Un Canto di Natale per affrontare la Quarantena

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Un Canto di Natale per affrontare la Quarantena

In questi giorni di isolamento, le voci di corridoio, più che sentirle, le leggo online, e ho già parlato di quanto, per la maggior parte, siano solo becere astruserie scaturite (nel migliore dei casi) dalla mente di qualche decerebrato.

L’isolamento mi sta più che altro facendo riflettere sulla mia voce, o almeno su quella dei miei pensieri, in compagnia dei quali sono finalmente libero di trascorrere diverse ore della giornata.

Fughiamo ogni dubbio: restare chiusi in casa non è un bene. I più abbienti avranno una maggiore tranquillità; i meno abbienti saranno preoccupati delle conseguenze economiche di questo stop, ma tutti, chi più chi meno, siamo colpiti dal non poter uscire. Non possiamo procacciarci di che vivere; non possiamo far visita ai nostri cari; non possiamo andare a bere una birra con un amico. La vita è in stand by. Quindi, tanto per essere chiari (se mai ce ne fosse bisogno), questa non è una bella situazione.

La vita è in stand by.

Già. E visto che fino a un mese fa era un autobus che correva a cento all’ora in mezzo al traffico (come in “Speed”), questa frenata improvvisa ci ha fatto sbattere la faccia contro il cruscotto (come in “Tre uomini e una gamba”). A qualcuno di noi è anche uscito il sangue dal naso. Qualcuno si sta ancora lamentando della botta. Qualcuno comincia a stare scomodo sul sedile. Qualcun altro vorrebbe almeno arrivare in autogrill a fare pipì. Ma niente, siamo fermi.

Un vecchio proverbio recita: “Se c’è un problema, lo si risolve. Se non si può risolvere, qual è il problema?”. Ecco. Il problema è che non si può uscire. E non si può risolvere se non contravvenendo alle leggi e alle comuni regole di buon senso.

E ci ritroviamo a passare un mucchio di ore con noi stessi.

Aaaaah, eccola là. Qui vi volevo.

Perché a passare tanto tempo con noi stessi, va a finire che qualcuno potrebbe scoprire improvvisamente di non essere una compagnia brillante come immaginava. E allora, dopo aver (ri) terminato tutti i videogiochi di casa, dopo aver esaurito le scorte di farina e lievito di mezza Italia per cucinare ettari di pizza, dopo aver dipinto striscioni, fatto video, corso su e giù per il corridoio, guardato serie e film… che cosa ci resta?

Restiamo noi.

Ho la fortuna di condividere l’isolamento con la mia meravigliosa moglie, ed è stato proprio questo a farmi riflettere sui diversi modi di gestire la solitudine.

Ce ne stavamo abbracciati sul divano, mentre:

  • La coppia di anziani al piano di sotto si urlava improperi feroci e reciproci auguri di una celere dipartita da questo mondo;

  • La coppia giovane al piano di sopra si scannava tra bestemmie, oggetti scagliati contro altri oggetti e dettagliate quanto colorite spiegazioni di tutti i modi in cui l’uno ha rovinato la vita all’altra e viceversa;

  • La vecchina nostra dirimpettaia sbraitava al telefono con la figlia parlando del nipote con epiteti degni di un film di Quentin Tarantino.

Avete presente la sequenza d’apertura di “Ghostbusters II”? La panoramica sulla strada dove ogni personaggio sta inveendo contro qualcuno? Beh, ci sembrava di vivere in quella scena.

E mi sono trovato a pensare.

In primo luogo, a quanto io sia fortunato ad avere accanto una persona come mia moglie.

E poi sulle radici di questa “fortuna”.

Il fatto è questo: mia moglie e io adoriamo passare del tempo insieme. Ci sembra di trascorrerne sempre troppo poco, ma abbiamo anche sempre tenuto in grandissima considerazione le rispettive solitudini, quei momenti, quelle circostanze, durante le quali io devo rimanere con me stesso e lei deve rimanere con se stessa. Sono momenti importanti, perché quando poi ci si ritrova, lo si fa sempre con una consapevolezza diversa, con una percezione di sé un pochino più chiara che ci permette di ritrovare meglio il nostro posto nella coppia.

Ora, tra la scrittura del mio romanzo, i lavori di post-produzione di “REAL! – A Ghostbusters Tale”, le incombenze quotidiane che non si possono arrestare malgrado l’isolamento e i “radiodrammi condominiali” che si consumano a una parete di distanza da noi, le mie giornate sono comunque piuttosto piene, ma in quei momenti di beata solitudine, ho pensato in silenzio e ho scoperto parecchie cose.

Ho scoperto che mi mancano i miei.

Che mi mancano gli amici.

Che una videochiamata è sì meglio di una telefonata normale, ma è anche frustrante perché vedo dei volti a me cari senza poterli guardare veramente negli occhi, e senza che loro possano guardare negli occhi me.

Ho scoperto che una strada silenziosa è qualcosa alla quale, a Roma, non eravamo più abituati.

Che troppe volte mi sono messo a tacere da solo per paura di non piacere al prossimo.

Che scrivo meglio se so di non avere un orario.

Ho (ri) scoperto che si può leggere per parecchie ore di fila senza accorgersi che il sole fuori dalla finestra ha quasi completato il suo giro.

Ho scoperto che certi vecchi film, che quando ero piccolo parlavano alla mia fantasia, adesso parlano direttamente al mio cuore.

Che un “come stai?” da un amico ti può rischiarare la giornata.

Che i ricordi delle giornate trascorse coi miei nonni sono i più vividi, dolci e malinconici della mia vita.

Ho scoperto che non aprire più i social è meraviglioso.

Che le mie collezioni di giocattoli della mia infanzia sanno ancora infondermi gioia e tranquillità.

Ho avuto la conferma che mia moglie è il miracolo più straordinario che potesse capitarmi.

Questo elenco sommario e largamente incompleto significa che, nel male di questo stop obbligatorio alle nostre vite, può essere un bene usare l’isolamento per riflettere su noi stessi, su quello che abbiamo e su quello che davvero vogliamo. Sui compromessi ai quali siamo ormai così abituati da non vederli neanche più, sulle nostre piccole e grandi testardaggini, su quante cose potenzialmente buffe, divertenti o almeno interessanti ci capitino attorno quotidianamente senza che ce ne accorgiamo.

Nel suo “Canto di Natale”, Dickens racconta di come i fantasmi dei Natali passati, presenti e futuri condussero il vecchio usuraio Ebenezer Scrooge in un viaggio dantesco alla scoperta di se stesso. Un viaggio doloroso, a volte terrificante, ma anche pieno di dolcezza.

Vogliamo mettere a frutto questo momento storico così difficile? Beh, facciamone il nostro personalissimo Canto di Natale. Lasciamo che i nostri fantasmi ci portino per mano dentro di noi. Scopriamo chi eravamo, chi siamo diventati e in che modo siamo diventati così. Non posso assicurarvi che sia un viaggio indolore, ma vale la pena di farlo.

Finirà.

Tutto questo isolamento, l’epidemia, lo stop… finirà tutto e potremo ripartire, ma quando ripartiremo, saremo forse un po’ più consapevoli di chi siamo.

Che sia una scoperta bella o brutta, sarà stata comunque una scoperta importante.

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