Lady Viova

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Le nostre migrazioni

Anna Fanuraki
02 luglio 1958
Cairo

In sala, sulla mensola centrale del grande armadio che ricopre tutta la parete, protetto ma esposto da un’anta di vetro, svetta il passaporto di mia nonna, con una sua foto in bianco e nero, scritte in arabo e timbri del consolato italiano del Cairo.
Mio padre lo sfoglia, lo rigira tra le mani, e si fa tante domande. Cosa significano tutte queste date? Quante volte è venuta in Italia prima di portare tutta la famiglia definitivamente lì?

Mia nonna nacque a Port Said, in Egitto, nel 1925. La sua famiglia si era spostata anni prima da Creta per unirsi alla comunità greca presente in Egitto.
Mio nonno nacque a Port Said, in Egitto, nel 1920. La sua famiglia si era spostata da Genova, anni prima, per unirsi alla comunità italiana presente in Egitto.
Tutti alla ricerca di un po’ di fortuna.

Mio padre nasce a Suez, nel 1954. Ma rimane in Egitto ben poco, perché nel 1958 è già in collegio, a Genova, mentre i suoi genitori si spostano a Milano per cercare lavoro.

Che lingua parlava, il nonno?
Lì c’erano tante comunità: la comunità inglese, la comunità francese, quella greca, quella italiana… Bisognava sapere un po’ di tutto, insieme all’arabo, che era la lingua ufficiale.

Che lavoro faceva in Egitto?
Ha fatto tanti lavori. Ma il più importante era quello di orefice, che poi è quello che gli ha permesso anche di tornare in Italia.

Come mai sono tornati in Italia?
C’era stata la rivoluzione egiziana di Nasser, in quel periodo in molti ritornavano nel paese d’origine… e una volta qui in Italia non c’erano soldi, e sono andati a cercare lavoro a Milano.

C’è qualcosa che ricordi dei nonni che mostrava le loro origini, le loro storie? In particolare la nonna, origini greche, infanzia in Egitto e poi sposata con un italiano…
(ride) Eh, il cibo! Mia madre non è mai stata in Grecia, ma la sua famiglia parlava greco, era intessuta di tradizioni greche. Moussakà, foglie di vite… e poi la lingua. Ha sempre parlato greco in casa, anche con il nonno. Anche l’ortodossia religiosa. Quando si è sposata con il nonno, si è convertita al cattolicesimo. Ma c’erano tanti aspetti dell’ortodossia che erano rimasti. Io, per esempio, sono stato battezzato con rito ortodosso, per immersione.

E lei si sentiva italiana?
Sì, tutti si sentivano italiani. La loro vita era qui, sono stati tutta la vita qui in fondo.

Secondo te, quanto sono importanti le origini per la costruzione della propria identità?
Secondo me… tanto. È una delle cose che mi mancano, quando entri a 3 anni in collegio e ci esci a 16 anni è difficile capire le proprie origini, avere delle tradizioni. Perdi tutto. Non c’è un attaccamento. Il fatto di stare in collegio, ha sradicato le possibilità di avere delle origini.

La famiglia di mio padre, ora, è sparsa un po’ ovunque. Ci sono i parenti brasiliani, quelli che da bambina mi sognavo di andare a trovare. Ci sono i parenti di Napoli e di Roma. E forse c’era qualcuno che era andato anche negli Stati Uniti d’America. Poi ci siamo noi.
Ma la mia storia è composta di altre migrazioni, diverse eppure simili.
Le migrazioni di mia madre.

Dove sei nata?
Sono nata in un paesino, in Puglia… da genitori, da nonni, da bisnonni pugliesi. Ma a tre anni ero con la mia famiglia su un treno per Roma. Non c’era lavoro, e ci siamo dovuti spostare. Anche se ero piccola, ho un ricordo di quella sera, del treno, della valigia – la famosa valigia dei emigrati… E di un gioco che mi aveva regalato una mia cugina del paese prima di partire.

C’è qualcosa di “pugliese” che è rimasto in te e nei nonni, anche dopo che vi siete trasferiti?
Non saprei, i miei non erano molto attaccati alla terra d’origine, ma forse un certo tipo di praticità, una praticità contadina, di chi si deve arrangiare in qualche modo.

