Ritorno al doppiaggio

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Ritorno al doppiaggio

E così è di nuovo tempo di soffiare sulle candeline.

Certo, con la mascherina anti-contagio non sarà facile, ma a noi di Niente Da Dire piacciono le sfide.

Per mia indole un po’ nostalgica da nato sotto il segno del cancro, i compleanni mi portano sempre a ripensare al passato. Oggi, in particolare, ripenso all’articolo col quale inaugurai questa rubrica.

Per chi se lo fosse perso, parlava delle cattive acque nelle quali versava il mio settore: il doppiaggio. Erano (e ancora sono) tempi di crisi, di rinnovamento, di lotta.

Avevo aperto così:

Voci di corridoio parlano di una brutta aria nei corridoi delle voci”, e descrivevo un settore diviso, con tanti professionisti che rappresentano un’eccellenza italiana e che, negli anni, si sono resi gravemente e insensatamente ricattabili.

È passato un sacco di tempo. I problemi ci sono ancora: molti di noi si sono adoperati e si stanno adoperando per trovare soluzioni praticabili, e intanto il mondo è andato avanti.

E poi si è fermato di colpo.

Già, perché (nel caso in cui a qualcuno fosse sfuggito) siamo precipitati in una pandemia globale di quelle che fin’ora avevamo visto solo nei film. E si è fermato tutto. Doppiaggio compreso.

Qualcuno ha reagito con classe (“la salute dei doppiatori viene prima”); qualcun altro meno (“per motivi indipendenti dalla nostra volontà, l’episodio andrà in onda in lingua originale sottotitolata”), e intanto noi ce ne siamo rimasti a casa.

Anche qui, non tutti, perché ricordate quando ho descritto la categoria divisa e la gara a chi lavora di più chiedendo meno soldi e nelle condizioni più estreme? Ecco. Parlavo sul serio.

Ma in linea di massima, siamo rimasti a casa.

Ora, con l’inizio della fase due, il doppiaggio ha ufficialmente riaperto i battenti, e questo compleanno di Niente Da Dire mi sembra una buona occasione per tornare a raccontarvi un po’ cosa succede nei “corridoi delle voci”.

Iniziamo con un po’ di tecnica.

La sala di doppiaggio si divide sostanzialmente in due ambienti: la regia (nella quale il direttore di doppiaggio e il fonico siedono fianco a fianco) e la sala d’incisione vera e propria, nella quale gli attori recitano al leggio davanti al microfono, coadiuvati dalla figura dell’assistente al doppiaggio.

L’assistente, oltre a preparare i piani di lavorazione suddividendo i copioni in “anelli”, ha l’ulteriore e non facile compito di controllare l’esattezza del sinc. Figura a dir poco fondamentale, quindi (non si capisce cos’abbiano nel cervello tutti quelli che vorrebbero eliminarla. O forse si capisce ma non sarebbe elegante dirlo).

Ci sono quindi figure professionali che si trovano a stretto contatto. Non solo! Il lavoro del doppiatore consiste in larga misura nello sputazzare su un microfono. Capite che il contesto non è il massimo della sicurezza.

Ebbene, che cos’è successo?

Le società, chi immediatamente e chi poco dopo, si sono adeguate. Tanto per cominciare, ora ci sono barriere sia tra direttore e fonico che tra attore e assistente.

Volete sapere nel dettaglio che cosa succede ora entrando in uno studio di doppiaggio? Ve lo racconto.

Si entra uno alla volta e ci si registra all’ingresso. Alcuni studi fanno firmare un’autodichiarazione nella quale si attesta di essere in buona salute e di non essere entrati in contatto con persone affette da Covid-19 negli ultimi quattordici giorni.

Viene misurata la temperatura con termometri laser.

Vengono dati dei calzari sterili da indossare sopra le scarpe per evitare di contaminare lo studio con germi (o peggio) raccolti in strada. Alcuni stabilimenti hanno dei particolari “zerbini” imbevuti di disinfettante.

C’è anche chi fornisce guanti e mascherine nuovi di zecca per ulteriore sicurezza.

In alcuni studi, il copione cartaceo è stato sostituito con dei tablet (disinfettabili a fine turno) e si è trovato il modo di incidere le battute senza togliere la mascherina chirurgica (quella più leggera: abbiamo dei fonici bravissimi, ma se indossassimo le mascherine FPP2 sembreremmo parlare da dentro un sacco di iuta).

Si sono prese anche ulteriori precauzioni: molti studi hanno munito le sale di costosi ozonizzatori automatici da mettere in funzione tra un turno e l’altro.

Gli attori sono incoraggiati a portare ciascuno la propria cuffia, ma qualora questo non fosse possibile, le cuffie degli stabilimenti vengono costantemente igienizzate.

E poi c’è il distanziamento sociale.

Si va al leggio uno alla volta, e tra un attore e l’altro la sala viene sanificata da personale apposito.

E i turni di brusio?

Il brusio è quando, ad esempio, c’è la scena di una festa con i due protagonisti che parlano in primo piano. Tutti gli altri invitati fanno, appunto, brusio. Un bel numero di persone al leggio.

Bèh, anche il brusio si fa un attore alla volta, con sanificazione tra uno e l’altro.

Sapete questo che cosa comporta? Comporta tempi estremamente dilatati e, di conseguenza, costi altissimi per le società.

Ma sapete che c’è? Le società li stanno affrontando. Perché siamo in emergenza. Perché non si parla più di gareggiare a chi consegna prima, ma a chi resta vivo. E forse ci stiamo ricordando che tutti quei potenziali concorrenti nei quali ci imbattiamo quotidianamente nelle sale di doppiaggio sono persone che conosciamo e alle quali vogliamo bene da anni. Persone che abbiamo visto crescere insieme a noi, o che ci hanno visti crescere, che ci hanno insegnato, che qualche volta magari ci hanno anche fregato, ma che fanno parte della nostra quotidianità.

E te ne accorgi quando aspetti di essere chiamato in sala, quando arriva un collega che è anche un amico e ti ricordi che non puoi abbracciarlo quando hai già fatto i primi due passi verso di lui.

Spero che questa tempesta passi presto.

E spero che, una volta passata, ci ricorderemo di questi giorni. Che ci ricorderemo di chi siamo. Di chi siamo per noi stessi e di chi siamo l’uno per l’altro. Perché forse la strada per ritrovare un po’ di rispetto per questo lavoro meraviglioso passa anche da qui.

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