Tante storie per… lottare

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Tante storie per… lottare

Un vecchio signore buono buono, una sera, mentre sta per addormentarsi, sente qualcosa, sente una voce che piange. Si alza, cerca in casa: nessuno. Va dai vicini: nemmeno lì. Allora scende in strada, cammina cammina nella notte, cercando la fonte di quel pianto, che sembra sempre più vicina. Trova un vecchietto che dorme per strada, ha freddo, e un pochino gli escono gemiti dalle labbra… 
Il vecchio signore buono buono, senza nome, aiuta il vecchio che dorme per strada, e per quella notte si addormenta, senza sentir più voci di pianto. 
Ma la sera dopo, tutto si ripete, e il vecchio signore buono buono deve camminare a lungo per trovare chi piange, chi ha bisogno, e per aiutarlo prima di andare a dormire.

Questa è la storia “Voci di notte”, di Gianni Rodari, all’interno del libro “Tante storie per giocare”: Il libro è un esperimento divertente e istruttivo. Ogni storia ha infatti diversi finali tra cui il lettore può scegliere, e un invito implicito a pensarne di altri, a giocare con le storie, a riflettere sul significato che vogliamo dare ai nostri personaggi e alle loro azioni.
In “Voci di notte”, sono questi tre i finali tra cui possiamo scegliere:

Nel primo, il vecchio signore buono buono, stanco e nervoso per tutte quelle notti insonni (perché c’è sempre qualcuno che piange nel profondo della notte), decide di provare, per un po’ di tempo, dei tappi per le orecchie, giusto per riposare qualche giorno, come se fosse una piccola vacanza. Con i tappi nelle orecchie, dorme che è una meraviglia. Dopo un intero mese, una sera decide di provare a dormir senza tappi: tende l’orecchio, ma non sente più nulla. Niente voci, niente pianti, solo qualche cane che abbia da lontano. 

“O nessuno più piange – concluse – o io sono diventato sordo. Pazienza, meglio così”. 

Il primo finale, suggerito in radio nelle puntate di Tante storie per giocare (da cui poi è nato il libro) da uno dei bambini presenti nel programma, è un finale cinico che trasforma il vecchio buono buono in un vecchio egoista.
Ne “La grammatica della fantasia” Rodari ricorda l’episodio in radio proprio per indicare che il bambino che ha pensato a questo finale probabilmente si era solo accorto delle due tensioni interne alla storia: quella comica e quella tragica. Ed è davvero tragicomico pensare a un povero vecchio che di notte non può più dormire perché deve aiutare tutti i bisognosi del mondo. È tragicomico perché tutti sappiamo che è una missione impossibile da compiere fino in fondo. Ma il finale è amaro e cinico, e ci indica il rischio più grande in cui possiamo incappare nella nostra vita. Distraendo un attimo lo sguardo e finendo per non riuscire più a vedere le ingiustizie.

Nel secondo finale, il povero vecchio signore inizia a esser notato dai vicini: dove se va ogni notte? Sarà mica un ladro? Troveranno modo di incolparlo, e lui proverà inutilmente a difendersi. Finirà in carcere, e lì vivrà in gabbia due volte:

“Ed era disperato perché ogni notte sentiva una voce che piangeva e non poteva uscire dalla sua cella per andare in cerca di chi aveva bisogno di lui.”

Nel secondo finale troviamo ciò che accade nella vita a tanti uomini onesti: di finir imprigionati (magari come Giacomo di cristallo…), concretamente o metaforicamente, e di non poter più far nulla. È il finale del senso di impotenza, del richiamo a fare ciò che è giusto ma dell’impossibilità a seguirlo. 
È il terzo il finale che l’autore preferisce, perché è il finale dell’utopia, del coraggio.

“Il terzo finale, per adesso, non c’è. Potrebbe essere questo: che una notte, su tutta la terra, non c’è nemmeno un uomo che piange, nemmeno un bambino… e la notte seguente lo stesso… e così per tutte le notti. Nessuno più piange, nessuno è infelice. E questo forse un giorno sarà possibile. Il vecchio signore è troppo vecchio per vivere fino a quel giorno. Però continua ad alzarsi, perché quello che va fatto va fatto, sempre, senza mai perdere la speranza.”

Nella storia “Il giro della città” Paolo, un bambino romano, traccia su una cartina un cerchio col compasso e decide di percorrere a piedi la strada segnata. Vuole fare un vero e proprio giro della città, seguendo la linea immaginaria ad ogni costo.
Nelle puntate radiofoniche Rodari interroga i bambini presenti in trasmissione sui finali possibili per Paolo, che si è ritrovato a scavalcar muri e a passare nei giardini altrui, pur di rispettare e proseguire il suo sogno.
I bambini ridono, immaginano, pensano a possibili soluzioni. Qualcuno si rassegna e dice che Paolo a un certo punto sbaglierà, e tornerà indietro. Ma Rodari pensa allora a un’altra soluzione ancora: e se Paolo incontrasse un altro bambino, proprio durante il suo giro, che si fosse perso e chiedesse aiuto?
È importante avere dei sogni – dice Rodari – ma più importante ancora è sapere quando metterli un attimo da parte per aiutare chi ha bisogno (purché poi si riprenda da dove si è lasciato – aggiunge Rodari – sempre in bilico tra il sogno personale e il sogno collettivo, nel tentativo di difendere entrambi, di porli l’uno accanto all’altro, semplicemente anticipando il secondo sul primo). L’utopia del mondo supera l’utopia personale, e questo, nella società oggi, dovremmo dirlo un po’ più spesso. 

C’è un’ultima storia (e un ultima puntata) che vorrei ricordare qui. “L’avventura del televisore” vede protagonista un povero impiegato che torna a casa stravolto dopo una giornata di lavoro. Accende la tv e d’improvviso in salotto compare la conduttrice del tg, e così uno dietro l’altro tutti i personaggi che vengono citati dallo schermo. 
Qual è il senso di questa storia? Chiede Rodari ai bambini. 

Noi non siamo mai soli. Noi crediamo… diciamo “ho chiuso la porta e siamo soli”. Tutto quello che succede nel mondo succede lo stesso anche se tu non lo sai.  Non bisogna chiudere la porta e la finestra per non sapere niente, anzi, bisogna cercare di sapere tutto perché noi siamo anche responsabili di quello che succede. Perché il mondo è dappertutto, io non sono solo abitante di casa mia, sono abitante di questo pianeta che si chiama Terra. 

La forza di queste parole sta nella loro semplicità, nel metterci al centro della lotta, nel farci sentire responsabili: troppo spesso questa società ci deresponsabilizza, ci vuole escludere dalla partecipazione, dalla comprensione, dal cambiamento. 

Da piccola amavo da matti Tante storie per giocare. Mi piaceva l’idea di essere la padrona di quelle storie, di poter scegliere dove far andare i personaggi, chi far vincere e chi far perdere. Può sembrare un semplice gioco, ma Rodari in realtà ci indica solo una cosa che non dovremmo mai dimenticare: non importa la storia di partenza, quanto assurde siano le premesse. Siamo noi che scegliamo come continuare, quali significati dare a ciò che viviamo. Anche quando dobbiamo rinunciare a qualcosa, o quando un po’ dobbiamo faticare: possiamo scegliere quella strada perché è la strada più giusta, che ci porta dritti dritti verso un mondo migliore. 

Non sempre c’è chi vince e chi perde: la maggior parte delle volte c’è solo chi sceglie.

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