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Quello che per primo vede l’America

“Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa… e la vedeva. È una cosa difficile da capire. Voglio dire… Ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio, e emigranti, e gente strana, e noi… Eppure c’era sempre uno, uno solo, uno che per primo… la vedeva. Magari era lì che stava mangiando, o passeggiando, semplicemente, sul ponte… magari era lì che si stava aggiustando i pantaloni… alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso il mare… e la vedeva. Allora si inchiodava, lì dov’era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava: l’America”.

Nel celebre monologo teatrale scritto da Baricco, c’è questo passaggio molto seducente in cui si racconta di colui che su ogni nave, vede per primo l’America. Baricco usa un linguaggio semplice e pieno di suggestioni trasformando ciò che leggiamo in immagini. Così anche noi possiamo vedere, più che sentire o leggere, degli scorci di storia appartenuti a uomini e donne carichi di aspettative che attraversano l’oceano per andare là.
In America.
Ma quella di Baricco è la storia di un pianista nato su una nave dalla quale non scenderà mai. Di quello che per primo vede l’America non si parla più. Che cosa successe dopo lo sbarco? Come fu la vita che prima di allora era fatta solo di quell’istante impresso nella sua mente? Che accoglienza ha avuto?

Antonio, detto Tonino per la statura bassa, ha le gambe che tremano mentre si avvicina al funzionario americano che con disprezzo chiede i documenti ai migranti italiani appena sbarcati. Antonio non parla inglese, ma capisce dal tono della voce che l’altro uomo non è felice del suo arrivo. Passeggero di terza classe, insieme a migliaia di altri, viene mandato via battello a Ellis Island, un piccolo isolotto di fronte a Manhattan che dal 1894 era diventato casa di prima accoglienza. Qui lo sottopongono a uno scrupoloso esame medico e viene ritenuto idoneo ad entrare negli Stati Uniti. Altri non saranno così fortunati e saranno messi in quarantena o addirittura rimpatriati. In molti casi le famiglie venivano divise e avviate verso destinazioni diverse. Non a caso Ellis Island era conosciuta anche come Isola delle lacrime.

Per Antonio inizia la sfida più impegnativa: quella per l’integrazione. Va a vivere in un ghetto, insieme ad altri italiani, ma non frequenta le scuole parrocchiali perché lì non insegnano l’inglese. Lo imparerà da solo, nel tempo, ripetendo le parole che sente e scrivendole su un taccuino che porta sempre con sé. L’America vedeva gli italiani come una razza inferiore, composta per lo più da anarchici e mafiosi.
“Non sono come noi. La differenza sta nell’odore diverso, nell’aspetto diverso, nel modo di agire diverso. Il guaio è che non si riesce a trovarne uno che sia onesto”, disse una volta Nixon, nel 1973.

Il pensiero va alla sua giovinezza nei campi, quando gli hanno insegnato come dividere i semi buoni da quelli cattivi. Tonino continua a farlo anche in America: divide le idee buone da quelle cattive. Non si arrende e non odia quel paese che lo disprezza e che nello stesso tempo gli ha dato al possibilità di costruirsi una vita. Si sposa. Ha dei figli. Vive e lascia in eredità il suo pensiero. Finché un giorno non guarda indietro, alla nazione che ha lasciato e vede profughi, migranti in fuga, famiglie disperate le cui richieste di aiuto sono ricambiate da tanto odio da riempirci quell’oceano che lui stesso ha attraversato una vita fa.

Sulla scia di un concetto rispolverato fin troppo spesso, viene continuamente fatto presente che anche noi Italiani siamo stati immigrati. Tonino comprende che le circostanze sono diverse, eppure sa che l’umanità a cui lui e tutti gli altri appartengono è una soltanto. Certo, lui non è dovuto scappare da una guerra, ma dalla povertà. E’ andato in America in cerca di lavoro. Ha scavato miniere e arato campi, ma anche lui è’ stato discriminato, segregato con gli altri della sua razza e perfino assistito al linciaggio della sua gente.

Antonio guarda indietro al suo paese e si domanda che cosa sia successo a quel popolo cui sente di appartenere sempre meno. I sui fratelli stanno rivolgendo a quelle persone che erano lui cento anni prima, lo stesso odio e disprezzo che gli americani gli avevano riservato dal giorno stesso in cui lui, su quella nave, aveva visto per primo l’America. Non c’è guerra in Italia, eppure sente solo parlare di invasione e difesa dei confini. I crimini che hanno maggiore ridondanza sono quelli commessi dagli stranieri. Nessuno divide più i semi e li getta via perché pensano che siano tutti cattivi. Egli, come ogni persona che ha arato la terra, sa che senza semi non può nascere nulla. E’ un uomo vecchio oltre la vecchiaia il caro Antonio. E’ sopravvissuto a moglie e figli e patito la sua dose di privazioni e dolore. A quel punto della sua vita era certo di averle finite tutte le lacrime.
Purtroppo si sbagliava

 

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