Eppure…

Il capo animatore che doppiavo io leggeva delle lettere molto toccanti scritte da persone sulle cui vite il film aveva avuto un impatto particolarmente profondo e positivo.

E mi sono commosso di brutto, stavolta.

Eppure…

Sono tornato a casa tutto contento. Mi capita raramente di emozionarmi tanto doppiando un documentario. È stato bello.

Eppure…

Avevo quel fastidioso “eppure” che continuava a ronzarmi intorno come un moscone.

Ha continuato a ronzare finché non sono arrivato a casa e mi sono ricordato di un altro making of.

Al doppiaggio di questo non presi parte per ovvie ragioni: avevo forse undici anni e all’epoca il doppiaggio era solo una passione talmente grande che nemmeno mi azzardavo a definirla “sogno”.

Era appena uscito il classico Disney “Aladdin”, capolavoro dell’animazione che vantava, nella sua versione originale, il talento immortale di Robin Williams come voce e anima del Genio della Lampada.

All’epoca i making of si chiamavano ancora “dietro le quinte” ed erano piuttosto rari. Aladdin, del resto, era un film destinato a fare la storia del cinema per le vette artistiche e tecniche che aveva raggiunto, e così alla Disney avevano ritenuto che ne meritasse uno.

Lo trasmisero in tv, me lo ricordo benissimo. E anche lì, animatori, attori, artisti degli effetti visivi, musicisti, registi e sceneggiatori si passavano la palla nel descrivere i processi creativi che avevano portato al cinema la favola di Aladino in quella veste inedita e sfavillante.

E ricordo che un lungo segmento di quel “dietro le quinte” era dedicato a Jafar.

Il cattivo.

Di più: il Male! Il male viscido, letale, pieno d’odio e risentimento contro tutto e tutti (neanche lui sa perché). L’oscurità senza ritorno, spaventosa, repellente… Ma anche irresistibilmente simpatica, non priva di momenti buffi, seducente, e proprio per questo ancor più pericolosa.

Ricordo i concept artists mostrare l’evoluzione di Jafar e la ricerca di un aspetto che facesse trasparire la sua perfidia, una forma che facesse già da campanello d’allarme.

Che facesse paura.

Ed eccolo, quel maledetto “eppure” che mi ronzava nelle orecchie.

Il cattivo!

Che fine hanno fatto i cattivi?

Malefica (quella verde, puntuta e spietata del cartone, non la fata incompresa e torturata dei live action), Ursula, Jafar, Scar, la Matrigna di Biancaneve, lady Tremaine, il giudice Frollo… Che fine hanno fatto quegli irresistibili mostri? Quelle personificazioni dell’abiezione così perfettamente nere che alla fine arrivavamo a sentircene attratti?

Pensate ai classici animati degli ultimi anni.

Il villain è una figura della quale si sta facendo sempre più a meno. E quando è necessario inserirlo (come nella recente moda dei remake live action), vengono sempre fornite delle motivazioni profonde e spesso struggenti (stucchevoli?) al suo essere villain.

Perché i bambini vanno protetti.

I bambini, poi, si spaventano.

I bambini non capirebbero.

Non sono d’accordo.

La paura è un colore importante nella tavolozza dalla quale si attingono i colori per dipingere storie immortali. Quando le favole avevano un valore strettamente pedagogico, la paura ne era un elemento determinante.

Cappuccetto Rosso passa dal bosco per andare dalla nonna.

Si fida del lupo cattivo.

E lei e la nonna muoiono.

Sì, signore e signori: nella favola originale muoiono. Nessun cacciatore, nessun lieto fine. Muoiono divorate dal lupo. Perché se attraversi luoghi oscuri e ti fidi di chi non dovresti, MUORI.

Paura!

Poveri bambini!

Ma quando la favola di Cappuccetto Rosso è stata codificata, se attraversavi luoghi oscuri e ti fidavi di chi non avresti dovuto, morivi sul serio. Quindi ben venga la paura, se ti aiuta a portare a casa la pelle.

Tutto questo è un discorso estremo, ovviamente, ma mi serviva per essere chiaro. Così come le vecchie e terrificanti favole servivano ai papà e alle mamme per essere chiari coi figlioletti su ciò che era buono e ciò che era cattivo. Tutto meravigliosamente (anche assurdamente) privo di sfumature.

Al momento, invece, la paura in particolare e tutte le emozioni forti in generale sembrano essere state messe al bando da quelle storie destinate prevalentemente a un pubblico di giovani e giovanissimi.

Risultato? Abbiamo eliminato i villain. E se ci sono, non devono far paura. Non tramano più per conquistare il mondo e uccidere il protagonista. Tutt’al più si fingono affezionati al protagonista per minarne le sicurezze e renderlo psicologicamente fragile, atteggiamento che affonda le radici nella fragilità intrinseca del villain stesso.

E io ripenso alle iene che fanno il passo dell’oca al cospetto di Scar, e mi si accappona la pelle.

Ripenso al giudice Frollo che, perseguitato dai suoi demoni, giura davanti alle fiamme dell’inferno che Esmeralda sarà sua o morirà, e mi tremano le ginocchia.

Perché in quelle visioni terrificanti c’era tutto. C’erano maestosità narrativa e poesia, c’erano moniti impietosi, c’era il trionfo delle tenebre.

C’era paura. Paura declinata nel modo più potente, poetico e raffinato che si potesse immaginare.

L’uomo ha sempre avuto bisogno della paura. È sempre stata il primo impulso per progredire. Perché si è scelto di privare i giovanissimi di questo stimolo così importante?

Come faccio spesso, torno a citare i miei amatissimi “The Real Ghostbusters”.

Egon, da bambino, era perseguitato dal Babau: ogni notte il mostro usciva dall’armadio e lo terrorizzava nutrendosi della sua paura. Fu proprio quello lo stimolo che portò Egon a studiare il paranormale e a diventare un Acchiappafantasmi: il bisogno di sconfiggere la paura l’ha portato sulla via della conoscenza.

Ed era proprio questo il fulcro di quella strepitosa serie animata. Il segreto non è non aver paura, ma saperla affrontare, lasciarsela alle spalle e andare avanti.

Ridateci la paura!

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