Il mimeografo vagabondo

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Il mimeografo vagabondo

Mimeografo vagabondo vuole parlare di tutto ciò che è legato alla stampa e all’illustrazione, passando dal più stretto meccanismo editoriale al più artigianale laboratorio artistico. Cercheremo di indagare i diversi aspetti della filiera del libro, rendendo protagoniste le piccole realtà che lo costellano. Case editrici indipendenti, librerie di quartiere, autori che si autoproducono, questo spazio vuole provare a raccontare le loro storie.

Perché Mimeografo Vagabondo? 

Mimeografo, oltre ad essere una parola affascinante che evoca il concetto di imitazione, riproduzione (mimesi) e scrittura (grafo), indica il primo ciclostile prodotto e commercializzato con grande successo: il Mimeograph Edison di Albert Blake Dick del 1887, realizzato su brevetti di Thomas Edison.
Vagabondo perché vuole aggirarsi e scovare tutto ciò che ha a che fare con le tecniche di stampa, viaggiare e esplorare anche i lati meno noti di come nasce, cresce e muore un libro.

Ma che cos’è un ciclostile?

Possiamo definirlo il “nonno” della moderna stampante Xerox, un macchinario diffusissimo fino agli anni ’70 del Novecento, per la stampa di bassa qualità e utilizzato trasversalmente in uffici pubblici, scuole e parrocchie.
La sua storia inizia nell’Ottocento. La prima intuizione si ha nel 1811 ma i primi brevetti e le successive commercializzazioni avverranno solo nella seconda metà del secolo. Questo meccanismo di stampa originariamente non si poneva in competizione con quello tipografico, poiché era stato pensato per un esclusivo utilizzo istituzionale. Con il passare del tempo il ciclostile ha assunto invece la caratteristica di tipografia ultra-leggera, la cui semplicità d’uso ne ha consentito un utilizzo di massa come strumento di rottura e di critica al sistema dei mass media dell’epoca, in mano a pochi gruppi di potere politici ed economici.

Dagli anni ’30 del Novecento il ciclostile fu utilizzato per la stampa delle fanzine, riviste dedicate a un gruppo ristretto di appassionati a un particolare interesse culturale o sportivo. Ebbero più tardi un diffuso successo nell’ambito di generi narrativi considerati minori come la fantascienza. Anche il grande scrittore Stephen King debuttò con i suoi primi racconti brevi nella fanzine edita dal fratello. L’autoproduzione rispondeva a forti esigenze di autonomia espressiva da parte dei realizzatori, liberi dai condizionamenti editoriali, si proponevano come alternativa ai mezzi di comunicazione tradizionali. Nonostante tutto queste esperienze non hanno vita lunga, ma hanno interpretato al meglio lo spirito alternativo di una cultura giovanile dirompente, soprattutto nei decenni 1950-1970.

In Italia il ciclostile ha avuto un ruolo fondamentale per la controinformazione culturale nel periodo fascista e di organizzazione partigiana durante la Resistenza. La stampa clandestina, soprattutto ciclostilata, permise di rompere il muro di propaganda di regime che si serviva della comunicazione di massa dell’epoca, per veicolare massicciamente messaggi e ideologie.
Alla fine degli anni ’60 il ciclostile raggiunse il ruolo di rottura degli assetti economici del sistema mass mediale. Studenti, lavoratori e intellettuali fecero di questo mezzo di stampa uno strumento di lotta e di propaganda, capace di interpretare al meglio i sentimenti e le idee di cambiamento presenti nei movimenti di lotta, nei collettivi, nelle associazioni, nei partiti e nei sindacati. Partecipazione dal basso, ribaltamento dei ruoli decisionali, antiautoritarismo, lotta antisistema: queste erano le parole d’ordine dei contestatori che trovarono nel ciclostile lo strumento capace di esprimerle al meglio.

Mimeograph Machine

Come funziona?

Il ciclostile è un macchinario compatto e leggero, racchiude al suo interno tre tecniche di riproduzione differenti: stencil, rullo rotativo e macchina da scrivere.
La matrice è costituita da un foglio di carta di riso molto sottile ricoperto da uno strato di cera. Per incidere la matrice si utilizza principalmente una macchina da scrivere, la quale “distrugge” il foglio cerato laddove sono stati picchiettati i martelletti delle lettere. In questo modo si permette il passaggio dell’inchiostro, molto denso, solo nelle zone prive di cera. Il rullo rotativo a inchiostro sincronizza il meccanismo di rotazione del tamburo (che può essere manuale o elettrico) riempito di inchiostro sul quale è fissata la matrice e il trascinamento dei fogli.

Le Figlie di Bilitis e la prima rivista lesbica degli USA

Grazie alle sue caratteristiche il ciclostile fu lo strumento perfetto per la nascita della prima rivista lesbica statunitense: The Ladder. Fondata da Phyllis Lyon insieme al gruppo Daughters of Bilitis (DOB), uscì mensilmente dall’ottobre del 1956 fino al 1970. Le DOB nacquero nel 1955 con l’esigenza di creare un gruppo alternativo alle associazioni omofile come la Mattachine Society, ai cui vertici erano presenti solo uomini.

I primi numeri arrivavano per posta ed erano composti da una dozzina di pagine. Al suo interno si trovavano recensioni di libri, notizie, poesie, racconti, lettere dei lettori e le novità legate alle riunioni del gruppo delle Figlie di Bilitis. Le autrici si firmavano spesso con pseudonimi, ma alcune figure importanti della redazione li abbandonarono per i loro veri nomi con lo scopo di incoraggiare le proprie lettrici a non nascondersi.
Il primo numero fu stampato in 175 copie e spedito a tutte le donne che potevano essere interessate: dottoresse, avvocate e altre professioniste trovate sull’elenco telefonico di San Francisco. Presto la rivista divenne disponibile nelle edicole delle maggiori città e su abbonamento. Nell’ottobre del 1957 erano oltre 400 gli abbonati.

Le lettrici strinsero un forte legame con la rivista, tanto da considerarla un’ancora di salvezza. Divenne un mezzo per esprimere e condividere pensieri e sentimenti altrimenti privati, per connettere le loro distanti disperate vite quotidiane sfondando il muro di isolamento e paura.
Nel 1963 assume la direzione Barbara Gittings dando subito una connotazione marcatamente politica alla rivista, aggiungendo come sottotitolo “A Lesbian Review”. Cambiano anche le copertine, che dalle illustrazioni passarono alle foto di donne lesbiche, lettrici e autrici, nel tentativo di dare loro più spazio e visibilità. Nel 1968, dopo un ulteriore cambio di direzione, fu rimosso “Lesbian” dalla copertina per dare un’impronte più femminista alla rivista.
Nel 1970 ci fu una scissione all’interno delle Daughters of Bilitis, fra chi voleva appoggiare maggiormente il movimento per i diritti gay, nato dopo i moti di Stonewall nel 1969, oppure il femminismo. In conseguenza a questa divisione la rivista chiuse i battenti nel 1972.

Il mensile promosse iniziative su tutti i fronti per la tutela dei diritti degli omosessuali e la sensibilizzazione dell’opinione pubblica. Ancora prima dei moti di Stonewall, The Ladder ha sicuramente contribuito a creare una rete tra le lesbiche di tutto il Paese, a far capire loro che non erano sole, ma soprattutto che non erano anormali rispetto a ciò che era definito “standard” dalla società. Tutto ciò si è potuto verificare grazie a un efficace mezzo di stampa quale è stato il ciclostile.

Articolo di Giulia Panzeri

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