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Fievel sbarca in America

Scrivere questo pezzo, dedicato a un film di animazione che rappresenta un vero fenomeno di culto per molti della nostra generazione, si è rivelato più complicato del previsto. Sì perché “Fievel sbarca in America” (titolo meno efficace dell’originale “An American Tail” con il suo delizioso gioco di parole) è uno di quei titoli che crediamo di ricordare tutti dalla prima visione avvenuta, spesso e volentieri, quando eravamo bambini. Chi vi scrive lo vide direttamente su grande schermo nonostante la naturale ritrosia suscitata dagli spaventosi gatti cosacchi che facevano capolino sulla locandina italiana e ne ricorda ancora adesso la forte componente emotiva. Rivisto a distanza di 33 anni (il film uscì nel 1986) Fievel riesce a narrare una storia di immigrazione, razzismo, antisemitismo e speranze infrante senza rinunciare ai cliché del film d’animazione made in Spielberg (che ne fu produttore con il regista Don Bluth).

Il fatto che i topolini fossero una fulgida metafora dei cittadini europei di origini ebree costretti a fuggire e i gatti rappresentassero la quintessenza dell’antisemitismo è una di quelle caratteristiche che scatenò la furia del fumettista Art Spiegelman per via di quella similitudine troppo marcata con il suo capolavoro “Maus”. Spielberg calcò la mano nei riguardi di questo fattore e diede al piccolo protagonista il nome yiddish del nonno, Fievel. Costretti a lasciare la Russia dopo che la loro casa viene data alle fiamme dai cosacchi, i membri della famiglia Toposkovich si imbarcano con l’intenzione di raggiungere New York perché “non ci sono gatti in America” come amano cantare e ripetersi fra di loro. In realtà, i gatti in America ci sono eccome. Anzi, gestiscono la quasi totalità dei traffici illeciti legati ai migranti e lo fanno senza scrupoli. Il piccolo Fievel, separato dalla sua famiglia durante il viaggio in nave e creduto morto, nel tentativo di ritrovare i suoi cari finirà per vivere sulla sua pelle tutte le contraddizioni di quello che doveva essere il Paese dei suoi sogni.

A distanza di anni, probabilmente, molti personaggi cadono sotto i colpi di un approccio stereotipato. Accade per il piccione Henri dall’accento francese e dallo smisurato ottimismo ma anche nella rappresentazione della famiglia del protagonista, grondante buoni sentimenti. Eppure, se si aggirano questi ostacoli, ci si rende conto di come alcuni dettagli siano ancora in grado di centrare il bersaglio e dipingere la drammatica vita di un immigrato nella Grande Mela di fine 800. Dalla fila per la registrazione a Ellis Island con tanto di “americanizzazione” dei nomi alle gesta efferate di Lucky LoRatto, un gatto che si finge topo (!!) per arricchirsi alle spalle dei nuovi arrivati, costringendoli a lavori usuranti e drasticamente sottopagati.

Il film non si risparmia stoccate nemmeno sul fronte dei personaggi positivi. I poveri topi, vittime delle persecuzioni dei gatti, possono sperare solo nel supporto di alleati altolocati e qui interviene Gussie Topolonia, aristocratico roditore che intende guidare la rivoluzione al fianco del suo collega Johnny Onesto. Peccato che quest’ultimo sia un perenne ubriacone e la nobil-topolina sbandieri con eccessivo compiacimento il suo “essere ricca” e sembri interessata a eliminare i gatti perché questi non fanno distinzione fra topo benestanti e topi poveri, per suo sommo disappunto!

Fievel sbarca in America”, pur con i suoi passi falsi dettati anche dall’età della pellicola, non si adagia su un concept che prevede la scoperta, da parte del protagonista, di come l’ambita America sia peggiore di come la immaginasse. No, il film è un racconto di formazione con echi di Mark Twain (vedi l’amicizia tra Fievel e lo scavezzacollo Tony Toponi) che dipinge la lenta maturazione del protagonista. Da timido ingenuotto, convinto di andare a vivere in un Paese pronto a fornirgli tutto ciò che desidera senza muovere un dito, acquisterà la consapevolezza di dover rivestire un ruolo chiave nella propria maturazione personale e nel suo approccio al Nuovo Mondo. E su quel fronte, possiamo ammetterlo, il film non ha perso smalto.

 

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