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L’inquinamento naturale: cause ed effetti

 

È fuori discussione che le attività umane degli ultimi decenni abbiano immesso nell’ambiente spaventose quantità di sostanze inquinanti responsabili dei più svariati disastri ambientali, primo fra tutti il surriscaldamento globale. Eppure anche voi, in questo preciso istante, se state anche solo respirando, state producendo inquinamento. Continuate pure a respirare, prego. Proprio così, perché le vostre naturali attività metaboliche producono, come scarto della respirazione cellulare, una certa quantità di CO2, anidride carbonica. Sì, ma io non sono un camion a gasolio, direte voi. E avete perfettamente ragione.

Di tutte le forme di inquinamento esistenti, ce n’è una della quale si parla raramente: l’inquinamento naturale. Ed esiste da molto prima che l’Homo Sapiens mettesse piede su questo pianeta. Scopriamo dunque insieme di cosa si tratta.
Si definisce inquinamento naturale qualsiasi forma di inquinamento che non sia imputabile ad una qualche attività umana, bensì a fenomeni e meccanismi di origine naturale. Gli esempi sono molteplici: vediamone qualcuno analizzandone cause ed effetti.

Gli incendi che durante lo scorso mese di Agosto hanno devastato parte della foresta Amazzonica costituiscono un tema ancora caldo (in tutti i sensi, purtroppo). Con circa 1 milione di ettari coinvolti (1 ettaro = 10.000 metri quadri), si tratta di una delle peggiori serie di incendi boschivi nella storia del Brasile: al 20 Agosto si contavano ben 74 155 roghi che si sono susseguiti in varie zone dell’Amazzonia. Dalle immagini satellitari, la NASA concorda sul fatto che i responsabili principali siano stati allevatori e agricoltori i quali, seppur privi delle necessarie autorizzazioni, hanno appiccato incendi nei loro possedimenti di terra e in aree di foresta per ripulirli dalla vegetazione. Lo scopo era chiaramente quello di espandere le loro attività di coltivazione e allevamento. Oltre agli enormi danni subiti dalla flora e la fauna, gli incendi hanno rilasciato un’enorme quantità di CO2 nell’atmosfera: ovviamente questo si tratta di inquinamento vero e proprio, in quanto l’origine dell’emissione è stata l’attività umana.

Può capitare invece, che un incendio boschivo abbia inizio per una causa naturale. La più frequente? Un fulmine. Una saetta non è altro che una potente scarica elettrica che partendo da una nube temporalesca può arrivare al suolo. Questa scarica di plasma raggiunge temperature di migliaia di gradi centigradi (alcuni amano paragonarla alla superficie del Sole). Quindi se un fulmine colpisce un albero, o una zona con vegetazione particolarmente secca, è facile che vi appicchi il fuoco, e specie se il bosco è costituito da piante resinose la combustione derivante può propagarsi alle piante limitrofe, dando vita all’incendio. Non possiamo farci nulla. È qualcosa che accade da quando esistono le foreste stesse: per questo gli incendi di origine “spontanea” sono una delle maggiori fonti di inquinamento naturale.

Anidride carbonica, altri composti del carbonio, dell’azoto e dello zolfo, idrocarburi incombusti e polveri sottili sono i principali agenti inquinanti che vengono dispersi nell’ambiente. Le quantità immesse nell’atmosfera risultano inversamente proporzionali all’intensità dell’incendio: la combustione con fiamma debole e prevalenza di brace produce molti più inquinanti di quella con fiamma viva.
Le emissioni provenienti dagli incendi, sia quelle gassose che corpuscolari, vengono trasportate dai venti nell’atmosfera per migliaia di chilometri, potenzialmente. Possono quindi influenzare negativamente la qualità dell’aria sia su scala regionale che globale. Per non parlare delle conseguenze sul clima.

