Once Upon A Time In Hollywood: L’amore per il cinema

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Once Upon A Time In Hollywood: L’amore per il cinema

Once upon a time in Hollywood ancora non è uscito in Italia, eppure a riguardo s’è già letto di tutto: un film citazionistico, un tributo alla storia del cinema, un occhiolino a un pubblico di cinefili più e meno esperti. Margot Robbie che non parla. S’è letto di tutto, tranne di una trama. La domanda che incombe prima di entrare in sala è: Once upon a time in Hollywood s’è ridotto a parlare solo per riferimenti, o ha effettivamente qualcosa da dire?

Appena fuori dalla sala, ci si rende conto di quanto sia ottuso limitare uno sceneggiatore (e poi regista) come Quentin Tarantino a un sistema binario. O una cosa o l’altra. Perché Tarantino conosce profondamente le regole di una narrazione per immagini, e in virtù di questa sicurezza è splendidamente disinvolto nell’infrangerle tutte. Nelle sue mani, lo script tradizionale è un vetro di zucchero impiegato in una scena d’inseguimento qualsiasi, e Once upon a time in Hollywood ci si fionda contro come una Zhora Salome qualsiasi. È bellissimo, dinamico e solenne.
Questo film ha una storia senza avere una trama. Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) e Cliff Booth (Brad Pitt) ne sono i protagonisti e si muovono senza posa nella Hollywood del 1969: il primo è un attore sul ciglio del declino a soli quarant’anni, il secondo è la sua controfigura. Il primo cerca di dominare Hollywood, il secondo lascia che la città gli scorra attraverso.
A fare da contraltare alla frenesia di entrambi, c’è una Sharon Tate (Margot Robbie) che incede sensuale e aggraziata. Non parla? Sì è vero. Ma sta tutto qui il divertimento sadico di Tarantino: il suo personaggio è ammantato da un tale puro fascino che lo spettatore brama di goderne sempre di più. E più lo desidera, meno ne ha. Sharon Tate è sogno, e in virtù di questa sua natura è irraggiungibile e indecifrabile.
Nelle prime due ore è sempre impossibile prevedere dove ogni scena vada a parare, che contributo dia al racconto, quale sfumatura aggiunga ai personaggi. Eppure la storia è così densa di dettagli da appagare totalmente qualsiasi bisogno di esaustività. Gli ultimi quaranta minuti faranno la gioia dei fan più affezionati al “primo” Tarantino. Uscire dal virgolettato produrrebbe solo spoiler.

Mentre le possibilità della sceneggiatura vengono sondate al di là degli schemi tradizionali, Once upon a time in Hollywood conferma la costante crescita di Tarantino come regista. L’immagine è cristallina, splendidamente composta e impressive – perché in italiano non abbiamo un aggettivo che meglio possa calzare un’emozione tanto forte da lasciare un solco. Sfido chiunque a mettere a confronto la staticità della scena di Tim Roth e Amanda Plummer al tavolo in Pulp fiction con il dinamismo visivo di Leonardo DiCaprio e al Pacino al tavolo in questa nona produzione. E spero che sia chiara la definizione di Tarantino come sceneggiatore e, solo poi, come regista.
Sarebbe un crimine non menzionare la fotografia di Robert Richardson. Hollywood è principalmente diurna e inondata da una luce calda che abbraccia lo spettatore e lo conduce in un’atmosfera da fiaba. Le poche sequenze notturne sono comunque brillanti. Ogni onore e gloria alla palette dei colori, anch’essi caldi e saturi: dopo una tornata di Oscar 2019 con i bianchi e neri di Roma e Cold War e la low key di La Favorita, si sentiva il bisogno di riempirsi gli occhi con linfa vivace, ed è altamente probabile che Richardson dopo tre statuette vinte se ne possa aggiudicare anche una quarta.
In pole position per una nomination nel 2020 ci sono ovviamente Leonardo DiCaprio e, soprattutto, Brad Pitt, che per l’ennesima volta ci dimostra di essere l’attore comico più sottovalutato dei nostri tempi. Fortunatamente il passare degli anni dovrebbe scollargli un po’ di dosso quell’etichetta di belloccio oltre la quale gran parte del pubblico non ha mai letto, e finalmente potrebbe venirgli riconosciuto il carisma e il pieno controllo sulla battuta che l’hanno distinto fin dai tempi di Snatch.

In definitiva, Once upon a time in Hollywood è un film d’Autore. Provoca, innova e disorienta lo spettatore, ma senza perderne mai l’attenzione. Dopo otto film che ne hanno esplicitato il carattere, Tarantino ancora sorprende per tutto l’amore riposto in ogni scelta di produzione: un amore per il cinema, per la storia e per l’immagine. Un amore anche per lo spettatore. Perché Tarantino ha il merito di non aver mai ha esorcizzato dalla propria persona la condizione minima per comunicare con un pubblico: essere un entertainer, prima di uno sceneggiatore, di un regista e di un autore. E questo amore per l’intrattenimento è ancora troppo sentito per pensare di chiudere la propria carriera con il prossimo, decimo film. Vero che non ci lasci, Quentin?

 

Testi di Claudia “Inga” Pompa

 

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