Ghostbusters Afterlife: c’è decisamente qualcosa

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Ghostbusters Afterlife: c’è decisamente qualcosa

E questo qualcosa è un trailer che in pochi giorni ha fatto milioni di visualizzazioni in tutto il mondo, raccogliendo alcune perplessità, diversi commenti negativi e valanghe di entusiasmo e commozione in tutta la community internazionale dei fan.

Avete già capito di cosa parliamo: di qualcosa che a questo punto è ben più di una voce di corridoio: dopo trent’anni dalla sconfitta di Vigo il Carpatico, i Ghostbusters stanno tornando, e sono qualcosa che, nel bene o nel male, è totalmente inaspettato: un passaggio di testimone a un nuovo team composto da personaggi giovanissimi.

Analizziamo insieme il trailer, ma nonostante le immagini siano una gioia per gli occhi, non fermiamoci a quello che ci mostrano. Voglio indagare soprattutto su quello che ci raccontano. Perciò accendete il PKE, zaino protonico in spalla, trappole a portata di mano e seguitemi tra i fotogrammi che Jason Reitman ci ha regalato.

Una cosa salta immediatamente all’occhio, fin dalle primissime immagini e dalle note del commento musicale: questo trailer è molto lontano dal tono comedy dei primi due film. L’inizio potrebbe essere tranquillamente quello di un film indipendente sulla storia di una famiglia in crisi, perché questo è il cinema di Jason Reitman: un cinema fatto di storie apparentemente “piccole” (laddove per “storia grande” intendiamo la storia di una malvagia divinità sumera in procinto di distruggere l’universo) ma che raccontano concetti enormi, profondi. Con ironia, talvolta con durezza, ma sempre con cuore. Ed è proprio questo a colpire, nel trailer di “Ghostbusters – Afterlife” (o “Legacy”, come sarà intitolato in Europa): il cuore.

Che Jason abbia particolarmente cari gli Acchiappafantasmi non è mai stato un mistero: è cresciuto su quei set, ha perfino preso parte al secondo film (ricordate il bambino «Mio padre dice così: che vendete fumo e…» ? Beh, era Jason). In passato gli fu proposto di dirigere un nuovo capitolo della saga, ma lui si è sempre detto troppo spaventato per farlo. Adesso, a quanto pare, la storia giusta e l’opportuna libertà di manovra gli sono state date, e finalmente sta arrivando un film concepito e diretto da un professionista che, in primo luogo, è un fan del brand. Brand creato dal suo stesso padre, peraltro.

E torniamo ai toni malinconici, lontani dalla commedia in stile anni ’80 ai quali eravamo abituati. Perché?

Per due motivi principali: il primo è che la commedia in stile anni ’80 stava benissimo negli anni ’80, ma è un genere poco adatto a essere riproposto nei nostri smaliziati, un po’ nevrotici giorni odierni.

Il secondo, più profondo, è proprio il fatto che Jason sia un fan dei Ghostbusters.

Mi spiego.

Chi scrive ama con tutto se stesso quei quattro squinternati e il loro mondo di ectoplasmi e flussi protonici, al punto da essersi imbarcato nella realizzazione di un film no-profit (questo sì una commedia) unicamente per rendere omaggio a quel mondo, in particolare al compianto Harold Ramis. Quindi sento di potermi definire a buon diritto un fan sfegatato della serie.

Ebbene, a chi è rimasto sorpreso / deluso dai toni intimi e malinconici di questo trailer, svelerò una cosa.

Per un fan di Ghostbusters che torna in quel mondo oggi, non c’è granché da ridere.

Gli eroi della sua infanzia sono vecchi. Non solo: per tutti questi anni non se ne è saputo più nulla, quindi deduciamo che gli Acchiappafantasmi si siano sciolti e siano stati dimenticati.

Egon è morto.

Dopo essere stato salvato due volte, il mondo li ha dimenticati.

Egon è morto.

Avremmo potuto avere un nuovo capitolo della saga già nel 1995, ma Bill Murray non rivolgeva più la parola ad Harold Ramis e non ha mai accettato di farlo.

Egon è morto.

Dan Aykroyd e Ivan Reitman sono andati vicinissimi a realizzare il sogno di un terzo film nel 2013, ma poi…

… Egon è morto.

Il mondo è cambiato profondamente, al punto che noi fan, residuati degli anni ’80, stentiamo a riconoscerlo.

Tutti questi presupposti fanno sì che un fan possa difficilmente approcciarsi a una nuova storia con leggerezza. È per questo che il trailer appare così “sottotono”, ma sono pronto a scommettere che la commedia arriverà, e sarà tanto più dirompente proprio in quanto inattesa.

Ma che cos’altro ci racconta, il trailer? Che quei magici anni ’80 non sono perduti. Qualcuno li ricorda bene.

Mr. Grooberson, interpretato da Paul Rudd (al quale ho avuto la fortuna di prestare la voce nella prima versione del trailer italiano), c’era e ricorda bene gli Acchiappafantasmi. Quando mostra ai ragazzini le immagini della battaglia di Central Park, nei suoi occhi c’è la meraviglia di chi ha vissuto l’epoca dei Ghostbusters, e proprio nella scintilla di magia in quello sguardo ravvisiamo il gancio più intenso per gli spettatori: Mr. Grooberson siamo noi. Noi c’eravamo! Abbiamo visto. Abbiamo riso. Ci siamo spaventati. Potremmo raccontarla anche noi, a quei ragazzini, la storia degli Acchiappafantasmi, così come quelli tra noi che sono papà e mamme la hanno raccontata ai propri figli.