Eppure vi è un fatto straordinario: nel corso dell’evoluzione, molte foreste – intese come ecosistema – hanno integrato gli incendi nel loro ciclo vitale. Piccoli incendi periodici ripuliscono il sottobosco da un eccessivo accumulo di materiale che potrebbe dare origine ad incendi molto più grandi. Addirittura certi alberi approfittano delle fiamme per liberarsi dai parassiti, o addirittura per riprodursi: è ciò che accade alla specie Pinus contorta, per fare un esempio. Si tratta di una specie di conifera tipica degli Stati Uniti occidentali: le scaglie delle sue pigne sono pressoché sigillate da una cospicua quantità di resina. Solo temperature oltre ai 65°C riescono a liquefarla, liberando i semi: per questo motivo occorrono incendi piuttosto intensi per la loro propagazione. I semi, resistenti all’incendio, continuano ad essere germinativi anche per diversi anni dopo aver raggiunto la maturazione. Quando incendi di questo genere si sviluppano in natura, la maggior parte degli alberi muore, ma le pigne si schiudono, foriere di nuova vita. Le ceneri degli alberi combusti agiscono da fertilizzante e nel corso di qualche decennio la foresta rinasce.

Esattamente, sembra un paradosso, eppure alcune foreste non potrebbero esistere senza gli incendi, perlomeno non così come le conosciamo. Purtroppo non è il caso della foresta Amazzonica che, secondo gli studiosi del Museo di Storia Naturale di Londra, è totalmente impreparata ad un evento di simili proporzioni e potrebbe essere soggetta a danni irreversibili.

Tornando sulle forme di inquinamento naturale, ce ne sono altre che risultano ben più “incontrollabili” di un incendio. Che già di suo ha ben poco di controllabile, se di grandi proporzioni. Ricordate che in generale si parla di inquinamento quando vengono danneggiate una o più forme di vita di un ecosistema. Ebbene, esiste qualcosa in grado di comprometterle praticamente tutte.

Stiamo parlando delle eruzioni vulcaniche: quando il magma emerge in superficie, quasi mai lo fa tranquillamente. In genere quando ciò accade vengono sprigionate nell’atmosfera enormi quantità di ceneri, polveri, anidride carbonica, ossidi di azoto e zolfo. Anche in questo caso, non possiamo farci nulla. I vulcani esistono da quando esiste il pianeta, e le eruzioni sono eventi con i quali le specie viventi hanno dovuto fare i conti, da sempre. Come nel caso dell’Uomo di Neanderthal, molto probabilmente.

Abbiamo le prove che in passato si sono verificate eruzioni di supervulcani, mostri la cui caldera può arrivare a misurare decine di chilometri, e le cui eruzioni farebbero impallidire i migliori effetti speciali di Hollywood. Cose da Vecchio Testamento, signor sindaco. Vulcani 2.0 insomma. E proprio una di queste apocalittiche eruzioni potrebbe essere la causa dell’estinzione dell’Uomo di Neanderthal: specificamente nel nostro paese, più precisamente in Campania, abbiamo trovato alcune testimonianze geologiche che la zona dei Campi Flegrei sia stata interessata da una poderosa eruzione circa 39.000 anni fa. Buona parte della regione campana presenta uno strato di tufo grigio (prodotto piroclastico emesso direttamente dall’evento eruttivo) che nella zona di Acerra raggiunge uno spessore di ben 50 metri. Ceneri e detriti generati da questa eruzione sono stati rinvenuti in tutta l’Europa centrale e orientale, arrivando fino all’Ucraina: la spaventosa estensione dell’area interessata dal cataclisma comportò la decimazione dell’Uomo di Neanderthal, il cui habitat venne confinato all’Europa occidentale.

Il terzo e ultimo fattore di inquinamento naturale che andiamo ad illustrare è invece molto più silenzioso e subdolo, rispetto ad un fragoroso vulcano. Viene emesso dalle rocce ricche di granito, in quanto spesso contenenti Uranio, l’isotopo genitore di questo insidioso, pessimo elemento. Si tratta del Radon, un gas incolore e inodore, la cui caratteristica principale è di essere tremendamente radioattivo; il suo tempo di decadimento medio è pari a circa 3.8 giorni. Ma non è solo il Radon ad essere radioattivo: lo sono pure tutti i suoi prodotti di decadimento nella catena che lo porta a trasformarsi in piombo stabile.