Dopo Roma, però… c’è stata Milano.
E poi c’è stata la seconda migrazione, ma questa è stata per amore. Si emigra per diverse necessità, non solo quelle più concrete. Si emigra anche per necessità… affettive, o per necessità intellettuali. Anche i miei genitori, a un certo punto, quando a Roma era un po’ più difficile lavorare, avevano pensato di venire su a Milano, e papà ha iniziato a cercar casa per loro… Ma faceva difficoltà, perché tutti erano diffidenti, non volevano affittare a dei pugliesi. E quindi, poi, tra una cosa e l’altra, mi sono trasferita solo io.

Quanto sono importanti, secondo te, le proprie origini?
Secondo me… non tanto. Contano i luoghi dove vivi, dove passi l’infanzia, l’adolescenza, dove instauri i legami che poi saranno i più importanti della tua vita. Non è strettamente il luogo di nascita che fa di te una determinata persona.

Mi ha sempre affascinato la storia della mia famiglia. È sempre stato un racconto che si perdeva un po’, andando a scavare a ritroso nel tempo, oltre il mare, ma che mi sembra risuonarci dentro come una ricchezza un po’ bizzarra, come qualcosa di cui andare fieri, qualcosa da poter condividere e raccontare. Un albero genealogico che ricopre due continenti, tre regioni e una moltitudine di città di provincia. Le vie trafficate dei mercati arabi, i campi contadini del Sud Italia, la Milano industriale, Roma caotica e bellissima. Un’identità che si è formata in movimento, partecipe di lontananze e di assenze, che ora assorbe migliaia di suggestioni durante i molti viaggi che facciamo, per lavoro ma soprattutto per passione.
Ci dimentichiamo sempre che noi stessi potremmo diventare immigrati, che i nostri genitori, i nostri nonni lo sono stati. Che i nostri figli, probabilmente, lo saranno. Scoprire la propria storia significa solo acquisire uno sguardo più ampio sulla storia di tutta l’umanità: chi si sposta oggi, chi si è spostato ieri, chi si sposterà domani.
Quanto mi sento italiana? Perché mi sento italiana? Perché provo fastidio se un altro, diverso da me, diventa italiano? È facile dare per scontato qualcosa con cui si convive da sempre: confini chiusi nei quali ci siamo mossi durante l’infanzia, luoghi dove abbiamo vissuto l’adolescenza, e dove infine siamo diventati adulti.

Da piccola ridevo di quel Suez scritto sulla carta d’identità di mio padre, chiedendomi in silenzio: ma papà, quindi, è egiziano? Sentivo raccontare, durante le cene di Natale, della Moussakà che nonna cucinava sempre, e a volte sentivo nonno che farfugliava parole in strane lingue a me sconosciute.
La nostra è solo una piccola storia, una di tante, ma che oggi mi sembra più che mai importante raccontare. In questa storia le radici non esistono per tutti – non tutti i luoghi sono rimasti dentro allo stesso modo. Non mi è difficile immaginare che, in certe storie, le radici vengono strappate con violenza, il cuore soffre straziato, e trovare un posto da chiamare casa sia un percorso quasi senza fine.

Non so come i nonni vivessero le loro migrazioni: non ho potuto chiederglielo, e spesso si chiede troppo tardi. Ma ho deciso di interrogare mio padre e mia madre, di far loro alcune domande, di metterci seduti a un tavolino. Una cosa che forse avrei dovuto fare molto prima: ma mi sono sempre accontentata di vaghi ricordi, di aneddoti d’infanzia, di qualche racconto qui e lì. Ma in questo periodo storico, in cui i migranti vengono spesso disumanizzati, incriminati del fatto di emigrare come se esistesse il reato di cercare miglior vita altrove, categorizzati come migranti, senza quasi più un’identità singola (confusa con la massa, loro), in questo periodo io voglio raccontare le nostre migrazioni. Indagare il nostro passato serve per comprendere di più il presente che altri vivono oggi: informarsi e leggere è essenziale per capire le ragioni socio-economiche e politiche di chi decide di fuggire dal proprio paese; ma scoprire che siamo stati migranti ci fa sentire in qualche modo più comprensivi, più vicini ancora.

Vi chiedo allora di fare lo stesso: di interrogare chi vi sta accanto, di risalire il più possibile per scoprire quali spostamenti ci sono stati nella vostra storia.
Usate l’hashtag #lenostremigrazioni, taggateci, fate in modo di condividere la vostra storia. Fate sì che la vostra storia, diventi parte della storia di tutti. E che ci aiuti a divenire un po’ più umani.

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