E poi c’è la battuta della rivelazione, la domanda che Grooberson rivolge alla piccola Phoebe, venuta a Summerville con la famiglia per riordinare le “cianfrusaglie” di suo nonno che è venuto a mancare.

«Un momento… Ma tu chi sei?»

E la bambina scosta una vecchia divisa impolverata.

Sul petto è cucito il nome “Spengler”.

Suo nonno. Phoebe è la nipote di Egon. E noi vorremmo correre ad abbracciarla e raccontarle che suo nonno è stato il più grande fra tutti gli eroi, un eroe silenzioso, garbato, un po’ folle, sempre lucido anche nelle situazioni più nere. Vorremmo dirle che lo abbiamo conosciuto e amato, che ci ha insegnato tanto, e che quasi ci sentiamo in colpa di aver trascorso così tanto tempo con lui, e lei così poco.

Nel mostrarci quella casa così vecchia e scrostata ma così piena di misteri e di fascino, Jason Reitman ci racconta il franchising di Ghostbusters: qualcosa che è stato grandioso ma che per tanti motivi è stato abbandonato. E ora noi stiamo entrando di nuovo in quella casa, insieme agli eredi di Egon. Insieme alla sua nipotina che (lode alla bravissima McKenna Grace) ne riprende magnificamente il contegno e le espressioni.

E poi c’è la chiave di volta dell’intero trailer.

Trevor, il personaggio interpretato da Finn Wolfhard (“Stranger Things”, “IT”) entra esitante nella vecchia rimessa della fattoria.

Solleva un vecchio telo incerato.

È dentro una macchina e la supplica: «Avanti, bella!»

Mette in moto.

Una saracinesca si alza e vediamo la targa mezza mangiata dalla ruggine: «ECTO-1».

Buio.

È lei! La Ecto-1 sta sfrecciando libera, quasi fuori controllo, attraverso un meraviglioso campo di grano, verso i nuovi orizzonti che questa storia lontana dai grattacieli newyorkesi sembra prospettare.

E questo è ciò che Reitman Jr. ci ha mostrato. Ma cosa ci racconta?

Ancora una volta, Trevor è tutti noi. Entra in quella rimessa buia senza sapere esattamente cosa troverà, così come noi, ancora scottati da un certo film del 2016, ci siamo avvicinati a questo nuovo progetto targato “Ghostbusters”. Lo scopriamo lentamente, con titubanza.

E lo supplichiamo: «Avanti, bello! Parti! Funziona! Fa’ che torniamo a sognare».

E il progetto parte! Sfreccia senza più vincoli, puntando in direzioni che non avremmo mai immaginato. Libero. E con esso, ci sentiamo più liberi anche noi.

Poi ovviamente c’è chi invece non ha apprezzato affatto. È naturale: nessun prodotto artistico può (e forse neanche deve) mettere tutti d’accordo. Fa parte dell’avere carattere.

C’è stato chi ha gridato allo scandalo su più fronti:

«Ma è Stranger Things!»

«Dov’è New York?»

«Dove sono i Ghostbusters originali?»

«Ma non fa ridere!»

All’ultima obiezione abbiamo già risposto e torniamo ad assicurarvi: non dubitate. Farà ridere.

Per le altre, andiamo con ordine.

No. Non è “Stranger Things”. Stranger Things ha attinto a piene mani da tutta una cinematografia tipica degli anni ’80 che poneva giovani protagonisti al centro di avventure più o meno fantastiche.

Segue una lista di film che, secondo questo principio, sarebbe “in stile Stranger Things”.

I Goonies.

E.T.

Karate Kid

War Games

La Storia Infinita

Gremlins

Navigator

IT

Piramide di Paura

Potrei continuare. In un film come “Ghsotbusters Legacy”, così saldamente imperniato sul presente, questo riferimento al cinema anni ’80 può essere un valore aggiunto.

E sì, non siamo a New York e non ci sono (per ora, ma ci saranno, è stato confermato) i Ghostbusters originali. Il motivo è molto semplice: abbiamo già visto due film ambientati a New York con gli Acchiappafantasmi originali: si chiamavano “Ghostbusters” e “Ghostbusters 2”. Ora i ragazzi in grigio sono diventati sì grigi, e sono lontani dall’essere ragazzi. Rassegniamoci: sono anziani. È il momento di passare il testimone.

Ma allora, direte voi, perché non passarlo a un team che abbia l’età che avevano loro negli anni ’80?

La risposta è la stessa di prima: perché abbiamo già visto due film con un team di Acchiappafantasmi che disinfestava New York: “Ghostbusters” e “Ghostbusters 2”. Perché non provare ad andare un po’ oltre? Perché non esplorare altre strade, pur rimanendo fedeli allo spirito e alla lore originale?

Il dramma nel riprendere qualcosa di così amato dopo tanto tempo, è che si tratta di scegliere per cosa essere criticati: se per aver fatto qualcosa di identico all’originale ( «Ma è una brutta copia di…») o se per aver fatto qualcosa di diverso ( «Ma questo non c’entra niente con…»).

Io credo semplicemente che Jason Reitman abbia voluto raccontare una storia senza snaturare il “fulcro” di ciò che era stato raccontato in precedenza, ma soprattutto senza snaturare il proprio modo di fare cinema.

Fin’ora, in questo progetto, abbiamo visto cuore, personalità, intelligenza commerciale (che da molti è ancora considerata un difetto), grande cura dei dettagli e splendida qualità cinematografica.

Insomma, non possiamo sapere come sarà questo nuovo “Ghostbusters”, ma ci tornano alla mente le parole di Egon:

«Roba grossa, Peter. Roba grossa: c’è decisamente qualcosa».

 

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