Capitan Planet e i Planeteers: il cuore che salva il pianeta

Reveal more

Capitan Planet e i Planeteers: il cuore che salva il pianeta

Erano i fluorescenti anni Novanta e forse non tutti ricordano che esisteva un angosciantissimo videogioco per NES, e non stiamo parlando del livello subacqueo di Super Mario.
Si chiamava Captain Planet and the Planeteers, un platform a scorrimento dove questo supereroe dai pixel verdi azzurri e rossi, procedeva a bordo del suo velivolo contrastando aerei, elicotteri, cannonate, petroliere, nessuno poteva fermarlo.
Il gioco a parte trasmettere ansia, era in realtà un prodotto collaterale di un cartone animato che ha fatto la storia soprattutto in termini di difesa ambientale.
Tra il 1990 e il 1996 sono state prodotte sei stagioni con oltre 100 episodi e nonostante siano passati più di 20 anni, ancora se ne parla.
Ma forse qualcuno non lo conosce, e così vi presentiamo il supereroe più ecologico mai creato, Capitan Planet, un eroe sulla falsariga di Superman, che viene evocato dal potere di cinque anelli magici forgiati da Gaia stessa, lo spirito della Terra.
Tutto parte da lei infatti: stremata dall’inquinamento e dallo sfruttamento ambientale, assegna a cinque giovani provenienti da ogni parte del mondo questi cinque anelli che rappresentano i quattro elementi (terra, aria, acqua e fuoco) più il cuore.
Insieme formano i Planeteers (nella versione italiana gli “Ecodifensori”) e sono in grado di evocare Capitan Planet, appunto.
Proprio come l’eroe a cui si ispira, anche questo eco-capitano ha la sua criptonite: l’inquinamento.
E da qui si dipanano tutti i supercattivi, gli Ecovillains, che non mancano di incarnare ogni genere di afflizione al nostro pianeta, a partire dalla nemesi stessa di Capitan Planet, Capitan Flagello (Captain Pollution in originale).
Plasmato dalla crudele Lady Velenia (Dr Blight) ed evocato da cinque anelli della distruzione, presenta una debolezza un po’ ridicola: ciò che lo distrugge sono luce solare e acqua fresca, elementi piuttosto semplici da reperire.
Ma Capitan Planet si confronta con moltissime altre catastrofi che affligono Gaia, e in un episodio la terribile Dottoressa Blight viaggia indietro nel tempo per vendere bombe atomiche a Hitler.
Quindi sì, c’è anche Hitler in questo cartone che ha tanto da insegnare ma lo ha sempre fatto in maniera un po’ goffa e grossolana, come in episodi nei quali affronta in maniera sommaria la questione irlandese o altri in cui si parla di utopie future.

Il grande merito però di questa serie animata è che stata una delle prime a trattare tanti argomenti delicati, talvolta tabù, come l’HIV e che ha sempre mandato un messaggio di fondo positivo: l’amore per il prossimo, che sia una persona o la Terra stessa.
La tematica ambientale ha suscitato da subito molta risposta da vari attori, cosa che poi non è durata nel tempo se non per le doppiatrici di Madre Terra, tuttavia nelle prime stagioni sono passati Meg Ryan a dar voce alla Dottoressa Blight, poi Jeff Goldblum (Verminous Skumm), Sting (Zarm), Martin Sheen (Sly Sludge).
A doppiare Gaia in lingua originale c’è dapprima Whoopi Goldberg e nelle ultime due stagioni il testimone passa a Margot Kidder (la prima Lois Lane per intenderci).
Non crediate che la serie abbia fatto semplicemente il suo tempo, il suo retaggio ancora si fa sentire soprattutto negli States dove tributi anche di un certo livello sono stati versati nei confronti del difensore di Gaia.
Don Cheadle (l’attore che interpreta War Machine) insieme ad altri attori notevoli come Gillian Jacobs ha vestito i panni di Captain Planet in una versione comica estremizzata che è diventata virale su Funny or Die e di cui vi consigliamo la visione.
Quel che manca a Capitan Planet e i suoi Planeteers tuttavia è un film vero e proprio che renda giustizia a tutti loro; se n’è parlato e qualcosa si stava muovendo, ma siamo ancora lontani da una conferma.
In questo clima imperterrito di reboot e remake, quasi speriamo che qualcuno colga la causa del pianeta e la racconti come nei gloriosi anni Novanta.

Go Planet!

Lascia un commento

*

Previous post L’editoriale: l’ambiente
Next post L’inquinamento in Cina: quello che non sappiamo