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Lanzarote: l’oceano e le montagne di fuoco

Non c’è qualcuno che possa descrivere Lanzarote meglio degli artisti che l’hanno abitata e profondamente amata, ma voglio provare a incantarvi un po’ io prima di dar loro la parola. L’isola fa parte dell’arcipelago delle Canarie, complesso di isole spagnole che si trova di fronte alle coste occidentali del Marocco: per la sua posizione, un crocevia di culture e avventurieri fin dall’antichità (come ricorda bene il Museo della pirateria che abbiamo visitato al Castello di Santa Barbara, fortificato su uno dei tanti vulcani dell’isola). 

Lanzarote è terra selvaggia: dopo pochi chilometri percorsi allontanandoci da Arrecife, dove si trova l’aeroporto, ci siamo subito sentite immersi in una natura surreale e potente. Ho sempre amato i paesaggi vulcanici, e Lanzarote ti accoglie con le rocce laviche scure, l’azzurro intenso dell’oceano, il verde delle palme e dei cactus e il bianco delle case rurali. È un pattern semplice e maestoso, che rimane impresso e attira lo sguardo. Coloro che amano i soggiorni mare dicono che Lanzarote è la più ventosa delle Canarie: ma coloro che amano osservare le onde che si infrangono sulle rocce ne rimangono rapiti. Il vento di Lanzarote risuonava come una colonna sonora, spostava le nubi velocemente ed era un piacevole rinfresco durante le giornate più calde, un punzecchiante diavolo orgoglioso durante i giorni più freddi. Me lo immagino proprio così, come un diavolo buono, protettore dell’isola e dei suoi vulcani (come el Diablo disegnato da Cesar Manrique), che spira il vento per ricordare a tutti che sull’isola domina la natura, e che l’isola è questo che può insegnarci e donarci prima di ogni altra cosa.

Ci siamo spostate dal nord dell’isola, con i suoi piccoli villaggi e i suoi incredibili paesaggi (le grotte vulcaniche, le strade panoramiche, le spiagge al tramonto), al centro, dove si trovano esperienze culturali di vario tipo, dalla degustazione di vini fino ai workshop di artigianato locale, e il famoso parco nazionale di Timanfaya, riserva naturale dove ancora oggi è visibile l’attività vulcanica dell’isola. Infine, le spiagge del Sud, l’acqua limpida e cristallina, la casa di José Saramago e le passeggiate nelle città costiere. 

Sembra di essere su Marte, o sulla Luna: una componente surreale e magica caratterizza questo luogo, che in silenzio contempla se stesso e si fa contemplare. Ma anche gli incontri sono stati importanti e hanno reso l’esperienza unica. E primo tra tutti, l’incontro, simbolico, con Cesar Manrique (1919-1992) l’artista dell’isola. Manrique si incontra ovunque: al nord, al Mirador del Rio, al Jameos de Agua, al Jardin de Cactus e, ovviamente, nella sua casa-museo. Al centro: al parco nazionale, al museo campesino, alla fondazione, centro artistico e museale. Tutto a Lanzarote parla di Manrique, così come tutto di Manrique parla di Lanzarote: un connubio intenso, interessante e appassionato tra la terra natia e il genio di un’artista che ne era innamorato. Manrique fu architetto, pittore, scultore: ma fu soprattutto un visionario, un ecologista dalle fervide battaglie. Ci si affeziona a Manrique e si guarda l’isola attraverso il suo sguardo e il suo pensiero, contemporaneo e affascinante. Ma l’incontro è stato anche con José Saramago, scrittore portoghese vincitore del Premio Nobel per la letteratura, che qui visse gli ultimi anni della sua vita. La casa museo di Saramago è intima e intrisa dell’essenza dello scrittore: si percepisce un forte calore e una grande empatia durante la visita (bellissima e ben organizzata) e sono riuscita a riscoprire Saramago attraverso dettagli della sua vita, attraverso i suoi luoghi e i suoi libri sul comodino. 

Lanzarote è stata una di quelle scoperte che rimangono nel cuore e che non si vogliono dimenticare: anzi, che si vogliono rivivere ancora. Continuo il viaggio anche al ritorno, attraverso letture, progetti e scrittura.

“Il piacere profondo, ineffabile, che è camminare in questi campi deserti e spazzati dal vento, risalire un pendio difficile e guardare dall’alto il paesaggio nero, scorticato, togliersi la camicia per sentire direttamente sulla pelle l’agitarsi furioso dell’aria, e poi capire che non si può fare nient’altro, l’erba secca, rasente al suolo, freme, le nuvole sfiorano per un attimo le cime dei monti e si allontanano verso il mare, e lo spirito entra in una specie di trance, cresce, si dilata, manca poco che scoppi di felicità. Che altro resta, allora, se non piangere?”  Quaderni di Lanzarote, José Saramago

 

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