Invecchiare e smettere di giocare

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Invecchiare e smettere di giocare

Le Festività natalizie si sono concluse da poco, il ferreo PSCT (Programma Smaltimento Chili di Troppo) è nel pieno della sua corsa fatta di verdure e di carboidrati impietosamente esclusi dalle nostre tavole, e rifletto da giorni su una voce di corridoio che proprio sotto Natale mi è giunta all’orecchio e non mi è piaciuta affatto.

Andiamo con ordine.

Sono nato all’inizio degli Anni ’80, e in quel periodo c’erano un sacco di cartoni animati splendidi (alcuni, a dirla tutta, invecchiati piuttosto male). Alcuni di quelli erano nati con lo scopo di dare un’ambientazione a delle linee di giocattoli preesistenti, come fu per He Man e i Dominatori dell’Universo della Mattel. Altri cartoni animati avevano avuto un tale successo da meritarsi poi delle linee di giocattoli proprie, come i The Real Ghostbusters della Kenner. Il risultato non cambiava: che fosse nato prima l’uovo o la gallina, quelle linee di giocattoli trasformavano le nostre camerette nei teatri di posa in cui girare nuovi episodi tutti nostri delle avventure che ci facevano sognare in televisione.

Ora ho una confessione pesante da fare.

(respiro profondo)

Ho sempre cordialmente detestato i videogames.

Tutti. RPG, picchiaduro, sparatutto, investigativi, fantasy, fantascientifici, fumettistici… Sono cresciuto nel periodo di boom dei videogiochi, e i miei amici, costernati e preoccupati per me, mi hanno sottoposto svariati fiori all’occhiello dell’industria videoludica di inizio/metà Anni ’90.

Niente da fare. Mi piazzavano in mano il pad, mi spiegavano cosa dovevo premere, io premevo, mi innervosivo, ripiazzavo il pad in mano a loro e ringhiavo «Tieni. Fate voi. Io guardo come se fosse un film».

A loro dispiaceva, gli sembrava di escludermi, ma io lo preferivo davvero. Premevo un pulsante e un pupazzetto sullo schermo si muoveva. Ne premevo un altro e quel pupazzetto interagiva con un altro. Ne premevo un altro ancora e quello combatteva. E tutto questo avveniva in scenari maestosi: castelli spettrali, foreste lussureggianti, labirinti intricati, città futuristiche, plance di astronavi ipertecnologiche

Ma non mi divertiva. Anzi, mi irritava profondamente.

Dovevo essere io a muovere i miei personaggi tenendoli fisicamente tra le mani. Io a farli parlare adattando come potevo la mia voce di bambino a quelle meravigliose che sentivo in tivù. Io a far prendere alla storia le svolte più inconcepibili, infinitamente più variegate rispetto a quelle preordinate del videogioco. E non c’era castello spettrale che reggesse il confronto con la poltrona della mia stanza, né foresta più spettacolare dello spazio sotto lo stendino con i panni ad asciugare. Nessun labirinto digitale conteneva le architetture impossibili di quelli che costruivo io con i libri, e il pavimento della mia cameretta diventava all’occorrenza la New York del 2000 (all’epoca era il Futuro) o la cabina di pilotaggio del Millennium Falcon.

Oggi posso dire senza ombra di dubbio che i giocattoli sono stati la base dei miei percorsi da attore e da scrittore.

E che emozione era per me ricevere dei giocattoli! Era qualcosa il cui sapore mi rimbalza ancora vivissimo tra i pensieri. Passavo giorni, settimane, anche mesi a desiderare una cosa, a osservarla voglioso alle vetrine e sugli scaffali dei negozi, spesso senza neanche avere il coraggio di chiederla perché costava troppo. E poi magari arrivava il compleanno, o come è da poco successo, arrivava il momento di scrivere la lettera a Babbo Natale.

E spesso quella cosa arrivava. Non sempre: il famigerato maglione era sempre in agguato. Ma quando arrivava erano brividi e salti di gioia. Talmente potenti che ancora oggi io ricordo per filo e per segno quale parente mi regalò quale giocattolo in quale occasione.

Vale per tutti i giocattoli: dalle sorpresine Kinder (ricordo la sera in cui mio padre mi regalò un ovetto e ci trovai Gastone della serie “Paperino e i suoi amici”. Eravamo alla casa al mare della mia prozia e montai la sorpresina sulla tovaglia in plastica decorata a ottagoni, sul tavolo del salotto) ai Ghostbusters (fu Babbo Natale a regalarmi Egon e Peter, recapitati dal Polo Nord direttamente a casa mia. E poi, a casa di un’altra zia, mi fece trovare Winston).

