Emanuele Luzzati, lo scenografo della fantasia

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Emanuele Luzzati, lo scenografo della fantasia

Se n’è andato nel 2007 a quasi 86 anni, nella sua amata Genova, ma il lascito artistico e culturale di Emanuele Luzzati lo aveva reso già da tempo un punto di riferimento imprescindibile per la scenografia, il cinema d’animazione e l’illustrazione nel panorama italiano e internazionale.
Costretto vergognosamente a lasciare l’Italia nel 1940 per le leggi razziali che colpiscono anche la sua famiglia di origini ebraiche, trasferitosi a Losanna in Svizzera si diploma alla Scuola di Belle Arti, firmando la sua prima scenografia al rientro in Italia nel Dopoguerra nel 1947, seguito ben presto dal teatro sperimentale con la fondazione del progetto La Borsa di Arlecchino (1957-62) e il suo primo libro illustrato I paladini di Francia (Mursia 1960), ma anche nel 1961 La Compagnia dei Quattro (che non comprende i Fantastic Four, ma il cui primo spettacolo è nientemeno che Il Rinoceronte di Eugéne Ionesco) e nel 1964 dirige con Giulio Gianini il corto animato La gazza ladra, nominato all’Oscar come il successivo Pulcinella (1973).

Già da queste poche righe, si capisce bene come il talento artistico e la curiosità multimediale (nonché viceversa) di “Lele” Luzzati fossero pressoché impossibili da contenere (si calcola che nei suoi 60 anni di carriera abbia realizzato oltre 500 scenografie per prosa, lirica e danza nei principali teatri italiani e internazionali, oltre a scrivere e illustrare decine di libri per l’infanzia in gran parte ispirati alla Commedia dell’Arte e all’opera lirica, come di realizzare pregevolissime ceramiche), «magazzini di idee e di ricordi» dove albergavano «tutti i sedimenti dell’immaginario storico», come ha ben descritto il designer Andrea Rauch: «Entrano le une dentro gli altri, si fondono e diventano immagine nuova», anche se forse la miglior definizione rimane quella del grande regista Giorgio Strehler: «Di fronte alle sue scenografie si ha quasi sempre l’impressione di finire mani, piedi e pensieri dentro un sogno».

Dopo un infanzia seminalmente «assai felice: mi piaceva inventare storie, disegnare, pasticciare con carta, colori e burattini», lo stesso artista raccontava: «Alle origini del mio lavoro sta anzitutto un grande amore per il teatro, inteso come forma di spettacolo completo, luogo della simulazione tra gioco e realtà. Non a caso la mia passione teatrale è nata fin da bambino dalla lettura di Sergio Tofano e dalle irresistibili filastrocche del suo personaggio Bonaventura».

Chiunque ha modo d’imbattersi in qualche sua creazione, si rende subito conto di come ogni suo personaggio diventi il tramite per entrare in un mondo incantato di fiabe e di universi in cui sembrano confluire tutti i racconti popolari (“La storia di tutte le storie”, s’intitolava un suo progetto insieme allo scrittore Gianni Rodari), come in una meravigliosa vetrata intarsiata che rimanda sempre nuovi colori a ogni visione. Un talento raro, rarissimo, che tutte le volte ci sorprende e ci emoziona.

«Illustrare è creare un rapporto, con un testo, con un autore, con dei personaggi», spiegò una volta Lele. «C’è una narratività dell’illustrazione, un raccontare con i segni e l’immagine», per poi concludere: «Vengo costantemente sollecitato da proposte, idee, progetti. Questo fa sì che io sia spinto a mettermi in gioco quotidianamente, a pensare, a cercare, sognare. E dal sogno, come accade in teatro, affiora sempre una nuova realtà trasformata e reinterpretata». Sembra incredibile, anzi no: ancor oggi le opere di un gigante come Emanuele Luzzati ci parlano e ci donano continue suggestioni. Teniamocele strette.

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