“Pride” – Quando l’Unione fa l’Orgoglio

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“Pride” – Quando l’Unione fa l’Orgoglio

Se dovessimo evidenziare una qualche forma di avvenuta consapevolezza a seguito dei fatti di questo mese, probabilmente, ne citeremmo una su tutte: nessuna minoranza potrà mai farcela senza il supporto di chi minoranza non è. I movimenti di massa, le proteste, le rivendicazioni di chi per tutta la vita si è visto etichettare come sgradito o “inferiore” acquistano vera forza d’urto se appoggiate e incoraggiate da chi non sopporta tutto questo pur non essendone vittima in prima persona.
Il Pride Month di questo 2020 assume, quindi, un significato ancora più marcato, spingendoci a sottolinearne l’importanza delle rivendicazioni attraverso esempi tratti di ogni medium. Il mondo del Cinema ha raccontato queste realtà (o, perlomeno, ha provato a raccontarle) innumerevoli volte e, in alcuni casi, ci è riuscito brillantemente.

Pride” è un film inglese del 2014, diretto da Matthew Warchus (ex-direttore dell’Old Vic di Londra), tratto da una storia vera e vincitore di una ridda di premi non indifferente, compresa la Queer Palm al Festival di Cannes, riconoscimento destinato ai migliori film di tematica LGBTQ.
Nel 1984, il giovane attivista gay Mark Ashton (interpretato da Ben Schnetzer) sceglie di compiere una mossa inconsueta, formando un’alleanza con la categoria più distante possibile da quella da lui rappresentata: i minatori gallesi. Anch’essi, infatti, sono stremati dalle politiche dell’allora Ministro Thatcher che avrebbero portato alla chiusura delle miniere e desiderano battersi per le loro rivendicazioni. Mark fonda il  gruppo “Lesbians and Gays Support the Miners” per contribuire alla causa dei minatori attraverso delle donazioni ma si ritrova, ovviamente, a fare i conti con la diffidenza generata proprio in coloro che vorrebbe aiutare. Sarebbe sconveniente e ridicolo, agli occhi di molti, “mescolarsi” a quel carrozzone di giovani pittoreschi e abbattere i pregiudizi risulta persino più difficile che affrontare il fondato rischio di una perenne disoccupazione. Eppure, alla base di questa bizzarra unione, vi è uno strato comune di “emarginazione” da parte dello Stato, capace di accomunare due realtà così diverse e, comunque, ancorate a reciproche convinzioni che difficilmente sembrerebbero in grado di ammorbidirsi.

Il cinema inglese è, da sempre, il maestro della levità. Può toccare tematiche profonde, dure e, persino, drammatiche senza mai perdere la dote innata di spolverarle con un tocco di ironia che rappresenta l’equivalente dello zucchero che addolcisce l’amarissimo sciroppo. Possono affrontare la disoccupazione operaia in stile Ken Loach associandovi l’esilarante espediente degli spogliarelli (“The Full Monty”) o i pregiudizi di genere legati al desiderio da parte di un bambino di diventare ballerino (“Billy Elliot”) senza mai dimenticare e/o banalizzare l’obiettivo centrale del film.
Sarebbe banale liquidare “Pride” come un film facile perché, a conti fatti, non lo è. Fare cinema in questo modo è come lavorare in cucina: se non si conoscono alla perfezione gli ingredienti si rischia di sbagliare i dosaggi e rovinare una ricetta potenzialmente perfetta. Il film di Warchus non perde mai di vista il suo obiettivo e non lesina colpi bassi, alludendo alla piaga dell’AIDS e adottando la soggettiva dei giovani attivisti per rappresentare senza remore il costante inferno di prevaricazione, astio e incomprensione che si abbatte su di loro. Sceglie un’epoca distante per giocare maggiormente sul Bianco-e-Nero perché qui o si è con il Governo o contro… e se si è contro è possibile anche la più improbabile delle unioni. Gioca con personaggi simpatici e ben caratterizzati da un cast ineccepibile e sa schivare con eleganza gli eccessi stilistici e comici grazie a un senso dell’equilibrio dettato da un solo obiettivo: raccontare una unione per i diritti e farlo con “seria leggerezza”.

Pride” è il genere di film che fa bene vedere e che, grazie alle sue inappuntabili componenti artistiche, può fare breccia nel pubblico più di un dibattito o di una intervista, permettendo il confronto e la messa in discussione delle rispettive convinzioni. E in questo periodo storico, in questi mesi così travagliati di questo anno assolutamente imprevedibile tutti noi abbiamo il serio bisogno di guardare ai nostri ideali per mantenerli ben saldi.

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