Non parlatemi d’amore

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Non parlatemi d’amore

Language is a skin: I rub my language against the other. It is as if I had words instead of fingers, or fingers at the tip of my words. My language trembles with desire.

Leggere d’amore. Scrivere d’amore. Vivere l’amore. Che cos’hanno in comune?
La risposta più semplice potrebbe essere “l’amore”, ma in realtà se andiamo a scavare un po’ più a fondo troviamo il linguaggio amoroso, ovvero il modo in cui parliamo d’amore e, inevitabilmente, lo interiorizziamo, interpretando ciò che ci accade con il lessico e le figure che abbiamo accolto dalla nostra cultura. Fin da piccoli.

Roland Barthes decide di analizzare le parole del discorso d’amore, come solo un linguista e semiologo come lui avrebbe potuto fare. C’è un po’ di tutto in “Frammenti di un discorso amoroso”. C’è Goethe con “I dolori del giovane Werther”, grande classico della letteratura mondiale che ha canonizzato l’amore romantico tramite la figura del suo appassionato protagonista. Ci sono Freud e Winnicott, che portano inevitabilmente il discorso su un piano psicanalitico. C’è il Simposio, ma anche gli haiku giapponesi. E poi c’è l’ironia barthiana, la sua onestà intellettuale e sentimentale nel trattare un argomento di per sé ineffabile. Ma se è impossibile dire qualcosa sull’Amore, non lo sarà dire qualcosa sul suo linguaggio, ed è così che escono fuori i suoi frammenti.

Un piccolo vocabolario dove le parole, in ordine alfabetico per evitare qualsiasi narrativizzazione, genealogia di una storia d’amore, si susseguono facendoci sentire esploratori con un cannocchiale che punta dritto all’isola selvaggia, incomprensibile, viva, banale, straziante in cui abbiamo abitato anche noi, ma che ogni volta ci appare diversa.

Barthes ci accompagna attraverso paragrafi che sono ostici e fitti, astratti e filosofici: non è una lettura semplicissima, ma sicuramente stimolante e capace di darci l’opportunità di scavare, scavare e scavare ancora. E dopo ogni concetto complesso c’è sempre qualcosa di così universale da metterci tutti d’accordo. È un libro che, seppur difficile, scorre benissimo.

Di tutte le parole-figure che Barthes analizza ho deciso di selezionarne alcune e di riassumervele. Come le ho scelte? Sono due le cose che più ho apprezzato in questo libro: la prima, sono stati gli attimi di estrema liricità e poeticità che in un saggio, spesso, sono difficili da trovare. È come voler dire che è impossibile parlare d’amore senza parlare anche di poesia. La seconda: le grandiose piccolezze in cui mi sono rivista nella mia storia personale, nei miei anni di innamoramenti e di storie d’amore inventate, vissute o fantasticate. Barthes nobilita la figura dell’innamorato anche nei suoi atti di stupidità, ed è una cosa meravigliosa, perché spesso il mondo tende a voler sminuire, minimizzare, ridicolizzare l’amore e il modo in cui gli altri lo vogliono vivere. Dimenticando l’estrema e profonda commozione di un’attesa di una telefonata.

Attesa.
La fatale identità dell’innamorato non è altro che: io sono quello che aspetta.
Sto aspettando un arrivo, un ritorno, un segnale promesso. Ciò può essere futile o infinitamente patetico: tutto è solenne: non ho il senso delle proporzioni.

Avete presente quando aspettate che l’Altro vi risponda ad un messaggio? L’attesa stessa diventa il centro del vostro tempo. Barthes, in linea con gli anni in cui scriveva, cita l’attesa di una telefonata e i piccoli divieti che l’innamorato si autoimpone durante questa attesa d’amore: “proibisco a me stesso di uscire dalla stanza, di andare al gabinetto, addirittura di telefonare per non tenere occupato l’apparecchio”.
Tutti sappiamo che fissare la pentola sul fuoco non farà bollire prima l’acqua, ma questo non ci frena dal fissare una chat in attesa che la persona che ci piace ci risponda. Tanto da vergognarcene: sappiamo benissimo che questi gesti sono ridicoli, ma il saperlo non ci esime dal continuare a riprodurli. Barthes ci pone davanti alla stupidità dell’innamorato, ma senza giudicare mai: analizzando, constatando ciò di cui siamo oggettivamente prede. E non lo fa solo per quegli aspetti un po’ ridicoli ma in fondo simpatici. Lo fa anche relativamente a tutti quegli atteggiamenti fastidiosi, leggermente amorali, egoistici o folli che spesso abbiamo vissuto anche noi in prima persona.
Uno dei motivi per cui è più difficile parlare d’amore è per il giudizio altrui: gli altri sembra sappiano sempre meglio di te che cos’è l’Amore vero, l’Amore giusto, l’Amore perfetto e le regole da seguire per una perfetta vita di coppia. È difficile essere onesti fino in fondo, perché a volte ciò che vorremmo confessare sono sentimenti pieni di egoismo.
Un esempio? Alla voce compassione, Barthes scrive:

Giacché, proprio mentre m’identifico nell’infelicità dell’altro, ciò che vedo in questa infelicità è che essa si manifesta senza di me e che, essendo infelice di per sé, l’altro mi abbandona: se egli soffre senza che io ne sia la causa, vuol dire che per lui io non conto: la sua sofferenza mi annulla nella misura in cui lo pone fuori dalla mia portata.

È per questo che il libro ci fa soffrire: ci ricorda chi siamo anche negli aspetti poco romantici e felici. E anche perché ci mette di fronte alle insensatezze dei dolori amorosi. Come alla voce “Insopportabile”:

Vi è un demone che nega il tempo, la maturazione, la dialettica e che ad ogni istante dice: così non può andare avanti! – Eppure, la cosa va avanti, se non per sempre, almeno per molto tempo.
Pensiero razionale: tutto si aggiusta – ma tutto ha una sua fine. Pensiero amoroso: niente si aggiusta – e tuttavia le cose vanno avanti lo stesso.

Quando l’esaltazione si è spenta, io sono solo più ridotto a fare della filosofia spicciola: la filosofia della sopportazione (dimensione naturale delle vere fatiche). Subisco senza adattarmi, persevero senza abituarmi: sempre sconosolato, mai scoraggiato; sono un pupazzo Daruma, un misirizzi senza gambe a cui si danno continuamente dei buffetti, ma che alla fine si ritrova sempre in piedi, grazie a un equilibrio interiore (ma qual è il mio equilibrio? La forza dell’amore?). È ciò che dice una poesia popolare che accompagna questi pupazzi giapponesi:
Così è la vita:
Cadere sette volte
E rialzarsi otto.

Oppure, se vogliamo essere più banali ancora: quante volte dobbiamo sbattere la testa al muro prima di capire? Tante. A volte troppe. Ma non possiamo farne a meno. E la domanda che continuiamo ininterrottamente a porci è “Perché?”

Mentre da un lato si domanda ossessivamente perché non è amato, dall’altro il soggetto amoroso continua a credere che in fin dei conti l’oggetto amato lo ama, solo che non glielo dice. Nel mio discorso monotono non vi sono mai dei <<perché>>; ce n’è uno soltanto, sempre lo stesso: ma perché tu non mi ami?
O anche – dato che sono nominalista; perché non mi dici che mi ami?

Finalmente, un bel giorno, capisco che cosa mi è accaduto: credevo di soffrire per il fatto di non essere amato, mentre invece soffrivo perché credevo di esserlo; vivevo nell’imbroglio di credermi contemporaneamente amato e abbandonato. Chiunque avesse ascoltato il mio linguaggio interiore non avrebbe potuto che esclamare: ma che cos’è che vuole, in fin dei conti?

Capite da questi esempi quanto possa essere difficile leggere i frammenti: Barthes non ci risparmia niente, ci mette continuamente di fronte alle difficoltà, ai dolori. Ma ci sono anche attimi lirici, sorrisi, un meraviglioso inno alle bellezze poetiche del linguaggio amoroso e dell’amore in sé.

Vi lascio allora con la conclusione dell’intervista a Barthes a cura di Philippe Roger uscita nel 1977 su Playboy, per ricordarvi che, nonostante tutto, ne vale la pena.

C’è una morale?
Sì, c’è una morale.
Che sarebbe?
Una morale di affermazione. Non bisogna lasciarsi impressionare dai deprezzamenti di cui è oggetto il sentimento amoroso. Bisogna affermare. Bisogna osare. Bisogna amare…

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