Alice e le neuroscienze cognitive

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Alice e le neuroscienze cognitive

In una bella giornata di sole, Alice raggiunge il Paese delle meraviglie cadendo giù dalla tana del coniglio: scivolando e scivolando giù, per un tempo indefinito. Nella seconda avventura carrolliana, Alice attraversa uno specchio: e finisce in un bizzarro mondo dove cercherà di divenir regina.

Thomas Metzinger, filosofo teoretico contemporaneo, in uno dei suoi libri parla del “tunnel dell’io”, definendolo come modello di realtà attraverso cui viviamo e osserviamo il mondo. Nel suo libro si interroga, prendendo in considerazione le moderne neuroscienze, sul significato di “io”, di coscienza, di sé e sul modo in cui costruiamo e rappresentiamo la realtà – o meglio, sul modo in cui il nostro cervello lo fa, perché è il cervello a far tutto, non certo “noi”. Metzinger stesso ci vuol far capire come la prima persona e la sensazione di essere noi stessi siano frutto di meccanismi neuronali complessi, e non un dato di fatto. Così come la realtà esterna, il mondo intero, non è mai quello che percepiamo direttamente. Tutto è una rappresentazione: noi inclusi. Sembra sconvolgente (o banale, perché di solito per le cose assurde succede così), astratto e puramente filosofico, lo so. Ma Metzinger è incredibilmente bravo a farci percepire la concretezza di tutto quello di cui stiamo parlando. Come? Con esempi interessanti, impressionanti e anche ironici. Insomma, non possiamo dare per scontato di essere “io” e non possiamo dare per scontato la realtà che viviamo. E questo, chi meglio di Alice ce lo può dimostrare?

Alice in qualche modo attraversa il tunnel dell’io e ci cade profondamente dentro. Fin dall’inizio. Pensiamo a quando incontra il Brucaliffo, e al loro bellissimo dialogo (filosofico dalla testa ai piedi, siano quelli di un bruco o di una bambina):

Who are you? – said the Caterpillar.
<I – I hardly know, sir, just at present – at least I know who I was when I got up this morning, but I think I must have been changed several thimes since then.
What do you mean by that? Said the Caterpillar sternly. Explain yourself!
I can’t explain myself, I’m afraid, sir – said Alice – Because I’m not myself, you see.

 Carroll è un mago dei giochi, e qui gioca con i pronomi. Cosa c’entrano le neuroscienze con la grammatica? Moltissimo, perché linguaggio, pensiero e identità sono sempre connessi. Metzinger cita la sindrome di Cotard, in cui i pazienti non credono di esistere – un caso molto interessante di soggettività, di io, di coscienza.  Spesso, le persone affette da questa sindrome psichiatrica, smettono di utilizzare il pronome personale io, perché non rappresentativo del loro punto di vista. È quindi possibile non sentirsi “io” ed Alice lo sapeva bene, benché avesse solo dieci anni.

Ma, appunto, non è solo l’io a essere discusso dal filosofo e dalla bambina: è il mondo intero, è l’esistenza oggettiva di ciò che vediamo e viviamo. Pensiamo ora ai sogni. Nel tunnel dell’io metzingeriano il sogno è una delle tante esperienze possibili: il filosofo studia con attenzione lo strano fenomeno del sogno, in cui lo stato di coscienza che l’essere umano presenta è altamente instabile e particolare. Vi è mai capitato di raccontare un sogno in cui “ero io, ma non ero io”? Avete mai sentito parlare dei sogni lucidi? E delle esperienze extracorporee che scaturiscono da alcuni sogni? Nel mondo Al di là dello specchio, Alice vive costantemente in bilico tra sogno e realtà.

– Adesso sta sognando, – disse Dimmelo; – e a cosa pensi stia sognando?
Alice disse: – Questo nessuno può immaginarlo.
– Diamine, sta sognando te! – esclamò Dimmelo, battendo le mani trionfalmente.
– E se smette di sognarti, dove credi di ritrovarti?
– Dove mi trovo, naturalmente, – disse Alice.
– No, tu no! – ribatté Dimmelo in tono sprezzante. – Tu non ti troverai da nessuna parte. Diamine, tu sei soltanto una specie di cosa nel suo sogno!
– Se quel Re lì si svegliasse, – aggiunse Dammelo, – tu ti spegneresti… puff!… come una candela!

Lo sappiamo tutti: nei sogni siamo capaci di rappresentarci una realtà verosimile – o che ci sembra verosimile mentre ci troviamo dentro al sogno stesso: ma parte della realtà siamo anche noi. Per questo motivo, in un sogno, così come è instabile il mondo esterno, lo è anche il soggetto, cioè noi. Come fa Alice ad assicurarsi di esistere davvero? Un problema non da poco, un affascinante ambito che le neuroscienze continuano a studiare.

«I sogni sembrano reali fino a quando ci siamo dentro… Solo quando ci svegliamo ci rendiamo conto che c’era qualcosa di strano.» (Inception)

I paralleli non finiscono qua. Non si possono ignorare le letture del viaggio di Alice come viaggio allucinatorio. Soprattutto in un certo tipo di cultura underground, nel mondo della musica e dell’illustrazione amatoriale, il viaggio di Alice è considerato simbolo di ciò che succede sotto effetti di droghe o in condizioni di psicopatologie. E Metzinger analizza come funziona il tunnel dell’io in entrambi i casi, parlando attentamente sia delle malattie della coscienza sia delle alterazioni prodotte da stupefacenti. Non è un caso, comunque, se il personaggio carrolliano ha dato il nome a una sindrome psichiatrica – la Alice in wonderland syndrom.

Lasciatevi affascinare dall’incredibile universo che siamo – o forse dovrei dire che è il nostro cervello – ma anche dall’incredibile universo di un libro che non smetterà mai di stupire i lettori di ogni età.

E dunque, alla fin fine, non ho sognato, – si disse, – a meno che… a meno che noi tutti non facciamo parte dello stesso sogno. Soltanto, spero che si tratti del mio sogno e non di quello del Re Rosso! Non mi va di appartenere al sogno di un’altra persona.

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