Quando un atomo di Radon decade lo fa emettendo una particella alfa, che si tratta di un nucleo di elio-4 ionizzato che viaggia ad alta velocità. Tipicamente le particelle alfa sono la forma di radiazione meno pericolosa poiché la meno penetrante: un foglio di carta, la pelle stessa o pochi cm d’aria sono sufficienti per assorbirla e fermarla. Però nel caso del Radon la situazione è diversa: se gli atomi di questo gas vengono respirati, insieme alle polveri rese radioattive dai suoi prodotti di decadimento, l’emissione delle particelle alfa avviene dall’interno del corpo comportando un certo livello di irraggiamento. E a questo punto le alfa si comportano come proiettili. Le radiazioni sono in grado provocare danni al DNA delle cellule, che possono subire una mutazione genetica e trasformarsi in cellule cancerose se la loro riproduzione diventa incontrollata.

Ma perché questo elemento è così infame? Sostanzialmente perché si tratta di un gas nobile, che essendo chimicamente inerte non reagisce con gli altri elementi, ed essendo estremamente volatile tende a risalire in superficie dalle rocce in cui si forma. Il rischio maggiore si ha nelle abitazioni costruite a diretto contatto con il suolo, nei seminterrati e nelle cantine.

Volete sapere una cosa buffa? In questo preciso istante stiamo tutti respirando Radon, chi più chi meno. Infatti il Radon si trova pressoché dovunque, in basse concentrazioni: costituisce una delle principali componenti del fondo di radioattività naturale al quale l’uomo è da sempre sottoposto. Questo gas radioattivo diventa un rischio per la salute quando la sua concentrazione supera il livello critico di 150 becquerel di attività per metro cubo. Possiamo quindi fare sonni tranquilli, e nel caso avessimo sospetti sull’eventuale presenza di livelli allarmanti di Radon in casa siamo sempre in tempo di acquistare uno dei dispositivi per condurre un test o contattare l’ente di protezione ambientale di competenza (ARPA).

Come potete vedere, l’uomo non è responsabile di tutte le forme di inquinamento che possono mettere a rischio la vita degli esseri viventi appartenenti ai più svariati ecosistemi. Ma in ogni caso non possiamo trascurare il nostro ruolo sulla Terra, le conseguenze delle nostre scelte e delle nostre azioni. Sebbene la natura sia essa stessa più ricca di fonti inquinanti di quanto ci si potrebbe aspettare, dobbiamo riconoscere che l’attività umana degli ultimi decenni sta portando ad una serie di mutamenti che di naturale hanno ben poco. Il riscaldamento globale, lo sfruttamento di terre e mari con conseguente riduzione della biodiversità, l’inquinamento, sono solo alcune delle minacce che incombono non sul pianeta, in senso astratto, ma sulle prossime generazioni. Le nostre, generazioni. E su tutte le specie viventi che in questo istante condividono con noi la grande astronave madre Terra che ci accoglie durante il nostro viaggio attraverso lo Spazio.

Come diceva il comico George Carlin, il pianeta sta benone, sta alla grande! Rispetto al periodo di tempo da cui la Terra esiste fisicamente, 4 miliardi di anni e mezzo, l’uomo inteso come Homo Sapiens abita la terra da poche centinaia di migliaia di anni. L’epoca industriale dura da poco più di un centinaio d’anni. Un battito di ciglia insomma sulla scala delle ere geologiche. Nel lasso di tempo che intercorre tra la formazione del Sistema Solare e la comparsa delle prime scimmie antropomorfe la Terra ha dovuto sopportare di tutto: eruzioni, terremoti, impatti di meteoriti e comete, maremoti, tempeste solari, inversioni dei poli magnetici e chi più ne ha più ne metta. Eppure è ancora qui, il pianeta, tutto intero. L’evoluzione ha fatto il suo corso, molte specie sono andate estinte per sempre, e la selezione naturale l’ha sempre avuta vinta. Ora tocca a noi: continueremo in questa forsennata corsa verso il baratro dell’estinzione o prenderemo finalmente le decisioni necessarie per garantire un futuro sostenibile ai figli dei nostri figli? In ogni caso, il pianeta continuerà ad esistere ancora per miliardi di anni, con o senza di noi. Come diceva sempre Carlin, vada come vada “Il pianeta starà bene. Saremo noi ad essere (eventualmente, ndr) spacciati”.

 

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