La rappresentazione della donna nei videogiochi

Reveal more

La rappresentazione della donna nei videogiochi

Non c’è niente al mondo di più forte di una buona storia. Lo diceva Tyrion Lannister nella discutibile ultima stagione di Game of Thrones. E io, personalmente, sottoscrivo. Le storie sono il motore della nostra vita, creatrici di speranza e dalla salvifica funzione educatrice. Perché sembra una banalità, ma una storia non deve solo essere puro intrattenimento. Deve comunicare qualcosa e lasciare dietro di sé uno spunto di riflessione. Se una storia non fa riflettere o non lascia niente, è una storia destinata a morire. Quando non comunica più nulla, poiché troppo vecchia per essere raccontata, è giusto che sia cambiata affinché possa dire ancora qualcosa alle generazioni che verranno. Poi ci sono le storie immortali, quelle che puoi ascoltare in continuazione e che continueranno a risuonare dentro di noi.
Le storie ispirano azioni e hanno, per forza di cose, conseguenze. Bisogna fare attenzione quindi a ciò che si racconta, perché se è vero che le storie attingono dalla realtà, è altrettanto vero anche il contrario. Cosa rappresentiamo e come lo rappresentiamo nel caso specifico dei videogiochi?

La narrazione nei videogiochi di per sé è molto complessa da sviluppare e nell’ultimo periodo la stessa industria sembra averle dedicato uno spazio sempre minore. Sono molte le persone che pensano che la trama nei videogiochi non sia così fondamentale. John Carmack, sviluppatore del Doom Engine, è arrivato a paragonarla alla trama di un film porno: ti aspetti che ci sia, ma alla fine non serve a niente. Considerando questi presupposti non è difficile intuire che la rappresentazione dei personaggi risulti superficiale e stereotipata. Parlando nello specifico della rappresentazione del genere femminile, la problematica è evidente. Partendo dalla Lara Croft con i seni giganteschi e piramidali e arrivando a Bayonetta che si denuda in combattimento. Nonostante tutto, i due titoli citati sono comunque di qualità alta e raccontano storie interessanti. Ma non basta. In tutta la storia dei videogiochi gli ottimi prodotti non mancano e bisogna soffermarsi su quelli, prenderli come spunto e continuare a narrare storie simili.

Quando penso ad un videogioco che, oltre ad essere tra i miei preferiti, rappresenta e racconta una donna forte e peculiare, penso a Mirror’s Edge. Il titolo è sviluppato da DICE e pubblicato da EA nel 2008. è noto all’opinione pubblica come il gioco dove fai parkour. La meccanica di base consiste, in soldoni, di saltare dal tetto di un edificio ad un altro e di arrivare da punto A a punto B superando vari ostacoli (muri, nemici, ecc,). Vestiamo i panni in prima persona di Faith Connors, un’atletica ragazza facente parte dei Runner. Questi ultimi sono un gruppo di persone che raccoglie informazioni e permette ad alcuni rivoltosi di comunicare senza essere scoperti dagli operatori di un governo fintamente democratico. Si tratta di un mondo distopico in cui vengono spiate le comunicazioni dei cittadini, impedendo loro qualsiasi tentativo di manifestare una posizione ideologica diversa da quella vigente e realizzando un sistema di controllo simil orwelliano.

Nonostante la situazione sociale, politica e la violenza fisica e psicologica a cui è sottoposta, Faith continua a lottare per i suoi ideali, per scoprire la verità e ottenere giustizia per sua sorella. Una storia che descrive una donna caratterialmente forte e coraggiosa e che esce dal solito schema della donna debole o estremamente sessualizzata. Faith risulta essere un’eroina affascinante non perché bellissima come le sopra elencate Lara Croft e Bayonetta, ma perché umana. Non estremamente carismatica (anche perché nella versione italiana è doppiata da Asia Argento), ma vera. Con il suo look un po’ edgy e il suo fisico atletico è in grado di conquistare chiunque e di convincere il pubblico di entrambi i generi.

L’industria videoludica sta facendo molti passi avanti nel raccontare storie con protagoniste femminili tenaci e credibili. Questo perché anche i personaggi femminili devono avere una sensibilità propria e originale, nonché un modo di esprimerla altrettanto differente. L’obiettivo dell’industria è chiaro: continuare a creare storie il meno stereotipate possibili. Perché ciò che rappresentiamo e raccontiamo influenza la realtà. Non c’è niente al mondo di più forte di una buona storia!

Articolo di Damiano D’Agostino. Potete leggerlo qui: MMO.it

Lascia un commento

*

Previous post Editoriale: Lucca devi Meritarla
Next post In memoria delle sorelle Mirabal