Beh, tornando alla voce di corridoio che mi è giunta per queste Feste, è la seguente:

Sono troppo vecchio per queste cose. Mi è stato fatto notare con una discreta autorevolezza. In fin dei conti, vado per i 37, e il mio studio è letteralmente tappezzato da Masters, Acchiappafantasmi (sia della Kenner che della Gig, quelli con lo scimmione), Tartarughe Ninja, sorpresine Kinder dal 1987 al 2000, personaggi di Star Wars, Eroi del Wrestling, Dino Riders (un cartone animato fighissimo su una civiltà del futuro che si schiantava sulla Terra preistorica e usava i dinosauri come cavalcature da guerra armandoli con arsenali fantascientifici), M.A.S.K. , X-Men… Ho perfino la serie completa di “Fievel conquista il West”, oltre a tonnellate di miniature di Warhammer e simili, personaggi Disney (sia paperi che topi, ma più paperi), Capitan Uncino e Peter Pan dalla linea del film “Hook”, Voltron, l’Ispettore Gadget, David Gnomo, i Boglins, Jurassic Park… Insomma… Roba da far sentire male un bambino cresciuto negli Anni ’80-’90.

Quest’anno, Babbo Natale (tramite alcuni amici che mi conoscono bene) mi ha fatto avere il Trono Malefico di Malefix (ricordate il fantasma-robot che ringhiava «Gli Acchhhhhhhhhhhiappafantasmi!!!!» nel cartone animato della Filmation?) e la Ecto-2 della Kenner (la lambretta-elicottero che i Real Ghostbusters estraevano all’occorrenza dal portabagagli della Ecto-1).

E qualcuno mi ha detto «Ma che ci fai con tutta ‘sta roba? Non sei un po’ troppo vecchio per i giocattoli?»

Cavolo… Effettivamente sì!

Così ho riflettuto. Ho cercato su internet, ho parlato con amici, e alla fine mi sono ricordato di una bellissima serie di documentari su Netflix: “The Toys that made us” (da noi “I giocattoli della nostra infanzia”). Sono andato a riguardarmi qualcosa, e la risposta alle mie inquietudini era già nella sigla:

«Creazioni di plastica che durano per generazioni e che ancora oggi non vogliamo abbandonare».

Nella sigla c’è un bambino che sfreccia tra gli scaffali di un negozio e la mamma gli compra un pupazzetto di Luke Skywalker. Stacco. Ritroviamo il bambino ormai adulto. Fa l’astronauta ed è in missione. E afferra quello stesso pupazzetto che fluttua verso di lui nella cabina di pilotaggio in assenza di gravità.

Perché sono davvero “The toys that made us”, i giocattoli che ci hanno resi quello che siamo. I loro colori, le loro forme, hanno dato confini nitidi alla nostra immaginazione e allo stesso tempo ci hanno insegnato a spingerla, quell’immaginazione, oltre ogni possibile confine.

Inventavo le loro avventure, ed ero lo showrunner delle puntate più mirabolanti, dei crossover più assurdi. Li facevo parlare, ed ero più che un attore: ero tutti gli attori del cast. Li muovevo, ed ero il regista. Mi mancava qualche elemento scenografico? Via: una vecchia scatola di scarpe, qualche pennarello, un paio di forbici (dalla punta arrotondata, sennò chi lo sente Dodò?) e un po’ di colla e diventavo uno scenografo. E inventavo pericoli, soluzioni, interazioni tra i personaggi, creavo la loro quotidianità e, nello stesso tempo, vi riversavo la mia, comprendendola meglio nel momento in cui la rielaboravo nel gioco.

Il punto è questo: gli animali imparano giocando, e l’uomo non fa eccezione. Noi giocavamo con quei giocattoli, e collezionarli oggi, oltre al gusto personale del collezionismo in sé, è anche un modo per richiamare alla memoria alcune di quelle lezioni che avevamo appreso e che magari gli anni chi hanno fatto dimenticare.

Per questo, nel mio studio, sono circondato da tutti questi vecchi amici (alcuni sopravvissuti alla mia infanzia, altri recuperati su internet o in giro per i mercatini): sono stati loro a plasmare la mia immaginazione. E visto che il mio studio è uno dei luoghi in cui quell’immaginazione la esercito (sicuramente il più “protetto”: gli altri sono la sala di doppiaggio e il palcoscenico), per me è normale, quasi indispensabile, circondarmi dei loro colori sgargianti, delle loro indimenticabili confezioni, delle loro forme così familiari e di tutti i ricordi che ad esse si accompagnano. Ricordi di occasioni speciali, di giorni nei quali la vita era facile, di persone importanti che sono ancora con noi e di altre che magari non ci sono più. Così come per Paperon De’ Paperoni è indispensabile circondarsi delle sue monete, ognuna delle quali racconta la storia di come fu guadagnata.

Non credo che si possa essere troppo vecchi per questo. Perché è vero quel che si dice:

Non si smette di giocare invecchiando: si invecchia smettendo di giocare.

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